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PALERMO - 14/01/2011
Cultura - Palermo: viaggio nell’intimo dell’isola e dei siciliani

La Sicilia ai tempi della «questione contadina»

L’economia siciliana di tipo latifondistico nelle mani di pochi grandi proprietari terrieri, con l’eccezione rappresentata dall’area iblea, dove era ormai consolidata la proprietà diffusa ed un sistema produttivo in mano alla media e piccola imprenditoria agricola

Tra il Settecento e l’Ottocento i censimenti avevano registrato, in generale, un progressivo ed interrotto incremento della popolazione, a carattere definitivo. La cosiddetta «trappola della fame» di malthusiana memoria che aveva improntato di sé la demografia di antico regime, non faceva più paura, anzi si può dire che fosse quasi definitivamente spezzata. Conseguentemente, si verificò un aumento delle risorse produttive senza precedenti, indispensabile contrappeso alle accresciute esigenze alimentari di una popolazione in costante aumento: aveva preso il via quella sorta di circolo virtuoso tra aumento ininterrotto della popolazione, da un lato, e della ricchezza, dall’altro, fenomeno, questo, connotativo delle più moderne società capitalistiche. In Sicilia l’aumento della popolazione significò la crescita lenta ma irreversibile dei centri urbani più significativi (Palermo, Messina, Catania, Siracusa, Trapani e Marsala). tutti posti a corona lungo le coste isolane, ma anche le città di medie dimensioni beneficiarono dell’incremento generale.

Agli inizi del Settecento Palermo aveva 145 mila abitanti, alla metà del secolo aveva già superato i 165 mila e alla fine aveva raggiunto i 200 mila abitanti. Tra la fine del Settecento e l’Unificazione nazionale si assistette al raddoppio del numero dei comuni con più di 10 mila abitanti (passarono, infatti, da 41 a 89); alla triplicazione di quelli con più di 15 mila abitanti (da 14 a 45). E ancora, delle trentaquattro città esistenti nel Meridione nel momento dell’unificazione, portatrici di una popolazione di oltre 20 mila abitanti, dieci si trovavano in Puglia e ben quattordici in Sicilia. Palermo e Messina furono le uniche città, assieme a Napoli-capitale, a superare i 100 mila abitanti.

L’aumento irreversibile della popolazione si tradusse in una sempre maggiore richiesta di prodotti agricoli, fenomeno questo che assieme all’aumento dell’importazione causò un aumento dei prezzi di alcuni prodotti agricoli (ad esempio, del grano), e che spinse gli operatori agricoli (proprietari e contadini) ad intensificare lo sfruttamento anche delle aree fino ad allora non coltivate, per cui si assistette ad un vero e proprio fenomeno di debbio, cioè di abbattimento di migliaia di ettari di boschi e di foreste per far posto al coltivo, soprattutto di grano, granturco e segale.

Il primo trentennio dello Stato unitario (1860-1890) era stato caratterizzato da alterne vicende politiche e dall’avvio della trasformazione economica italiana che, da fondamentalmente agricola, cominciava a muovere, soprattutto nelle regioni del Nord, i primi passi verso l’industrializzazione. Si trattava, in effetti, di un processo che già in precedenza era avvenuto in altre nazioni europee, quali l’Inghilterra, la Francia e la Germania e che in Italia era reso più complesso e travagliato dalla eterogeneità delle condizioni politiche, sociali ed economiche dei singoli Stati che erano confluiti a formare il regno unitario. La guida politica del giovane Stato italiano era passata dalla Destra conservatrice al liberalismo e alla Sinistra progressista e la Sicilia era stata protagonista di queste trasformazioni: basti pensare alle elezioni politiche del novembre 1874 che avevano visto il trionfo della Sinistra ed erano state il preludio della «rivoluzione parlamentare» del 18 marzo 1876; alla caduta del Ministero Minghetti e all’avvento del ministero Depretis prima e dell’era Crispina poi; e alla partecipazione, in posizione di primo piano, di uomini politici siciliani quali Francesco Crispi, Antonio Starrabba di Rudinì, Napoleone Colajanni, Finocchiaro Aprile, il marchese di San Giuliano, il principe di Camporeale ed altri ancora.

