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PALERMO - 16/07/2011
Cultura - Un inedito sull’installazione dei missili russi contro l’America

Le navi che portarono i missili a Cuba via Stretto di Messina

Il cineoperatore della Rai Matteo Marsala nel 1961 girò 60 metri di pellicola per gli americani quale prova del carico bellico

Nessuno sa, salvo pochi addetti ai lavori sparsi per il mondo, che la crisi dei missili di Cuba si aprì in Sicilia. Nel 1961, il responsabile della redazione romana della NBC americana chiese al corrispondente per la Sicilia, Matteo Marsala, di recarsi immediatamente con la cinepresa a Messina, per girare una sessantina di metri di pellicola sul passaggio, attraverso lo Stretto, di tre navi mercantili, una greca, una russa e una italiana. Erano dirette ad ovest, avrebbero costeggiato la parte settentrionale dell’Isola e trasportavano, rispettivamente, grano, laminati d’acciaio e benzolo. Matteo Marsala era un personaggio straordinario, aveva fatto di tutto nella sua vita, il meccanico, il corridore automobilista, il legionario, il colono in Africa Orientale, la comparsa cinematografica, il salumiere e l’organizzatore televisivo. Per 20 anni fece l’operatore di filmati a cachet per conto dei servizi giornalistici della RAI.

Marsala non intendeva farsi scappare il «servizio» e non voleva scontentare gli americani, che pagavano molto bene. Partì subito per Messina «armato» della sua cinepresa, senza sapere che in quelle tre navi si nascondeva materiale da intrigo internazionale. Le navi provenivano da Odessa, sul Mar Nero, nel cui porto era avvenuto un «incidente», non si sa quanto casuale. Durante le operazione di carico della nave italiana si era staccata dalla gru una cassa di «benzolo», precipitando sulla banchina e si era aperta, mettendo in vista il vero materiale in essa contenuto, definito «molto interessante» dagli agenti o informatori che la CIA aveva «piazzato» nei principali porti sovietici e del mar Nero, al fine di controllare ogni operazione sospetta, che coinvolgesse navi dirette verso porti occidentali.

Gli agenti americani avevano visto che nelle casse al posto del «benzolo» c’erano «pezzi» smontati di rampe missilistiche, destinate a Cuba. Immediatamente comunicarono tutto al Pentagono e da lì partì l’operazione che vide coinvolto – attraverso la NBC - il nostro Matteo Marsala. All’atto dell’incarico gli fu data carta bianca circa la facoltà di spesa: gli dissero di noleggiare, se necessario, aerei e motoscafi, anche se il noleggio di un aereo all’epoca costava centoventi mila lire. Doveva girare a qualunque costo non meno di 30 metri di pellicola, ma tutti «validi».

La nave greca e quella russa attraversarono lo Stretto, l’italiana che le seguiva improvvisamente invertì la rotta dirigendosi a tutta forza su Messina. Il comandante prima di entrare in rada lanciò un messaggio via radio diretto alla Capitaneria di Porto, sostenendo di essere stato colpito da un violento attacco di appendicite che necessitava un immediato intervento chirurgico. In verità, a Messina, assieme al comandante sbarcò l’intero equipaggio, lasciando la nave assolutamente in abbandono. Matteo Marsala, ancora fermo all’operazione anticontrabbando, ebbe così l’opportunità di «girare» non 30, ma ben 60 metri di pellicola, addirittura all’interno della stiva della nave, all’interno della quale era riuscito ad entrare assieme ad una giovane tedesca, della quale non fornì mai particolari, salvo il fatto che la definiva una buona amica con la quale andava a letto. Più niente.

I 60 metri di pellicola – via Roma – andarono a finire nelle mani degli specialisti americani del Pentagono e, quindi, corredati da opportuna e circostanziata relazione, sul tavolo del Presidente John F. Kennedy. Pochi giorni dopo, Marsala al pari di tutti gli altri siciliani apprese dai giornali che la pace nel mondo era in pericolo perché l’URSS aveva installato dei missili a Cuba, puntati verso le coste e le città statunitensi.

Qualche tempo dopo, quando Marsala aveva già dimenticato la sua «missione», un personaggio che sosteneva di venire da parte del Consolato americano, lo «invitò» a recarsi per qualche tempo negli Stati Uniti «senza spendere una lira». Matteo Marsala capì di «dovere» accettare quell’invito. Ed accettò!

All’aeroporto «Fiorello La Guardia» fu accolto da un autentico generale a quattro stelle, fu ospitato in una suite dello Sheraton e ricevuto al Pentagono, a Washington. «Ero certo di essere guardato a vista» – ha raccontato Matteo Marsala – «c’erano almeno due persone che non mi lasciavano un solo momento» mentre era ospite del Pentagono ed accompagnato dal generale a quattro stelle, il quale fu così gentile da presentargli anche la moglie.

Qualche giorno dopo fu ammesso negli Uffici del Pentagono, fu introdotto in un grande salone ad una parete del quale era appeso un grande schermo, subito dopo furono spente le luci e furono proiettati, nel più assoluto silenzio, i 60 metri di pellicola avventurosamente girati a Messina. Alla fine, il generale che aveva accolto Matteo Marsala all’aeroporto, gli chiese di confermare le circostanze in cui era stata girata quella pellicola. Marsala, rispondendo, non ricordava se «si» o «yes», confermò l’autenticità delle «riprese».

L’operazione Cuba si era così conclusa. A Matteo Marsala, fra l’altro, fruttò 50 dollari da parte della NBC per il «servizio» ed altri 250 «a titolo di omaggio» glieli fece avere il Dipartimento di Stato statunitense, che autorizzo il Marsala a filmare gli interni della Casa Bianca, compreso lo studio privato del Presidente, il famoso studio ovale. Infine, gli americani gli rilasciarono anche uno speciale tesserino, di colore azzurro, con la qualifica di «special detective». A New York, fra l’altro, gli avevano offerto di lavorare per i servizi segreti americani. Ma vi rinunziò e Ruggero Orlando, il mitico corrispondente della RAI di quell’epoca dagli Stati Uniti, gli disse che era stato stupido a non accettare.