Corriere di Ragusa
Email
Corrierediragusa.it mobile
Feed Rss Corrierediragusa.it
Corrierediragusa.it - Motore di ricerca
Corrierediragusa.it su Facebook
Corrierediragusa.it su Twitter
Corrierediragusa.it su Google+
Dimensione testo:
|
A
|
Corriere di Ragusa.it
Venerdì 2 Dicembre 2016 - Aggiornato alle 16:28 - Lettori online 1360
PALERMO - 27/12/2011
Cultura - Viaggio a ritroso nel fenomeno mafioso italo-americano

Don Vito Cascio Ferro e l’origine del «pizzo» in Sicilia

La storia del boss di Bisacquino, il mafioso che fece uccidere Joe Petrosino
Foto CorrierediRagusa.it

Tra la fine del secolo diciannovesimo e l’inizio del ventesimo, la mafia diventò la grande organizzazione criminale internazionale che conosciamo: in stretta connessione operativa, le «famiglie» di stanza in Sicilia e quelle ormai affermate e consolidate negli Stati Uniti, cominciarono la costruzione di una potenza economico-criminale fino ad allora mai sperimentata. Lo strumento usato fu la fabbricazione e lo spaccio di moneta falsa, il mezzo adoperato, invece, l’emigrazione – legale e più spesso clandestina – che negli anni successivi alla repressione dei Fasci Siciliani e al flagello socio-economico provocato dal crollo dei prezzi, dalla crisi agricola, soprattutto nel settore vitivinicolo, comportò il trasferimento forzato di centinaia di migliaia di siciliani negli Stati Uniti, in cerca di una vita migliore, decisi ad inseguire il «sogno americano».

L’anno che fa da discrimine fra un «prima» e un «dopo» fu sicuramente il 1903, a proposito del quale, con le cautele del caso, possono dirsi almeno due cose: 1)-il 1903 fu l’anno in cui gli Stati Uniti scoprirono, una volte per tutte, la mafia come fenomeno di criminalità organizzata; 2)-il 1903, in Sicilia e in Italia, è l’anno in cui, con sentenza di Stato, fu proclamata l’imbattibilità della mafia: tale «consacrazione» fu provocata dall’assoluzione da parte della Corte d’Assise di Firenze del deputato mafioso Raffaele Palizzolo, del boss Giuseppe Fontana e di altri due killer già condannati dall’Assise di Bologna per l’assassinio dell’ex direttore del Banco di Sicilia, Emanuele Notarbartolo. Nell’aprile del 1903, i giornali di New York si appassionarono, diciamo così, per quello che definirono «l’omicidio del barile»: un palermitano, certo Benedetto Madonia, era stato trovato ucciso, decapitato dentro un barile da zucchero. Fu Giuseppe (Joe) Petrosino, detective di origine italiana, ad accertare rapidamente che l’omicidio era stato commesso dentro il bar «Stella d’Italia» di Pietro Inzerillo e deciso all’interno di un’organizzazione di mafiosi falsari, tutti palermitani, di città o della provincia, capeggiata dal corleonese Giuseppe Morello, detto Iriteddu, soprannome legato alla mancanza di quattro dita della mano destra: tale menomazione, però, non aveva scalfito la sua fama di infallibile tiratore con il fucile. In carcere finirono undici mafiosi, tutti falsari.

Secondo il New York Herald i capi della mafia stabilirono di mettere a disposizione della difesa degli imputati la bella cifra di centomila dollari. Alcuni dei ricercati riuscirono, però, a scomparire e fra loro certamente il più pericoloso: Vito Cascio Ferro (foto), il boss di Bisacquino che, da lì a qualche anno, si sarebbe vendicato facendo uccidere – o come è stato fondatamente sospettato, ammazzandolo di propria mano – Joe Petrosino, arrivato a Palermo in missione segreta. Ma, che ci faceva don Vito Cascio Ferro a New York? Curava la gestione del business «carte false» – perché, è bene chiarirlo – la mafia non falsificava solo denaro, ma anche i certificati di naturalizzazione, fondamentali per controllare l’emigrazione clandestina ed era accanitamente ricercato anche dai Servizi Segreti statunitensi, che furono praticamente spiazzati dall’operazione della polizia newyorkese.