La presenza di tanti qualificati personaggi politici, però, non riuscì ad incidere in maniera significativa sulle condizioni e sulla trasformazione dell’economia siciliana, frenata dalla presenza del blocco agrario, che di fatto, aveva in mano, nell’Isola, le leve del potere e che - in virtù del sistema elettorale vigente – riusciva a portare al Parlamento nazionale uomini fedeli e pronti a difendere gli interessi della categoria. La rappresentanza parlamentare siciliana, infatti, era in larghissima parte costituita da grandi proprietari terrieri per lo più di estrazione aristocratica e da grandi professionisti. Il blocco agrario aveva così un controllo pressoché totale sulla vita politica e sociale dell’isola.

Il provvedimento governativo in favore dell’economia siciliana fu sostanzialmente rappresentato dal cosiddetto «protezionismo doganale», voluto congiuntamente sia dal blocco agrario meridionale che dal blocco industriale del nord-Italia, che, in effetti, consentì lo sviluppo industriale del nord, ma apportò benefici, ancorché più limitati e di più breve durata, anche nelle economie agricole meridionali, iniziando così quel processo di divaricazione tra sistemi economici del nord e del sud dell’Italia che si è andato accentuando nel corso di un secolo, perdurando fino ai nostri giorni.

In un siffatto clima maturò la candidatura di Palermo quale sede della quarta Esposizione nazionale (dopo la prima di Firenze del 1861, quella di Milano del 1881, e la terza di Torino del 1884), che avrebbe dovuto dimostrare i vantaggi del sistema protezionistico per lo sviluppo dell’economia, sia di quella agricola che di quella industriale. L’economia siciliana, nei fatti, non ne ricavò i benefici pensati, sostanzialmente restò quella che era e cioè un’economia agricola arretrata condizionata da una gestione di tipo latifondistico nelle mani di pochi grandi proprietari terrieri, con l’eccezione rappresentata dall’area iblea, dove era ormai consolidata la proprietà diffusa ed un sistema produttivo in mano alla media e piccola imprenditoria agricola.

Certamente un aspetto positivo fu rappresentato dal fatto che molti siciliani, visitando l’Esposizione, poterono venire a conoscenza dei diversi aspetti produttivi dell’economia italiana (basti pensare che erano presenti ben 7.000 espositori) e prendere contatti e intrattenere rapporti con operatori economici di diverse regioni italiane; si compiva così un ulteriore passo nella direzione del cosiddetto processo di unificazione degli Italiani e non è improbabile che queste nuove conoscenze possano avere avuto un’influenza su quel movimento dei «Fasci» siciliani che nel 1892 e nel 1893 avrebbe segnato una svolta nella «questione contadina».

Occorre a questo punto operare una pur breve riflessione sulla situazione economica venutasi a creare dopo l’Unità d’Italia. Nel Sud, in generale, e in Sicilia, in particolare, si era rafforzata la tendenza ad impiantare vigneti, agrumeti ed uliveti. Era la naturale risposta al cambiamento d’indirizzo della politica economica: se il protezionismo aveva favorito l’espansione della cerealicoltura, la politica economica liberista anteriore al 1887 e i trattati commerciali con l’estero determinavano, dopo l’Unità, la rapida espansione di colture specializzate, vigneto ed agrumeto soprattutto, destinati a diventare i settori più dinamici e moderni dell’agricoltura siciliana della seconda metà dell’Ottocento. Coltivazioni tutte ad alto valore aggiunto, il cui mercato era, però, fortemente instabile. Contestualmente, al Nord si rafforzava la zootecnia e la coltura della seta. La produzione vinicola della Sicilia unitaria conobbe fasi di alterna fortuna almeno fino alla prima guerra mondiale. Per le caratteristiche di «coltura asciutta», il vigneto è stata definita «la valvola di sicurezza contro la campestre miseria». Rappresentò sicuramente un deterrente all’emigrazione per la gran quantità di manodopera che riusciva ad assorbire direttamente e nelle attività connesse.

