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PALERMO - 02/07/2011
Cultura - Milazzo, Alessi, Restivo, Aldiso, Gullotti, gli anni della «Balena bianca» nell’isola

Alle origini delle "correnti" democristiane

Silvio Milazzo, «mezzo barone mezzo villano», seppe gestire al meglio la legge di riforma agraria
Foto CorrierediRagusa.it

A partire dall’insediamento della prima Assemblea Regionale Siciliana (25 maggio 1947) e fino al 1958, Silvio Milazzo fu sempre deputato ed assessore regionale. Compagni di partito ed avversari politici gli riconobbero competenza e professionalità, oltre che correttezza ed imparzialità, nello svolgimento dei suoi incarichi, a prescindere dalle deleghe assessoriali di volta in volta ricevute. Non si può qui non ricordare come il nome di Milazzo risulti strettamente legato alla legge di riforma agraria del 27 dicembre 1950, strumento legislativo che segnò l’inizio della fine del latifondo siciliano e diede il via ad una trasformazione sociale ed economica della nostra Isola di cui, nel momento, non si colse appieno la portata. La legge di riforma agraria, ancorché insufficiente nei confronti delle aspettative della sinistra, impegnata in quel torno di tempo nelle lotte contadine per l’occupazione delle terre incolte, non va letta come fenomeno risolutore dell’atavico problema sociale siciliano, quanto piuttosto come uno spartiacque fra un prima e un dopo, insomma un momento storico-normativo dopo il quale nulla è stato come prima.

Milazzo – «mezzo barone e mezzo villano», secondo la definizione di Felice Chilanti - seppe gestire al meglio la legge di riforma agraria. Era stato da sempre sostenitore della opportunità se non della necessità di incoraggiare e sostenere la trasformazione fondiaria nelle campagne, nonché la meccanizzazione agricola e la creazione di un’industria della trasformazione dei prodotti agricoli, in un ordine che posponeva e subordinava il momento della limitazione della proprietà e della riforma dei rapporti di lavoro. L’allievo di don Sturzo seppe abilmente creare le condizioni ideali perché a gestire la riforma agraria e i suoi strumenti fosse il suo partito, la Democrazia Cristiana. Raccogliendone politicamente i frutti.

Silvio Milazzo aveva chiaro che i guai per la Sicilia erano cominciati «quando nella sua storia era entrato il nome di Roma» e che l’ottantennio sabaudo-piemontese aveva definitivamente affossato l’economia siciliana, così come – invece – la conquistata autonomia avrebbe potuto invertire il processo di decadimento dell’Isola. Si andava così formalizzando un filone politico-culturale tutto nuovo, milazziano, - l’autonomismo sicilianista – che aveva come obiettivo l’esclusivo interesse della Sicilia e dei Siciliani. Il modello prevedeva lo sviluppo di una politica regionale unitaria improntata al «buon senso comune», sulla scorta del quale, dopo le critiche più aspre al centralismo romano, rivolgeva a tutti i deputati siciliani, impegnati all’ARS o presso i due rami del Parlamento, un sentito ed accorato invito all’unità di intenti, attraverso il quale proponeva:

«Vi invito a considerarvi, uno per uno, astratti dal partito a cui apparteniamo. Dimentichiamo di aver in tasca una tessera; dimentichiamo il colore di essa e quello delle bandiere che accendono le menti fanatiche. Esaminiamo lo stato ed il valore della nostra terra, se ci siamo tanto nobilmente prefissa la facoltà di legiferare con criteri regionalistici, in materia di riforma fondiaria; esaminiamo lo spirito ed indaghiamo nelle aspirazioni della nostra gente, se diciamo di amare quel popolo del quale abbiamo raccolto i suffragi come espressione della fiducia in noi riposta».

Insomma, una nuova e più articolata espressione della posizione sturziana del 1947, improntata al concetto de «La Sicilia al di sopra dei partiti», che se guardata nel profondo introduceva un’altra variabile dell’autonomismo sicilianista di Silvio Milazzo, peraltro condiviso da altri due importanti calatini, Sturzo e Scelba, e cioè la contestazione del carattere politico-parlamentare dell’ARS e la contrarietà rispetto alla politicizzazione dell’Assemblea, che rischiava così una vera e propria degenerazione parlamentaristica e partitica. In concreto, andava maturando in Milazzo l’esigenza, condivisa da altri politici a lui vicini, come Giuseppe Alessi, di sviluppare una politica regionale autonoma e sganciata dalle segreterie romane dei partiti.

