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RAGUSA - 06/12/2010
Cultura - Ragusa: gli anni della guerra e del problema alimentare

Natale 1944: freddo, fame e "non si parte"

Le aspettative di prosperità andarono deluse. Sandro Attanasio sintetizzò il periodo in una frase: «Quando dicevamo buon giorno avevamo il pane ogni giorno; ora che diciamo «gud bai» non l’abbiamo mai»

Ricorre in questo periodo il 66° anniversario dell’evento del «non si parte». Anni difficili, soprattutto per la questione alimentare che non fu di facile soluzione come speravano i Siciliani e come avevano promesso le forze Angloamericane durante la fase propagandistica e preparatoria dello sbarco.

Il 1944 sembrava presentarsi sotto i migliori auspici per i Siciliani. Era nell’aria. Se ne parlava già durante le feste di Natale, feste si fa per dire, che la Sicilia presto sarebbe tornata ad essere italiana, italiana badogliana, italiana savoiarda, italiana inglobata nel minuscolo Regno del Sud. Certo, tutto ciò intristiva gli animi di quanti fino ad allora – in modo palese, pochi, nelle pieghe più segrete del loro animo, molti – avevano ritenuto che la Sicilia doveva tornare ad essere italiana e basta, che doveva tornare ad occupare nella carta geografica nazionale il posto che le spettava, con la dignità che i suoi figli migliori le avevano conferito durante tutta la storia risorgimentale.

C’erano tanti che, invece, ritenevano fosse venuto il momento che la Sicilia tornasse ad essere dei siciliani. Che appartenesse solo ai Siciliani, e solo a loro. Ed erano, spropositatamente, la maggioranza. Lo sbarco del luglio 1943, prima, la firma dell’armistizio a Cassibile il 3 settebre, dopo, l’occupazione delle libere terre di Sicilia e la loro conseguente gestione in capo al Governo Militare Alleato (G.M.A.), infine, era stati momenti difficili da accettare e da sopportare, dai primi, spasmodicamente attesi, dagli altri. Se la sconfitta e la guerra perduta potevano trovare una giustificazione di ordine militare, non altrettanto poteva dirsi per il panorama istituzionale che quella sconfitta aveva prodotto, facendo precipitare la Sicilia, come territorio occupato, prima sotto la giurisdizione anglo-americana e, successivamente, sotto quella del Regno del Sud, per il quale per mero calcolo politico, il Governo Badoglio aveva chiesto agli anglo-americani lo status di cobelligeranza.

La formula ibrida della «quasi alleanza» con le forze d’occupazione, invenzione tutta italiana, faceva intravedere ai soliti maneggioni nuove possibilità di fare affari, trafficare, intrallazzare con i militari alleati, che nei depositi divisionali avevano il ben di Dio, mentre la popolazione siciliana aveva bisogno di tutto. La tanto ambita cobelligeranza calzava perfettamente con le ansie di quanti si erano prodigati perché ciò si verificasse, ci riferiamo agli antifascisti che tali erano stati fin dalla marcia su Roma; conveniva, infine, perfettamente a quanti avevano aspettato gli eserciti alleati e si erano battuti in tutte le sedi, nazionali ed internazionali, per rappresentare le esigenze di una Sicilia delusa e stanca di un’unità nazionale che non aveva risolto i suoi secolari problemi di ordine economico e sociale. Sempre più gravi e immanenti, ad ogni levar del sole!

La Sicilia aveva fame, i Siciliani avevano fame. La mancata soluzione, da parte del Governo Militare Alleato, dei problemi alimentari che l’affligevano, assieme all’incapacità di fare scomparire le odiate tessere del pane, inducevano a classificare l’arrivo delle truppe anglo-americane nell’estate del 1943 ad uno dei tanti arrivi di stranieri che – a cadenza quasi rituale – erano venuti a liberarla. Infatti, l’intrallazzo continuava a prosperare, i siciliani ad avere fame. Il frumento e gli altri cereali venivano conferiti all’ammasso in misura sempre minore e i «Granai del popolo» continuavano a rappresentare l’unica risposta istituzionale alle sempre più pressanti necessità alimentari dei Siciliani. Al di fuori della «razione», di per sé insufficiente e che comunque sotto l’amministrazione alleata toccò il suo minimo storico (gr. 100 di pane a persona, al giorno) nel novembre 1943, restavano inalterati la fame dei siciliani ed un mercato nero sempre più prospero, regolato da intrallazzisti senza scrupoli, che speculavano, sotto gli occhi vigili ed attenti delle truppe d’occupazione. Quando non anche in stretta collaborazione con esse. Su tutto e su tutti.

