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Sabato 10 Dicembre 2016 - Aggiornato alle 23:18 - Lettori online 1032
PALERMO - 09/01/2011
Cultura - Palermo: viaggio nell’intimo dell’isola e dei siciliani

Sicilia, terra di frontiera nell’immaginario collettivo

La lungimiranza di Sciascia: «Continuo ad essere convinto che la Sicilia offra la rappresentazione di tanti problemi, di tante contraddizioni, non solo italiani ma anche europei, al punto da poter costituire la metafora del mondo odierno»

Sicilia come zona di frontiera nell’immaginario collettivo. Ci riferiamo alla Sicilia vista come zona di frontiera, dove i principi delle culture «normali» non potevano trovare applicazione; ad una Sicilia che «dopo cinquant’anni di vita unitaria, dedicati dalla classe dirigente a creare l’apparenza di una un’uniformità italiana, con la conseguenza che le regioni avrebbero dovuto sparire nella nazione e i dialetti nella lingua letteraria nazionale» – ha scritto Antonio Gramsci – risultava «la regione che ha più attivamente resistito a questa manomissione della storia e della libertà». E ancora, «la Sicilia ha dimostrato in numerose occasioni di vivere una vita a carattere nazionale proprio, più che regionale […] la verità è che la Sicilia conserva una sua indipendenza spirituale, e questa si rivela più spontanea e forte che mai nel teatro», che è diventato gran parte del teatro nazionale.

«Continuo ad essere convinto» - scriveva ancora Sciascia – «che la Sicilia offre la rappresentazione di tanti problemi, di tante contraddizioni, non solo italiani ma anche europei, al punto da poter costituire la metafora del mondo odierno». Una Sicilia, allora, che contestualmente al suo essere percepita come eccezionale ed anomala, sembra anche simboleggiare – in forma estrema – i problemi di tutto il Meridione d’Italia o addirittura tutto il Sud del mondo.

Nell’immaginario collettivo la Sicilia è una miscela di tutte le culture del Mediterraneo, e non solo. Allo stesso tempo essa è sempre segretamente, ostinatamente la stessa: cioè, una cultura che ha imparato ad essere impermeabile alle influenze esterne, anche quelle più forti e di lungo periodo. Ancora e sempre una contraddizione. Sempre con Sciascia assistiamo ad un’ulteriore contraddizione, là dove prima afferma «che i siciliani […] sono stati del tutto impermeabili alle dominazioni straniere, che un’autentica identità sicula è riuscita a conservarsi attraverso i secoli»; per scrivere, poche pagine dopo, «Cosa rispondere, se non che il siciliano è il prodotto della sua storia? E’ colpa sua se non ha mai davvero deciso da solo, se sono gli altri che hanno sempre agito per lui, in sua vece e luogo, romani, bizantini, piemontesi?». Una Sicilia che è in irreversibile declino e però eternamente la stessa. «Qui da noi, la decadenza non è un dato congiunturale, bensì permanente»; e ancora, la Sicilia è una società rigidamente ordinata, ma anarchica allo stesso tempo; infine, che i Siciliani sono un popolo non italiano e contemporaneamente profondamente italiano.

E’ stata la cultura siciliana che di volta in volta si è mossa: quasi sempre a difendere il sistema dei privilegi, qualche volta ad avversarlo. In che modo è possibile spiegare queste immagini quasi sistematicamente contraddittorie? Sarebbe sbagliato cercarne la risposta nella storia della Sicilia e ancor peggio ritenere che esse siano il frutto di un qualche tipo di mentalità siciliana portata al paradosso. Il problema risiede piuttosto nelle differenti strutture culturali, e nelle diverse idee di cultura, che sono state usate per rappresentare la Sicilia. Occorre qui precisare che chi si è cimentato nel tentativo di rievocare o ripensare i miti della Sicilia – come Giuseppe Tomasi di Lampedusa – è dovuto tornare indietro fino al Risorgimento e al periodo post-risorgimentale per ritrovarne l’origine. In età liberale, infatti, fu elaborata per la prima volta quella rappresentazione della Sicilia come «questione italiana», come problema che in vari modi rendeva esplicito qualcosa di importante sull’Italia intera. Che cosa rivelava la Sicilia sulle possibilità di consolidamento del nuovo Stato e sulle capacità di competizioni con le altre nazioni? Sul cammino del progresso storico la Sicilia era rimasta indietro rispetto all’Italia? Oppure in qualche modo misterioso ne svelava il destino? Il problema che la borghesia del nuovo Stato italiano poneva a se stessa era dunque il seguente: la sicilianità, comunque la si voglia definire, era una variante della italianità, o la sua segreta essenza?

Le radici di questo complesso di problemi sono già presenti nei diari di Giuseppe Cesare Abba e di altri garibaldini. Ma è nel primo decennio unitario che la Sicilia viene ad occupare un posto centrale, non solo nella vita politica del Paese, ma anche nell’immaginario nazionale, con l’inchiesta parlamentare sullo stato della legge e dell’ordine nell’Isola, la caduta della Destra storica e la nascita della questione meridionale (la percezione che si aveva della Sicilia, come accade spesso anche oggi, era di frequente un sottoprodotto della percezione dell’intero Mezzogiorno). Saranno i grandi scrittori del periodo liberale – Verga, Capuana, De Roberto e Pirandello – a fare della Sicilia il luogo privilegiato dal quale guardare la storia recente d’Italia e in particolare, la prospettiva dalla quale giudicare il tradimento degli ideali del Risorgimento e la corruzione delle istituzioni dello Stato liberale. Come anche i padri fondatori degli studi demo-etno-antropologici, Giuseppe Pitré e Salvatore Salomone Marino, i quali si intestarono l’ardita impresa di rintracciare la storia del popolo siciliano ed i valori ad essa sottesi.

