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Sabato 3 Dicembre 2016 - Aggiornato alle 11:08 - Lettori online 1201
PALERMO - 05/01/2011
Cultura - Palermo: viaggio nell’intimo dell’isola e dei siciliani

Sicilia, isola nevralgica, vulnerabile e contraddittoria

Leonardo Sciascia descriveva la Sicilia «come un luogo dove le regole del giallo sono rovesciate: è l’investigatore, e non il criminale, che si trova isolato…»

Questa prima parte di secolo e di millennio appare sempre più intrisa di un necessario quanto utile fenomeno di rivisitazione dell’antico rapporto Uomo/Territorio, quasi nella spasmodica ricerca di nuovi e più duraturi equilibri. L’Uomo del Terzo Millennio – si diceva - è tornato a sentire l’esigenza del ‘Campanile’; un sentire che sa tanto di bisogno di appartenenza, di ancoraggio a principî e valori che sembravano perduti. Tale bisogno pare sia direttamente proporzionale ai fenomeni di globalizzazione in essere. L’analisi di un territorio, se condotta con appropriata metodologia micro-etnostorica, consente di cogliere assieme ai processi esogeni, caratterizzanti il suo progredire socio-economico, anche quelli endogeni, cioè quelle sedimentazioni culturali proprie del popolo, che rappresentano i prerequisiti necessari affinché si possa parlare di Comunità.

La stretta collaborazione - tutta moderna - Microstoria/Etnostoria, non solo mette in campo un potenziale epistemologico in grado di garantire ‘letture’ diacroniche e sincroniche, ma, soprattutto, risulta metodica d’avanguardia, laddove è in grado di decodificare i messaggi del Territorio e della Comunità che lo abita, al fine di elaborare un progetto scientifico capace di attivare nuovi processi di sviluppo socio-economici, indispensabili per un’economia che abbia come suo fulcro l’Uomo e che determini quelle ricadute occupazionali compatibili con il Territorio stesso. Nel segno dell’indispensabile e rinnovato equilibrio Uomo/Territorio.

In questa Sicilia, per troppi decenni considerata ‘periferia’ dall’agire politico italiano. Sicilia che può (e deve, dico io) oggi invertire la tendenza, rinegoziando con lo Stato centrale ruoli e funzioni nel rispetto della Costituzione ed in piena e completa aderenza con lo «Statuto» autonomistico. Oggi c’è sempre più bisogno di Sicilia! L’Italia ha bisogno di Sicilia, l’Unione Europea ha bisogno di Sicilia! Il Mediterraneo ha bisogno di Sicilia! Di una Sicilia che sappia interpretare il difficile ruolo di Regione-guida per disegnare un’Italia ed un’Europa incardinate nel bacino del Mediterraneo, per dare vita ad un’Europa mediterranea interlocutrice armonica del mondo islamico. Alla Sicilia viene oggi chiesto il ruolo di intermediazione culturale tra spinte che vengono dal nord-Africa e Popoli che dai Paesi rivieraschi e non, si riversano sulle coste siciliane; di sintesi della convivenza multietnica e delle compresenze religiose; di centralità nel Mediterraneo a garanzia dei Popoli che vi si affacciano, e tanto altro ancora. Ruoli e funzioni che possono, se contestualizzati alle emergenze di oggi, rappresentare il passaporto per un Terzo Millennio di sviluppo pacifico, nel rispetto delle diversità, assumendo le identità come valori irrinunciabili. Non è facile colmare il deficit di modernizzazione che caratterizza la Sicilia, ma è anche vero che senza un deciso e consapevole scatto d’orgoglio da parte di tutti i Siciliani (dalle Istituzioni ai Cittadini), il futuro sarà sempre più scialbo e piatto.

È per tutti questi motivi che occorrerà sempre più puntare – come già anticipato in apertura - sul Territorio, luogo emblematico dove scomporre e ricomporre le fenomenologie del possibile cambiamento, luogo altresì deputato a forgiare le nuove competenze e la nuova classe dirigente, luogo destinato, a mio modesto avviso, ad effettuare le prove generali per un Nuovo Umanesimo, sempre più necessario ed impellente se si vuole progettare un futuro di contenuti e di valori nel segno della Natura/Cultura.