Il capo dei «Servizi», mister Flyn, in una dichiarazione riportata dal New York Journal che lo intervistò, affermò che «la soluzione del mistero del barile ha rovinato i nostri piani di circuire e prendere in nostra mano una delle più destre associazioni di falsificatori di monete che abbiano lavorato da molti anni a New York». Il cosiddetto «omicidio del barile», e il mistero che l’avvolgeva, fece scervellare la stampa americana per stabilire se fosse vero o meno che a New York esisteva la mafia regolarmente organizzata. La mafia fabbricava e spacciava non solo monete e biglietti di banca falsi, ma deteneva anche il monopolio dell’emigrazione clandestina, garantita attraverso una rete di rappresentanti in tutti i porti d’Europa: il prezzo di un viaggio clandestino era di 500 lire, corrispondenti oggi a circa 2.000,00 euro. L’intera organizzazione – a detta della polizia americana – nel 1903 vedeva implicati ben 700 italiani nella falsificazione di monete e biglietti di banca e 500 nella falsificazione dei certificati di naturalizzazione.Fra i protagonisti in terra americana abbiamo citato don Vito Cascio Ferro, di Bisacquino, definito da Michele Pantaleone il «vero capo della mafia siciliana»: ma chi era costui? Tra il 1892 e il 1894, aveva diretto il Fascio contadino di Bisacquino, ed era visto come il fumo negli occhi dai soci del Circolo dei Civili, il luogo frequentato dai grossi proprietari terrieri di Bisacquino. Ma già nel 1898, Vito Cascio Ferro quel suo passato da rivoluzionario se l’era buttato alle spalle, anche se - ha scritto G. Carlo Marino - continuava a portarsi dentro «gli umori del suo pervertito e satanico socialismo». Adesso, i suoi amici non erano più i contadini, ma certi personaggi della mafia, con i quali aveva messo su una flottiglia di pescherecci per lo smercio in Tunisia del bestiame rubato in Sicilia. Adesso, essere ammesso tra i "galantuomini" del suo paese era diventato per lui un obiettivo da raggiungere a tutti i costi. Far parte del "salotto buono" di Bisacquino avrebbe significato, infatti, la sua definitiva consacrazione a "uomo di rispetto". Era alto, piacente, col volto incorniciato da una barbetta biondiccia e ben curata. Vestiva con una certa eleganza, fumava in pipe lunghissime ed emanava una certa autorevolezza. Aveva sposato la maestra elementare Brigida Giaccone, una donna perbene. Molti già cominciavano ad anteporre al suo nome il titolo onorifico di «don». Per i "galantuomini" di Bisacquino, però, restava sempre un semi-analfabeta senza blasone, figlio di quell’Accursio Cascio Ferro, palermitano di Ballarò, campiere dell’ex feudo di Santa Maria del Bosco dei baroni Inglese, e di Santa Ippolito, originaria di Sambuca "Zabut". Quel suo passato di "fasciante" socialista, poi, nessuno l’aveva dimenticato. E quindi, che c’entrava lui con il Circolo dei Civili? Niente. Proprio per questo, la sua domanda d’iscrizione venne respinta all’unanimità.

Don Vito, però, non era uomo da rassegnarsi facilmente. Per vendicare lo "sgarbo", sellò un asino, vi salì in groppa, attraversò al piccolo trotto l’intera piazza Triona e si fermò davanti alla porta d’ingresso del circolo, al piano terra del Municipio. Era quasi sera e il locale già pullulava di soci. Alcuni giocavano a carte, altri leggevano il giornale, altri ancora stavano a chiacchierare. All’improvviso spronò l’asino, "costringendolo" ad entrare nel circolo, tra lo stupore e lo sgomento generale dei presenti. «Domani presenterò una nuova richiesta d’iscrizione e vedremo chi la rifiuterà», disse, compiaciuto della sua bravata. Non si sa se l’episodio è vero, ma ancora oggi a Bisacquino tutti lo raccontano come se lo fosse. E non si sa nemmeno se don Vito fece in tempo a presentare la nuova richiesta, perché la situazione per lui precipitò. La sera del 13 giugno 1898, infatti, fu rapita a Palermo la baronessina Clorinda Peritelli di Valpetroso, di 19 anni. Il giorno dopo venne liberata, presumibilmente perché i genitori avevano pagato il riscatto. Ma, grazie agli informatori, la polizia riuscì a mettere le mani sui rapitori, che la baronessina identificò. Erano Vito Cascio Ferro, lo studente Girolamo Campisi, Giusto Picone, Antonio Enea, Pietro Di Benedetto, Valentino Di Leo e Lucrezia Zerbo. Le cose si stavano mettendo male, ma don Vito ebbe un’alzata d’ingegno. Egli infatti dichiarò subito che si era trattato di un "ratto d’amore»: lo studente Campisi, innamoratissimo della bella Clorinda, lo aveva pregato di dargli una mano e lui, essendo un romantico, non aveva avuto il coraggio di dirgli di no. Non si conoscono i dettagli, fatto sta che quella versione fu accettata e don Vito subì una condanna a soli tre anni, completamente condonata. Comunque, in Sicilia il clima per lui cominciò a farsi pesante, per cui nei primi di agosto del 1901 raggiunse Marsiglia, da dove s’imbarco per gli Usa.

Negli States sarebbe rimasto poco più di tre anni, ma gli bastarono per consolidare i rapporti con la mafia d’Oltreoceano, la famosa "Mano Nera", inventare la pratica generalizzata del "pizzo" ed accrescere la sua fama di "uomo di rispetto". Ritornò in Sicilia il 28 settembre 1904, per sfuggire all’accusa di complicità nell’assassinio del già ricordato Benedetto Madonia (il cosiddetto "delitto del barile"), mossagli dal famoso poliziotto italo-americano, Joe Petrosino, che avrebbe ancora incontrato sulla sua strada, e di cui ci occuperemo nella prossima puntata.
(Fine della prima puntata)