A partire dal 1954 all’interno del partito andò sviluppandosi una vera e propria guerra. La posizione di Milazzo, così come quella di Alessi, Restivo ed Aldisio veniva intanto messa in discussione, fortemente contestata e contrastata dai rappresentanti della corrente di Iniziativa democratica, guidata dal segretario nazionale Amintore Fanfani, che avevano conquistato l’egemonia nella DC siciliana con Antonino Gullotti, corrente che faceva da apripista al cosiddetto «partito nuovo», sempre più centralizzato ed organizzato, ma assolutamente incapace di interpretare le istanze autonomistiche che provenivano dall’evoluzione politica regionale.

Per la Sicilia, intanto, si apriva una stagione nuova e diversa, segnata dalla scoperta del petrolio, con le conseguenti prospettive di sviluppo industriale, mentre la riforma agraria cominciava a produrre i suoi effetti, ridisegnando il volto della società isolana.

Il 1955 fu l’anno del cambiamento. Le elezioni di quell’anno segnarono la fine dei governi di centro-destra e l’avvio di una legislatura molto movimentata, che si chiuse clamorosamente sotto il segno di Silvio Milazzo. Il 21 luglio 1955, quando stava meditando di ritirarsi dalla competizione elettorale per i forti contrasti con la componente fanfaniana del partito, Milazzo venne addirittura eletto presidente della Regione, con i voti di deputati di sinistra, di destra e di parte della stessa DC. Il fatto che non accettò l’investitura non gli impedì di diventare il punto di riferimento del gruppo democristiano attestato su posizioni autonomistiche ed antifanfaniane. L’instabilità dei governi e lo scontro all’interno del partito erano all’ordine del giorno, mentre l’astro nascente dell’autonomismo sicilianista insisteva nella sua linea di «apertura al buon senso», fino a fargli scrivere sul Giornale di Sicilia, il 16 novembre del 1956, nel pieno di una crisi della politica siciliana che aveva coinvolto il governo di Giuseppe Alessi:

L’Autonomia si difende e resistendo agli attacchi della burocrazia centrale e rendendo consapevole o maggiormente consapevole il popolo siciliano della utilità, o meglio della necessità degli istituti autonomistici per la redenzione della Sicilia».

Ed è a partire da quel contesto che in Milazzo matura la convinzione che di fronte alle spinte e alle pressioni del centralismo andava rafforzata la difesa dell’Autonomia e rilanciata attraverso una sorta di trasversalità parlamentare, cioè realizzando larghe convergenze al di fuori e al di sopra delle rigide formule degli schieramenti, che definiva «imitatrici e incapaci di contenere nei loro rigidi confini una realtà vasta, complessa e irrequieta in continuo divenire come [era] quella di una regione depressa che lotta[va] per conquistare posizioni economiche e sociali progredite». E ancora, sosteneva che si rendeva quanto mai necessario depoliticizzare il parlamento regionale, richiamandolo alla sua funzione naturale, che era amministrativa. Da qui la sua «apertura al Buon senso«.

La strategia milazziana per la difesa comune degli interessi siciliani, che fra l’altro era stata collaudata, attraverso una votazione all’unanimità, in occasione, per esempio, dell’abolizione dell’Alta Corte per la Sicilia, faceva comunque paura a molti, a cominciare da don Sturzo che rifiutava nettamente l’ipotesi di una grande coalizione che comprendesse socialisti e comunisti, verso i quali continuava a manifestare una chiusura netta e inesorabile. Intanto, la corrente fanfaniana con l’elezione di Giuseppe La Loggia del novembre 1956 era riuscita a mettere le mani sul governo regionale e s’apprestava a ridimensionare Silvio Milazzo, che per la prima volta dal 1947 non era stato inserito nella squadra assessoriale della DC. Ci pensò, però, il voto d’Aula, nel segreto dell’urna, a rimetterlo in pista, con la nomina ad assessore del governo La Loggia. Non gradito dal partito, ma eletto da uno schieramento ampio e trasversale che sempre più andava raccogliendosi attorno al nome di Silvio Milazzo.

Nell’estate del 1958 un’ennesima crisi di governo si formalizzò al culmine di un lungo e travagliato periodo di tensioni e di scontri tra governo centrale e governo regionale, oltre che all’interno della DC e alle profonde divergenze con e tra gli attori economici, come Confindustria, Sicindustria di Mimì La Cavera (foto), Eni, etc. Silvio Milazzo fu il protagonista assoluto di quel contesto socio-politico ed economico della Sicilia che corrisponde al biennio 1958-1960. Attraverso la sua elezione a Presidente della Regione, il 23 ottobre 1958, frutto di una maggioranza trasversale e variegata che andava dalla sinistra (PSI e PCI) alla destra (monarchica e missina), passando per i dissidenti democristiani che avevano respinto il candidato ufficiale deciso dalla segreteria romana, si realizzò il cosiddetto «milazzismo», termine che al di là delle definizioni che di volta in volta ne sono state date, realizzò compiutamente l’idea di ribellione verso Fanfani e i suoi «proconsoli» in Sicilia, nonché di difesa strenua e consapevole dell’autonomia siciliana nei confronti della prepotenza romana e dei monopolisti del Nord che ancora una volta erano piombati in terra di Sicilia per depredarne le risorse petrolifere, mortificando le aspettative e le speranze di un futuro migliore. Ed invece, i flussi migratori continuavano ed anzi si ingrossavano, segnacolo di una terra ancora depressa, incapace di assicurare il diritto al lavoro ai propri figli.

