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PALERMO - 06/01/2012
Cultura - Viaggio a ritroso nel fenomeno della mafia italo-americana. Terza e ultima puntata

L’omicidio di Joe Petrosino e l’ascesa del prefetto Mori

Il tenente arrivò a Palermo in missione segreta, ma venne freddato la sera del 12 marzo 1909 nei pressi del giardino Garibaldi a piazza Marina, forse da don Vito. Lo vendicò il «Prefetto di Ferro» e l’ergastolano Vito Cascio Ferro morì di sete e di terrore per i bombardamenti del ‘43 nel carcere di Pozzuoli
Foto CorrierediRagusa.it

Joe Petrosino, resosi conto che senza un intervento normativo tutto sarebbe stato inutile, chiese al capo della polizia Bingham che venisse modificato il codice penale americano, creando una legge che prevedesse l’arresto e l’espulsione per cittadini ricercati in altri Paesi; che contenesse il divieto di convivenza di più famiglie nella stessa abitazione: ciò al fine di evitare la formazione di micro organizzazioni criminali. Intanto, nel 1906, l’Italian Branch divenne «Italian Legion», con a capo Petrosino con i gradi di tenente. L’anno successivo segnò la svolta della vita privata di Petrosino, che si arricchì di una moglie, Adelina Saulino di 37 anni che sposò la prima domenica di aprile del 1907, e, successivamente, di una figlia.

Intanto, i successi di Petrosino e dei suoi uomini erano sotto gli occhi di tutti, ma da quando Vito Cascio Ferro era scappato dagli Stati Uniti alla volta della Sicilia un nuovo flusso di emigranti pilotati era andato a rimpolpare le file della criminalità organizzata della «Mano Nera». Tale constatazione fece prendere a Petrosino la decisione di andare a verificare di persona quale fosse la fonte che dall’Italia e soprattutto dalla Sicilia alimentava un flusso costante di emigranti «a comando» e li riversava sulle coste statunitensi. Il 9 febbraio 1909, Petrosino salpò da New York sul piroscafo «Duca di Genova», in missione sotto copertura, adottando il falso nome di Simone Velletri, commerciante ebreo in viaggio d’affari. Da Genova si recò a Roma, dove fu ricevuto dal Presidente del Consiglio Giovanni Giolitti, poi andò a Napoli e, infine, puntò su Palermo. La segretezza della missione di Petrosino saltò addirittura durante la traversata, perché Bingham, per farsi bello con i suoi elettori e con l’opinione pubblica, parlò della missione segreta di Joe in terra italiana con un giornalista del New York Herald.

Joe Petrosino arrivò a Palermo, sotto falso nome, la mattina del 28 febbraio 1909. La sua doveva essere una missione segreta, con l’obiettivo di indagare sui legami tra Mafia e Mano Nera. Nonostante alcuni giornali americani avevano già dato notizia della sua missione, a parte il risentimento per l’accaduto, non intese rinunciare alla missione. Prese alloggio all’Hotel France di piazza Marina, dove occupò la stanza n. 16, e iniziò le indagini, contattando numerose persone, ma rifiutando sempre la protezione della polizia italiana, di cui non si fidava. Ma, la sua avventura siciliana fu di breve durata. La sera del 12 marzo, il detective italo-americano uscì dall’Hotel France e si recò a passo svelto verso il Caffè Oreto per cenare. Mentre era seduto al tavolo, fu avvicinato da due persone, che parlarono brevemente con lui, per poi allontanarsi. Petrosino consumò velocemente il pasto, quindi si alzò e uscì dal locale. Ma, piuttosto che dirigersi verso l’albergo dove alloggiava, tirò dritto lungo la cancellata del Giardino Garibaldi. Percorse esattamente 207 metri, poi si fermò a parlare con due uomini.

All’improvviso si udirono quattro colpi di pistola, di cui tre simultanei ed uno isolato. Il corpulento poliziotto rimase per qualche secondo aggrappato alla cancellata, poi crollò pesantemente per terra. Colpito alla spalla destra, alla gola e alla guancia destra, il famoso poliziotto morì all’istante. A Piazza Marina, Petrosino cadde vicino ai locali del Nuovo Telegrafo. Sul lato nord-est della cancellata della villa Garibaldi, è ancora visibile la croce che un ignoto scalpellino incise nella pietra all’indomani dell’uccisione. Un segno che risente dei troppi anni trascorsi, ma che rappresenta una delle poche tracce rimaste di quella terribile sera del 12 marzo 1909, proprio dove cadde il Tenente italo-americano. Indossava scarpe nere, soprabito grigio, cravatta marrone, mentre nel taschino del panciotto aveva l’orologio d’oro che Giolitti, a nome del Governo Italiano, e tramite l’ambasciata, gli aveva fatto avere a New York il 20 ottobre 1908, in riconoscimento dei servizi resi agli emigranti onesti. La catena era fermata nel secondo occhiello del gilet.