La guerra del pane fu una guerra fratricida. Paradossalmente, la prima vera guerra civile combattuta sul suolo italiano, prima ancora di quella resistenziale. Quella del pane fu una vera e propria guerra civile fra gli stessi siciliani, anche se riteniamo che possa meglio essere definita «guerra sociale dei vinti», vera e propria cesura storica, laddove si tenga in conto di quanto a seguito e a conclusione di essa l’assetto sociale della Sicilia risultò modificato. Dopo, infatti, tutto risultò mutato, dal punto di vista socio-economico, i nuovi ricchi non solo andarono ad occupare gli spazi lasciati liberi da categorie che a causa della guerra avevano perso tutto, ma pretesero di inserirsi, in forza della disponibilità di masse di denaro liquido di cui erano portatori, nelle sfere decisionali dell’istituenda Regione siciliana autonoma. Attraverso il controllo del voto. Pilotando i ricchi appalti della ricostruzione e della riscossione delle imposte. Gestendo i flussi finanziari dei processi di modernizzazione della Sicilia, proprio per questo motivo destinata a rimanere al primo punto dell’agenda politica, ancora nel Terzo Millennio.

Lungi dal rappresentare quella mobilità sociale, quell’elemento di discontinuità con il passato di cui la Sicilia aveva sempre avuto bisogno e che non si era verificato né con il processo unitario negli anni Sessanta del XIX secolo, né con i Fasci dei Lavoratori nei successivi anni Novanta, e infine, neppure con la rivoluzione fascista degli anni Venti del Novecento, la «guerra sociale dei vinti», condotta a margine dell’occupazione anglo-americana dell’Isola, finì per rappresentare una sorta di «scorciatoia sociale», agevolmente praticabile ed estremamente redditizia. Per non dire che fu, soprattutto, una «rivoluzione culturale», intesa nell’accezione più deteriore che a tale termine si possa attribuire.

Verrebbe proprio la voglia di gridare con Sandro Attanasio la frase «Quando dicevamo buongiorno avevamo il pane ogni giorno. Oggi che diciamo gud bai [sic] non l’abbiamo mai», che rappresenta sicuramente la summa dei pensieri nascosti (forse non troppo) dei siciliani di allora.

Frase questa, infatti, esemplificativa ed emblematica del «quotidiano» dei Siciliani nel torno di tempo compreso fra lo sbarco anglo-americano (1943) e i fatti angosciosi e tristi del «Non si parte» (fine del 1944 e primi mesi del 1945). Poche parole per raccontare, in maniera ironica, quella che fu l’angoscia principale degli isolani in quegli anni: il pane. E proprio attorno al «pane» ruotò lo scontro tra le diverse forze, politiche, economiche e sociali, che in quel momento erano presenti nell’Isola e tutte impegnate in una titanica lotta per il suo controllo.

Fin da prima dell’operazione Husky, gli Alleati avevano tentato di conquistare lo stomaco dei siciliani con la promessa, appunto, di pane. Avevano garantito che con il loro arrivo sarebbe finita la crisi alimentare e tutti avrebbero avuto beni di prima necessità in quantità e senza il rischio di farsi strozzare dal mercato nero. Non possiamo qui non ricordare che il 2 settembre 1943, esattamente ventiquattro ore prima della firma dell’armistizio di Cassibile, un giovane di vent’anni, il monteleprino Salvatore Giuliano – per due sacchi di farina - diventò bandito. Proprio sul tema del «pane», sul problema alimentare, i separatisti e i partiti filo unitari del CLN (Comitato liberazione nazionale) si scontravano, per ottenere i consensi della popolazione. La stampa alleata dell’epoca, parlando di alimentazione cadde più volte in contraddizione, costretta com’era, da un lato, a vendere il «sogno americano», dall’altro, a non demistificare eccessivamente la realtà, parlando ai Siciliani di un’Isola che, come quella di Peter Pan - in realtà non c’era.

Fine prima parte - Continua