Oggi, l´esperienza - negativa e fuorviante - della perdita d´identità, vissuta in senso drammatico dall´uomo contemporaneo, conseguente all´omologazione della ricchezza delle molteplici culture locali all´unica cultura dominante, ha comportato una condizione di frattura, nella quale diviene difficile l´esperienza - prima normale - di riconoscersi appartenenti ad un luogo ed una Comunità. In questo senso Gesualdo Bufalino, laddove si chiede il significato di «Patria» e si dichiara convinto che «ciascuno di noi ha almeno tre patrie: il villaggio o città dove nasce, la regione dove abita, la comunità nazionale a cui appartiene», diventa davvero illuminante.

Ora, non si tratta qui di individuare la temperie sociale, economica, politica in cui tale frattura inizia a manifestarsi o di ricercarne i responsabili, quanto invece di agire con progettualità al fine di individuare itinerari nuovi che conducano ad una rinnovata amalgama Uomo/Territorio, Comunità/Nazione. Qualche tempo fa si discorreva di tutto ciò e di altro ancora in occasione di un convegno dal tema «Ernesto Basile a Canicattì. Contributi per la cultura artistica nella Sicilia centro meridionale agli inizi del XX secolo». Sono personalmente convinto – sostenni in quell’occasione - della necessità di celebrare il Basile. Sarà una pausa provvidenziale, un Memento significativo, che per un istante ci obbligherà a riaprire nell´indice del nostro passato una pagina trascurata della storia siciliana, per cogliere le positività e le negatività che l’hanno connotata, per programmare il futuro dell’Isola attraverso l’esperienza del suo passato. E con il Basile tutto il mondo di quella Sicilia posta a cavallo tra il XIX ed il XX secolo. Di quella Sicilia dove, per esempio, il lemma «Florio» era sinonimo di «qualità», relativamente ai prodotti, «innovazione» tecnologica nell’impresa, «correttezza» negli affari, «globalità» nel mercato, etc.; di quella Sicilia che seppe costruire un «modello Florio» per lo sviluppo di Palermo e di tutta l’Isola. Ora, si tratta di individuarne la riproducibilità. Di quella Sicilia dove Ernesto Basile, uomo siciliano, prima che artista, seppe rappresentare all’Italia e al Mondo una Sicilia attiva e produttiva, attraverso la Grande Esposizione nazionale del 1891-92; di quella Sicilia dove imprenditori come i Florio, nella parte occidentale, come i Rizza, nella parte orientale, meglio dire nella nostra provincia, seppero coniugare la valenza delle potenzialità ‘locali’ con le opportunità del mercato siciliano, italiano, europeo e mondiale; di quella Sicilia, infine, dove i rappresentanti di una borghesia ricca e illuminata non solo furono importanti committenti d’arte, ma seppero anche vivere e per molti versi provocare, un clima culturale che fece di Palermo una vera e propria capitale della cultura e dell’intera Isola un laboratorio in progress nel campo dell’architettura e delle arti figurative. Sì, della Sicilia intera perché per ricordare Ernesto Basile, e parlare di una ricca e colta «committenza di periferia»; senza modificare di una virgola l’impianto del convegno in quel di Canicattì, domani si si potrebbe spostare a Ispica sempre con Basile e Palazzo Bruno di Belmonte, dopodomani a Monterosso ancora con Basile e Palazzo Cocuzza: tutto ciò perché in quella Sicilia c’era una circolarità delle idee, una effervescenza culturale di taglio sicuramente europeo.

Gli epigoni migliori della vecchia aristocrazia siciliana e la nuova borghesia post-unitaria si erano fuse via via in una sorta di vero e proprio patriziato culturale e artistico, protagonista della temperie architettonica ed urbanistica che cambiò il volto delle città siciliane, le ridisegnò e le fece belle. In effetti, fra la fine dell’Ottocento ed i primi anni del Novecento si era andato perfezionando nella cultura del territorio un vero e proprio circolo virtuoso tra imprenditoria produttiva, borghesia delle professioni, esponenti del mondo della cultura e, a cascata, financo i più nobili rappresentanti di quell’artigianato d’arte che si distinsero come abili esecutori dei progetti dell’architetto del momento, ma soprattutto – è il caso degli scalpellini di Comiso - come veri e propri vettori delle idee, quando con i loro attrezzi e i blocchi di pietra sul carretto giravano i più sperduti paesini, dove riproducevano gli stilemi e le novità del linguaggio artistico che avevano appreso nei cantieri diretti dai più rinomati architetti, a partire dal Basile. L’opera di promozione culturale, il mecenatismo, la più accurata formazione culturale di questo nuovo ceto sono altrettante spie del diverso configurarsi di questo nuovo gruppo sociale, che riuscì ad adattarsi alle nuove realtà socio-politiche accrescendo il proprio potere e la propria incidenza sulla società isolana. Qualcosa del genere era accaduto con il processo di «urbanizzazione» delineatosi già nel Seicento, quando l’allora ceto dirigente aristocratico maturò la scelta di Palermo, ormai capitale incontrastata del regno, come luogo di residenza. Ora, il fenomeno da centralistico si fa periferico e i flussi culturali si irradiano dal centro alla periferia e, per la prima volta, si assiste a flussi di ritorno, dalla periferia al centro.

Fine seconda parte, continua