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RAGUSA - 21/12/2010
Cultura - Ragusa: come nasce e si sviluppa la Contea

La Contea di Modica, la perla della Sicilia orientale

La parte «babba» della Sicilia orientale vista dalla Sicilia «sperta», così la definiva Leonardo Sciascia

Ogni «viaggiatore» che si trovasse a visitare la Sicilia e passasse per il Val di Noto era quasi costretto a fare un paragone tra la parte occidentale dell’Isola, la ‘sedicente Sicilia sperta’ e la parte orientale, che da quella sperta è definita babba (L. Sciascia, 1989). Una corposa porzione della babba è rappresentata dalla giovane provincia di Ragusa, corrispondente all’antica contea di Modica. Realtà feudale, questa, che per estensione di territorio, per densità di popolazione e per fama predominava fra le cinquantotto città feudali di metà Quattrocento. Si articolava unitariamente in ben cinque «stati»: Modica, ben salda al centro del territorio, l’antica Ragusa, Scicli protesa verso il mare, a poca distanza dalla quale si situavano tre minori carricatori, l’alma Monterosso e Chiaramonte turrita; il feudo a sé del Dirillo e l’importante carricatore di Pozzallo ne sono stati il completamento (Sipione, 1968). In quel torno di tempo, in effetti, con la perdita di Biscari, Comiso, Giarratana e Spaccaforno, la contea di Modica aveva dovuto subire delle gravi mutilazioni, soltanto in parte compensate dalla fondazione di Vittoria nel primo Seicento, ‘atipico’ esempio di «nuova fondazione», voluto – fra l’altro- dalla contessa Vittoria Colonna per chiudere il confine occidentale ed assicurarsi una ulteriore via marittima (cui sarà destinato il piccolo ma vivace carricatore di Scoglitti) e garantirsi aperto, altresì, un «corridoio» di terra con la «Sicilia dei grani», dopo avere perduto, fin dal primo Quattrocento, il passo del Dirillo assieme alle ricche terre di Biscari, per una vicenda giudiziaria dovuta alle obiettive difficoltà economiche del Caprera. Il feudo di Biscari, uscito definitivamente fuori dall´orbita della ´grande contea´, aveva seguito la vocazione del suo feudatario (Paternò Castello), orientata verso l´area di Piazza, di Mirabella Imbaccari e soprattutto di Catania.

Le vendite seguite negli anni Quaranta e Cinquanta (Giarratana ai Settimo, Monterosso ai Periglos (che, però, sarà riacquistata), Comiso ai Naselli e Spaccaforno ai Caruso) rappresentarono solo la naturale evoluzione dello stato di crisi finanziaria costellato anche dalle ribellioni, sintomi, a loro volta, di una instabilità sociale serpeggiante, che attraverso la rivolta di Ragusa del 1447 contro Giovanni Bernardo Caprera e in occasione della quale fu bruciato l´archivio, culminerà con l´eccidio degli ebrei (circa 360) a Modica nel 1474. Modica, vent´anni prima della decisione dei sovrani cattolici, scelse una via tutta sua e definitiva per attuare la ´cacciata degli ebrei´. Sembrerebbe che non sia stata la propaganda degli ordini religiosi e dei domenicani in particolare a scatenare l´odio razziale e la furia omicida dei modicani, ma l´azione del ceto imprenditoriale e mercantile modicano che decide di conquistare un importante segmento dell´economia locale in quel momento controllato dai giudei. La completa comprensione di tale avvenimento, inoltre, potrebbe aprire uno spiraglio interpretativo per individuare la provenienza geografica e sociale della liquidità occorrente al perfezionamento dei contratti d´enfiteusi, a partire dagli anni Sessanta del Cinquecento.

Studiando, poi, il quadro politico-istituzionale di riferimento, rappresentato dalla sconfitta dei quattro vicari (Artale Alagona, Manfredi III Chiaramonte, Guglielmo Peralta e Francesco II Ventimiglia), dal fallimento del convegno baronale di Castronovo (1391); dalla riconquista della Sicilia da parte di Martino il giovane della Sicilia e dal ruolo che da quel momento ebbe a recitare Bernardo Caprera, comandante militare della spedizione aragonese; dalla convocazione dei parlamenti di Catania e Siracusa del 1397 e 1398, dove al re riuscì di attrarre dalla propria parte molti nobili e città demaniali, coinvolgendo queste forze nella riorganizzazione del governo e degli uffici del regno, è possibile rendersi conto di fellonìe e nuove investiture, ovvero di tradimenti e passaggi di campo. L´obiettivo che si era prefissato Martino consisteva nel tentative di trapiantare in forma duratura le istituzioni giuridiche del regno di Aragona in Sicilia, creando in tal modo un complesso politico, oltre che statuale, in grado di sviluppare un´aggressiva politica mediterranea.