Un ruolo non indifferente fu recitato dalla stampa, che adottò Milazzo come il paladino dell’Autonomia, nel cui nome si batteva anche contro i poteri forti romani e la grande industria del nord. In questo senso, «L’Ora» di Palermo rappresentò una sorta di cassa di risonanza del pensiero e dell’azione di Silvio Milazzo.

Il gruppo di dissidenti venne espulso dalla DC, anche se in occasione della presentazione del programma a Sala d’Ercole, il 31 ottobre 1958, Silvio Milazzo aveva posto l’accento sul carattere amministrativo del suo governo. All’espulsione fece seguito, il 7 dicembre 1958, la scissione e la conseguente nascita di un secondo partito cattolico, l’Unione Siciliana Cristiano Sociale, alla cui nascita non partecipò Milazzo, anche se certamente non poteva essere nato senza il suo consenso. La presentazione del manifesto politico del nuovo soggetto politico avvenne nel corso di una conferenza stampa tenuta dai deputati regionali Ludovico Corrao, Gaetano Battaglia, Salvatore Messineo e Giuseppe Signorino.


Nella primavera del 1959, il 19 aprile, in occasione di un suo intervento alla Costituente dell’USCS Milazzo, dopo aver definito la partitocrazia coma la «Mala signoria», che degenerando aveva compromesso l’autonomia, inquinato la democrazia, invocava per il secondo partito cattolico «la forma di una libera unione di uomini che, senza alcuna distinzione ideologica, avessero come bandiera e fine la difesa dell’autonomia».

Nel corso della campagna elettorale per le regionali del giugno 1959 Milazzo fu accusato di essere stato un separatista, di essere un traditore ed un eretico o, come affermava il suo stesso maestro don Sturzo, di fungere da «cavallo di Troia» per i comunisti. La presenza dei comunisti al governo di un’isola strategica al centro del Mediterraneo in un periodo di «guerra fredda» inquietava non poco le alte sfere della politica estera italiana e dei Servizi. La difesa di Silvio Milazzo ribadiva con fermezza la sua stretta osservanza cattolica e la sua posizione ideologica di anticomunista, così come puntava a dimostrare che intendeva anteporre alle etichette e alle formule ideologiche le esigenze e i bisogni della Sicilia, i soli prioritari. Quasi a chiudere ogni equivoco, Milazzo sosteneva che «l’anticomunismo era un lusso che la Sicilia non poteva permettersi», così come nel pieno della bufera politica che la sua elezione aveva scatenato, aveva affermato:

«Abbiamo bisogno di fede per muovere le montagne di miseria e d’ingiustizia che il nostro popolo ha subito e subisce. I siciliani debbono unirsi, perché la casa brucia. Ognuno deve sacrificare quello che ci divide e che nella nostra cara ed infelice Sicilia ha carattere secondario e particolare».

L’USCS diventò la terza forza politica in Sicilia, raccolse il 10,6% dei consensi e Milazzo guidò altri due governi, il secondo da agosto a dicembre 1959, il terzo fino al febbraio 1960, che però videro il disimpegno delle destre. Il 16 febbraio 1960, quando la maggioranza si era ormai sfaldata, in seguito ad uno oscuro scandalo relativo alla compravendita di parlamentari che coinvolse un deputato cristiano sociale e uno comunista, Milazzo rassegnò le dimissioni. Lo scandalo, del quale ci occuperemo in altra sede, era stato costruito in laboratorio dai vertici democristiani per chiudere l’esperienza milazziana, consegnandola alla storia come deteriore espressione di affarismo, trasformismo e opportunismo.

Di lì a poco, nel settembre 1961, in Sicilia nacque il centro-sinistra, con l’alleanza tra democristiani e socialisti. Pochi mesi prima, in un momento di stallo, il 17 maggio 1961, l’Assemblea aveva eletto per la quinta volta Milazzo come Presidente della Regione. Elemento questo paradigmatico dello scollamento che continuava ad esistere tra i componenti dell’Assemblea e le segreterie dei vari partiti che imponevano scelte altre e diverse. Non necessariamente gradite.
Dopo Milazzo nessuno ha più provato a ripercorrere gli stessi sentieri, nessuno ha dimostrato di professare la «religione dell’autonomia», nessuno ha provato a riprendere il testimone dell’autonomismo sicilianista che il grande calatino ha lasciato in eredità ai Siciliani Veri.