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PALERMO - 01/01/2012
Cultura - Viaggio a ritroso nel fenomeno mafioso italo-americano. Seconda puntata

Joe Petrosino e la «Mano nera» tra la Sicilia e l’America

L’ascesa del boss Vito Cascio Ferro e del salernitano Petrosino, prima netturbino e poi dectetive americano stimato da Teddy Roosevelt
Foto CorrierediRagusa.it

A Palermo, nei primi anni del Novecento, l’impegno di Vito Cascio Ferro fu quello di collegare stabilmente la Mafia siciliana e la Mano Nera americana lungo l’asse Palermo - New York. Fu lui, insomma, a fondare quel vasto impero del crimine, con rapporti di derivazione stabili e permanenti, che esiste tuttora e che, di tanto in tanto, emerge chiaramente quando la cronaca ci rivela che i mafiosi dell’una e dell’altra sponda dell’oceano hanno uguale potere e influenza nel controllo di determinati traffici clandestini. Allora, il poco più che quarantenne don Vito raggiunse vette altissime nell’impero della mafia. In poco tempo, infatti, riuscì a diventare il capomafia di Bisacquino, Palermo, Burgio, Corleone, Campofiorito, Contessa Entellina, Chiusa Sclafani, Sciacca, Sambuca "Zabut" e Villafranca Sicula. Anche i "fratuzzi" di Corleone, quindi, che decenni dopo avrebbero scalato i vertici della Cosa Nostra siciliana, in quegli anni - e fino alle "retate" del prefetto Mori del 1926 - dovettero piegarsi.

Allora, Cascio Ferro divideva il suo tempo tra Bisacquino e Palermo, dove veniva ospitato gratuitamente nei migliori alberghi (l’Albergo Pizzuto di via Bandiera e l’Hotel de France di piazza Marina). Per il pranzo era solito andare al "Caffè Oreto". Aveva stretto amicizia con esponenti dell’aristocrazia palermitana, come i baroni Salvatore ed Antonino Inglese e, soprattutto, intratteneva rapporti con uomini politici, come per esempio l’onorevole Domenico De Michele Ferrantelli, deputato di Bivona, di cui divenne il più importante capo-elettore. Il nuovo status sociale così acquisito gli consentì di coronare il suo sogno: diventare socio del Circolo dei Civili di Bisacquino. La fonte che ce lo conferma è autorevole ai massimi livelli: il Prefetto di Palermo, marchese De Seta, il quale il 12 maggio 1908, a proposito del Cascio Ferro, scriveva così al Ministro degli Interni: «Gode la stima dei cittadini onesti tanto che è stato ammesso a far parte del Circolo dei Civili (del quale fu anche presidente, ndr); mantiene ottimi rapporti con i galantuomini e, soprattutto, si dimostra deferente verso le Autorità». Don Vito si vantava di non portare mai soldi con sé: «Non ne ho bisogno - diceva - perché tutto quello che mi serve me lo danno gratis»: ancora oggi i bisacquinesi lo confermano quando parlano del loro ingombrante e tristemente famoso concittadino. Il prestigio di don Vito toccò vertici inimmaginabili, oltre che ospite desiderato e gratuito dei migliori alberghi palermitani, veniva ossequiato da altissime personalità istituzionali. Generoso di quella generosità tipica di chi non ha tempo di contare il denaro o di stabilirne la provenienza, si narra che quando don Vito si metteva in viaggio per visitare la «sua zona», i sindaci dei paesi attraversati si recassero ad attenderlo alle porte del paese e lì gli rendessero omaggio, baciandogli la mano.

Il prestigio si tramutava in vera e propria idolatria se l’analisi dai rappresentanti politici, economici e sociali della società del tempo, passava ad interessarsi degli esponenti della malavita e di quanti, diciamo così, avevano una sorta di idiosincrasia con l’autorità della legge e con un sistema ordinato e legale della società. Fino a qualche anno fa era visibile nel corridoio che dalla seconda sezione del primo braccio porta al corridoio dell’infermeria dell’Ucciardone di Palermo, il motto che don Vito aveva inciso con il suo coltello sulla parete del muro: «Vicaria, malattia e nicissitati, si vidi lu cori di l’amicu». Dopo tanti anni, le cronache ci riferiscono che era ancora considerato onore e merito occupare nel carcere il posto che aveva occupato don Vito; parecchi anni dopo lo stesso posto venne occupato da don Calò, a cui, in segno di massimo rispetto, veniva preparato il letto, a turno, dai detenuti del camerone.

Don Vito Cascio Ferro, però, in testa aveva sempre un chiodo fisso: Joe Petrosino (foto), lo "sbirro" che lo aveva braccato durante il suo soggiorno negli USA perché lo riteneva coinvolto nel «delitto del barile». Era quasi ossessionato del detective italo-americano, fino al punto che pare portasse sempre con sé una foto del poliziotto, che mostrava agli "amici", ripetendo: «Io che non mi sono mai macchiato di un delitto, giuro che ucciderò quest’uomo con le mie stesse mani». Ma il destino aveva in serbo ancora un incontro fra i due: quello definitivo!