A terra, poco distanti, parapioggia, borsa e bombetta. Nel taschino destro del panciotto un pezzetto di carta con su scritto, a penna, solo un numero: «6824»; nella tasca del cappotto una cartolina già compilata, diretta alla moglie: «Cara Adelina, un bacio per te e per la nostra bambina che ha compiuto tre mesi senza il suo papà». All’altezza del cuore, Petrosino aveva appuntata la placca d’argento «285», la stessa che in un altro giorno piovoso, la mattina del 19 ottobre 1883, gli era stata consegnata dall’Ispettore Williams all’atto dell’arruolamento. Nel portafogli un nutrito elenco di nomi di malviventi siciliani. E una lettera: le sue credenziali per la missione che stava svolgendo. Ad ucciderlo si disse che fosse stato un uomo alto e distinto, sceso da una carrozza. Anche se la sua responsabilità non fu mai provata, tutti pensarono a Vito Cascio Ferro.

Subito dopo la prima guerra mondiale, con l’avvento del Fascismo al potere, la "stella" di don Vito cominciò a brillare sempre meno. Nel 1923 il sottoprefetto di Corleone lo segnalò al Ministro dell’Interno come «uno dei peggiori pregiudicati, capacissimo di commettere ogni delitto». Ma, la situazione per lui precipitò nel maggio del 1925, quando venne arrestato come mandante dell’omicidio di Gioacchino Lo Voi. In un primo momento, don Vito era riuscito ad ottenere la libertà su cauzione. Un anno dopo, però, con l’arrivo in Sicilia del prefetto Cesare Mori (foto), l’isola fu messa a ferro e a fuoco e, nel 1928, il Cascio Ferro venne definitivamente arrestato a Sambuca "Zabut" e tradotto nel carcere di Sciacca.

Alcune voci hanno sostenuto che ad ammazzare Gioacchino Lo Voi fosse stato uno che era venuto dall´America. Diamo allora spazio alla voce popolare: «Il Lo Voi gli aveva fatto uno sgarbo e quello venuto dall´America ci sparò e l´ammazzò»; questo "americano" che era mal combinato in salute, si confidò con un sacerdote e gli disse: ‘Se io muoio, dica che l´assassino del Lo Voi sono io; se invece non muoio, si stia zitto’. Intanto però, restò in vita e a quel mischinu di don Vito Cascio Ferro ci tolsiru tutti cosi, lo portarono in galera e ci detteru tridici o quattordici ergastoli, anche se in effetti era innocente, perché era stato un altro che aveva ammazzato il Lo Voi».

Al termine del processo per l’omicidio di Gioacchino Lo Voi, alla fine del dibattimento, il Presidente della Corte chiese all’imputato Cascio Ferro se avesse qualcosa da aggiungere a quanto avevano fin lì detto i suoi difensori. Don Vito si alzò e guardando fermamente in viso i suoi giudici, disse scandendo le parole: «Signori, Voi, non potendo procurarvi le prove dei miei numerosi delitti, vi siete ridotti a condannarmi per il solo reato che io non ho mai commesso». Com’era nel suo stile, il "Prefetto di Ferro", comunque, volle dare la massima pubblicità alla condanna all’ergastolo del famigerato capo della mafia siciliana, con l’aggiunta di nove anni di segregazione. Infatti, fece stampare dei manifesti con la foto dell’anziano boss e il testo della sentenza. Molti anni dopo, il 6 luglio 1942, in piena guerra, due giornali americani - il New York Times e il Sun - annunciarono ai loro lettori che il "caso Petrosino" era risolto. Con l’arresto e la condanna del boss (seppure per un altro delitto), il prefetto Mori «aveva vendicato la morte del grande detective». Ma, era stato davvero Vito Cascio Ferro ad assassinare Joe Petrosino? In effetti, mentre scontava l’ergastolo, pare che sia stato lui stesso a confidare l’assassinio. In tutta la mia vita - disse - ho ucciso una sola persona e feci questo disinteressatamente. Don Vito non precisò mai se quella persona fosse il detective italo-americano. Il capo della mafia siciliana morì di sete e di terrore, durante i bombardamenti dell’estate del 1943, ad 81 anni, nel carcere di Pozzuoli, dove era stato "dimenticato" dalle autorità.

Le due puntate precedenti sono disponibili nella sezione cultura


08/01/2012 | 11.09.06
giuseppe andrea

ottimo articolo.