L’espansione della viticoltura fu spettacolare: la superficie vitata era passata dai 145.770 ettari del catasto borbonico (1853), pari al 6% della superficie agraria e forestale, ai 211.454 ettari del 1870-74, con una produzione media annuale di 4.246.363 ettolitri di vino e per una resa di 20 ettolitri per ettaro contro i 14,29 ettolitri per ettaro della media nazionale, che però non reggeva senza inacidire ai calori dell’estate e ai lunghi viaggi, soprattutto se per mare, a causa dell’impreparazione dei vinai siciliani nel confezionare i vini da pasto. Solo nella produzione dei vini liquorosi da dessert, la produzione siciliana reggeva sui mercati esteri il confronto con i migliori vini stranieri. Si trattava del ben noto «marsala», vero e proprio «articolo da banchiere», come veniva chiamato, del «moscato» di Siracusa e della «malvasia» delle Eolie. Qualche anno dopo grazie all’impianto di nuovi vigneti, soprattutto nel trapanese, nel catanese e nel ragusano, (1879-83), si arrivò ad una superficie vitata di 321.718 ettari, con una produzione media annuale di 7.652.207 ettolitri. L’esportazione di vino siciliano all’estero all’inizio degli anni Settanta non superava i centomila ettolitri, nel 1880 era stata di 760.434 ettolitri, pari al 35% dell’intera esportazione italiana del settore.

L’andamento delle esportazioni siciliane di vino nell’ultimo quarto del secolo XIX ebbe un partner d’eccezione nella Francia colpita dalla Fillossera, ma si trattò di un fatto episodico e non strutturale; le aspettative del settore di una sempre maggiore espansione dei suoi vini nei mercati d’oltralpe e d’oltremare, furono sempre frenate da una politica estera italiana non all’altezza e da vicende interne della viticoltura.

Venuto meno il grande mercato francese a causa della guerra doganale del 1887, la Sicilia subì il più forte dei disastri economici e, conseguentemente, si acuì il divario con il Nord dell’Italia. La perdita del mercato francese ebbe comunque un suo lato positivo: se fu disastrosa nei suoi effetti immediati, arrecò pure un gran bene alla produzione vinicola. Infatti, «mentre prima i vini erano preparati con nessuna cura e si vendevano grezzi, ruvidi, spesso malandati, la crisi fece accorti [i produttori] che dovevano seguire un’altra via più razionale e fece [loro] mettere maggiori cure nella vinificazione e nella conservazione del vino».

L’accordo del 1891 con la Germania, «fatto per sfogare i nostri vini da taglio», finì invece per favorire la concorrenza spagnola e «soppresse addirittura l’esportazione, sul mercato tedesco, del vino italiano da diretto consumo». Ad una voce i vitivinicoltori siciliani chiesero al Governo italiano l’abolizione del dazio interno, per smaltire l’invenduto destinato ai mercati tedeschi.

Dopo qualche anno della chiusura del mercato transalpino, coll’apertura del mercato austro-ungarico, la vitivinicoltura siciliana riprese in gran parte la sua attività commerciale. I rigori della dogana austriaca elevarono il tasso di onestà commerciale. Già nel 1904, però, l’abolizione della «clausola di favore» per i vini italiani chiuse, nei fatti, l’importante mercato austriaco e fece ricadere il settore in un nuovo periodo di crisi. I mercati esteri di consumo, ad eccezione della Svizzera, erano poco permeabili ai vini siciliani poiché il vino in botte, destinato alle masse popolari, risentiva degli effetti dei dazi doganali e della concorrenza. Diversamente andavano le cose per i «vini fini» in bottiglie e fiaschi, la cui esportazione era caratterizzata da un lento, ma continuo e confortante aumento. Da 3.752.200 bottiglie esportate nel 1897, per esempio, si era passati a 7.004.600 nel 1903. Il vino di qualità superiore, il vino «tipo», infatti, penetra lentamente nelle abitudini, ma una volta trovato il cliente non viene abbandonato, perché si tratta di clienti appartenenti ad una nicchia di mercato di persone agiate, ricche, alle quali non fa impressione la concorrenza né gli aumenti dei dazi doganali. Ma guerra doganale con la Francia, conseguenza della svolta protezionistica del 1887, segnò la fine dell’espansione vitivinicola della prima fase post-unitaria.

La coeva crisi fillosserica fra la fine degli anni Ottanta e i primi anni Novanta del XIX secolo, assieme alla insipiente politica protezionistica, crearono una sorta di corto circuito economico e sociale e furono la causa prima di un quasi inarrestabile flusso migratorio verso le Americhe. La Sicilia s’apprestava a scrivere – con la mano dei suoi figli trapiantati al di là dell’Atlantico – una nuova pagina della sua storia, ancora una volta per decisoni assunte da altri, artefici non graditi del futuro della nostra Terra e dei suoi figli.

Terza parte- fine