Giuseppe Petrosino era nato a Padula, dalle parti di Salerno, il 30 agosto 1860. Il padre, rimasto vedovo, non appena risposatosi, nell’estate del 1873 decise di emigrare in America. Venticinque giorni di navigazione e i Petrosino sbarcarono a New York. Giuseppe diventò «Joe», aveva tredici anni, appena in terra americana aprì un piccolo chiosco in cui, assieme ad un coetaneo, vendeva giornali e lucidava scarpe, proprio di fronte alla centrale di polizia. Contemporaneamente, studiava inglese in una scuola serale. Dopo un breve periodo in cui s’improvvisò agente di cambio, a quattro anni dal suo arrivo divenne legalmente cittadino americano. A quei tempi, la nettezza urbana era organizzata dal distretto di polizia. Facendosi assumere come netturbino, il diciottenne Joe entrò in polizia dal gradino più basso. A 19 anni era già caposquadra. Il suo diretto superiore, l’ispettore Aleck Williams, aveva gravi problemi con la delinquenza italiana che si stava ramificando nel distretto. L’omertà accomunava vittime e colpevoli, ma un altro grande scoglio, per Williams, era rappresentato dall’impossibilità di comprendere la lingua dei suoi avversari, un dialetto ostico anche per un italiano di Firenze. Così Williams utilizzò Joe come «informatore». Il diventare «spia» della polizia era un percorso obbligato a cui non era sfuggito Vidocq, fondatore della Sûreté in Francia. Petrosino, tenace e versatile, impegnato in questo suo primo incarico, scoprì di possedere le doti del grande trasformista, del mago dei travestimenti. Qualità queste che avrebbero colpito, in seguito, l’immaginazione dei narratori di «pulps magazine», e avrebbero consacrato il «personaggio Petrosino» nell’immaginario collettivo, diventando protagonista «eroico» dei fumetti e dei racconti a fascicoli alla stregua di Buffalo Bill. Anche Pinkerton figura, col poliziotto italo-americano, tra gli «investigatori» realmente esistiti che, dopo la morte, sono trasmigrati nella narrativa popolare, a un soldo ad emozione. I successi precoci valsero al giovane Petrosino la realizzazione del sogno del giovane emigrante italiano, che il 19 ottobre 1883 vestì la divisa di poliziotto della polizia neworkese. C’era riuscito per le sue indubbie qualità professionali, anche se il suo fisico, basso e tarchiato, aveva rischiato di pregiudicarne la realizzazione: solo l’intervento autorevole di Williams aveva ovviato all’insulso ostacolo.

Luigi Barzini senior, il grande inviato speciale, ci consegna così un’istantanea di Joe Petrosino: «Era un uomo vigoroso e corpulento. Il suo viso, interamente raso, aveva tratti grossolani che una leggera butteratura deformava. Non riusciva simpatico a prima vista, ma c’era in quella sua fisionomia da macellaio l’impronta di una volontà ostinata e del coraggio, qualcosa che faceva pensare ad un mastino. Petrosino aveva più del lottatore che del poliziotto. Si capiva che doveva essere più abile ad acciuffare il delinquente che a scovarlo». Nei bassifondi neworkesi era conosciuto come «lu pitrusinu», il prezzemolo, per il dono dell’ubiquità trasformista. Dopo anni di pattuglia nel quartiere italiano, fu trasferito all’ufficio investigativo, assegnato al settore che si occupava della «delinquenza italiana». Fu in quegli anni che nacque e maturò l’amicizia con Teddy Roosevelt, allora Assessore alla Polizia, poi Governatore di New York ed infine 26esimo Presidente degli Stati Unit d’America.

Nel 1895 Joe Petrosino venne promosso «sergeant detective» e fu dispensato dall’indossare la divisa, che mal si conciliava con il suo fisico non certo scultoreo. Durante la sua carriera non abbandonò mai l’arte del travestimento. Nel 1898 Petrosino salvò Angelo Carboni dalla sedia elettrica: l’uomo era stato trovato con in mano un coltello insanguinato, accanto al cadavere di Natale Broglio, con cui aveva appena litigato. Joe riuscì a dimostrare che durante il litigio un acerrimo nemico di Broglio, Salvatore Cramella, lo aveva accoltellato alle spalle, sfruttando l’oscurità del vicolo. Intanto a Monza, il 30 luglio 1900, Umberto I re d’Italia veniva assassinato dall’anarchico Gaetano Bresci, proveniente da Patterson, Stati Uniti. L’ancora assessore alla polizia di New York Roosevelt convinse il Presidente McKinley ad affidare l’indagine a Joe Petrosino, il quale non deluse il suo mentore, riuscendo a dimostrare che il complotto era partito dalla «Mano Nera» anarchica di Patterson e che nell’elenco dei bersagli, oltre ad Umberto I, figuravano anche il Kaiser Guglielmo II, lo Zar di tutte le Russie, l’Imperatore austro-ungarico Francesco Giuseppe e lo stesso Presidente americano. Mckinley prese sottogamba la relazione di Petrosino e il 6 settembre 1901, durante l’esposizione pan-americana, venne assassinato a Buffalo, dall’anarchico polacco Leo Czolgosz.

Il 14 settembre morì: Petrosino disse soltanto: «Io lo avevo detto». La morte annunciata del Presidente giovò alla fama di Petrosino e quando Roosevelt divenne Presidente degli Stati Uniti fondò la «Italian Branch», una squadra di uomini senza uniforme, composta da Joe Petrosino, Maurice Bonoli, Peter Dondero, George Silva, Jonh Lagomarsini, Ugo Cassidi e Franco, l’unico di origine irlandese. La sede operativa fu posta in una casa intestata a Petrosino e composta da due camere, cucina e bagno. La squadra, specializzata in travestimenti, riusciva a infiltrare i suoi uomini nell’organizzazione della «Mano Nera» e più volte furono arrestati durante le retate della polizia. I metodi duri di Joe Petrosino divennero ben presto leggendari.

Seconda puntata, continua