Va chiarito che con Martino il giovane, in effetti, si apriva per la Sicilia la stagione del regime pattizio di modello aragonese, che diventò il perno attorno al quale consolidare una struttura statuale incapace - per debolezza amministrativa e di governo - di sviluppare sul territorio la propria condotta politica.

Negli stessi anni della fondazione colonniana di Vittoria, però, i Celestri fondavano Santacroce, controbilanciando, così, l’accresciuta potenza dei conti di Modica ed incuneando un ulteriore stato feudale, quello di Santacroce, appunto, che venne a rappresentare un fattore di discontinuità territoriale fra la già grande Ragusa e la nascente Vittoria, ma, ancora, interrompendo – con la possessione di Punta Secca e aree limitrofe - la continuità costiera, tutta comitale, che avrebbe unito Pozzallo (limite orientale) con Scoglitti (limite occidentale). La creazione, poi, del carricatore della Marza, ad opera dello Stato di Spaccaforno, fece definitivamente saltare le aspettative comitali di completo controllo delle vie marittime tanto indispensabili, in quel torno di tempo, per lo sviluppo del commercio dei grani e per gli spostamenti. A bocce ferme, dopo i nuovi assetti territoriali determinatisi per le più varie vicende, venne a ridisegnarsi una forte realtà feudale al centro, quella dei Caprera, alla quale facevano da coronamento gli staterelli feudali satelliti dei Paternò-Castello (Biscari), dei Naselli (Comiso), dei Settimo (Giarratana), dei Celestri (Santacroce) e degli Statella (Spaccaforno).

A proposito della tanto abusata letteratura odeporica, Alexis de Tocqueville, visitando la sicilia nel 1827, acutamente intuì le cause che facevano desolate le terre e grama la vita degli abitanti della Sicilia occidentale e quelle che, al contrario, rendevano rigogliose e ridenti, popolate e piene di più prospera vita, le campagne tra Catania e Messina: il frazionamento della proprietà in queste, il permanere del vasto latifondo in quella. E del frazionamento della proprietà dava merito all’Etna laddove lo studioso-viaggiatore francese affermava che poiché quelle terre «sono soggette a spaventose devastazioni, i signori e i monaci se ne sono disgustati e il popolo ne è diventato proprietario. Ora la divisione dei beni vi è quasi senza limiti. È la sola parte della Sicilia dove il contadino è possidente» (E. Iachello, 1991). Il «morcellement extrème des propriétés» che tanto aveva colpito Tocqueville era, da secoli, la caratteristica peculiare della contea di Modica. In questa, a differenza di quella di Mascali, il frazionamento della terra non era dovuto a cause geofisiche, ma piuttosto all’opera e alla volontà del feudatario locale: il conte di Modica. Questi, dopo aver tentato, con esito negativo, una ‘permuta’ dei possedimenti siciliani con altri in Castiglia, attraverso una formale richiesta fatta pervenire nel 1547 all’imperatore Carlo V, decise di tornare nella contea di Modica e tra il 1550 ed il 1564 diede in enfiteusi 1724 partite di terra, distribuite in varie fasce d’estensione, per un totale di circa 30.000 ettari (E. Sipione,). L’opera del conte non restò isolata, ad essa seguì quella dei baroni locali e si creò così una proprietà, anche se solo per quanto attiene al dominio utile, frazionata e che interessò una massa enorme di piccoli operatori agricoli e massari.

L’operazione enfiteutica produsse una maggiore disponibilità dei mezzi di sussistenza ed ebbe il merito di creare nell’area iblea un nuovo soggetto della storia, l’enfiteuta, una figura a mezzo tra il proprietario e l’affittuario, un ibrido, portatore di uno status socio-economico tutto suo e di una cultura peculiare. Fin qui lo stereotipo che la storiografia ha creato a proposito del sistema di distribuzione della proprietà nel territorio dell’ex contea di Modica. In effetti non si trattò di enfiteusi pura, ma piuttosto di una vera e propria vendita, altrimenti non consentita dalla legislazione feudale allora vigente: il canone enfiteutico appare, infatti, puramente simbolico, mentre il valore della terra venne quasi interamente pagato in contanti all’atto della concessione. Il conte continuò a concedere in enfiteusi altre terre per tutto i Seicento se è vero che a tutto il 1713 le terre concesse in enfiteusi ammontavano a circa 134.000 ettari, pari a 40.000 salme (R. Solarino, reprint 1982). La precoce distribuzione della terra dotò l’area della contea di Modica di una classe media imprenditoriale molto forte, destinata a trasformare positivamente il paesaggio agrario dell’intera area iblea.

(Fine della prima parte- continua)