Nell’immediato, un’occasione ghiotta avrebbe potuto essere quella programmata dall’ormai passato 2010, che avrebbe dovuto far transitare l’Umanità del Mediterraneo nell’area di cosiddetto «Libero scambio». Il modo di entrarci riguardava solo ciascuno di noi. Si tratta di un ‘evento’ importante e credo avrebbe potuto essere ‘sfruttato’ per mettere in vetrina la Sicilia, per dimostrare che la nostra Isola da «terra del sole è diventata terra di lavoro» e nello stesso tempo, disegnare un nuovo modello sociale, economico e culturale, per agganciare anche quella porzione di Meridione che rischia di rimanere indietro nella dialettica europea e mediterranea.

«Li siciliani – scriveva Scipio Di Castro - nell’universale son più astuti che prudenti, più acuti che sinceri, amici di novità, litigiosi, adulatori, et invidiosi di natura, sottili inquisitori dell’attioni de Ministri, et danno sempre per fatto tutto quello, ch’essi farebbono, se fussero in quel grado. […] La lor natura è composta di due estremi, perché sono sommamente timidi, sommamente temerarj. Timidi, mentr’essi trattano gli affari proprij, per essere molto teneri dell’interesse particolare; et per non disturbarlo, si trasformano come tanti Prothei, si sottomettono a chiunque pensano che possa dar buon fine a disegni loro, et servono di modo, che paiono nati solo per quello».

Una terra, quella siciliana, difficile da governare perché difficile da capire: non soltanto nella natura dei suoi abitanti, contraddittoria ed estrema, ma anche nei suoi istituti giuridici, nel giuoco complesso delle giurisdizioni, di quell’insieme di privilegi e di immunità la cui scomparsa, nel secolo scorso, ha lasciato effetti ancora ben visibili, confermati in questi ultimi anni da quell’autonomia regionale che avrebbe dovuto cancellarli del tutto. Non è azzardato dire che l’istituzione della regione autonoma ha fatto insorgere, sul piano del costume e nel modo di maneggiare la cosa pubblica, quella confusione e quelle remore un tempo coagulate negli istituti giuridici e, insieme, tutti gli aspetti e le manifestazioni deteriori della natura dei siciliani.

Fondamentale è sicuramente il fatto geografico: la Sicilia è un’isola al centro del Mediterraneo: alla sua importanza strategica, però, corrisponde la vulnerabilità della sua difesa: lo sbarco anglo-americano del 10 luglio 1943 avveniva alla stessa maniera di quello arabo del 16 giugno dell’anno 827: le condizioni difensive sono quasi identiche, la divisione Goering, ora, le guarnigioni bizantine, allora; ancora, la tendenza dei notabili siciliani a separarsi dallo Stato italiano non è dissimile da quella per cui Eufemio da Messina proclamava la separazione dall’impero bizantino; la Sicilia come sempre sguarnita di difese; lo spirito pubblico fiaccato dalle penurie, prostrato da un’amministrazione rapace e corrotta, spaventato del presente e incerto dell’avvenire.

Nei romanzi di Leonardo Sciascia, la Sicilia viene descritta come un luogo dove le regole del giallo sono rovesciate: è l’investigatore, e non il criminale, che si trova isolato; il compito del poliziotto non è quello di svelare chissà quali tremendi segreti alla pubblica opinione, ma quello di scoprire fatti che qualunque persona sembra già conoscere o palesemente non vuole conoscere. Un esempio, questo, per introdurre un tema – quello della contraddittorietà, di una sorta di ostinata contraddittorietà – che a nostro avviso caratterizza la gran parte dei miti e dei luoghi comuni che circondano l’immagine della Sicilia.

L’insicurezza è sicuramente la componente primaria della storia siciliana e condiziona il comportamento, il modo di essere, la visione della vita – paura, apprensione, diffidenza, chiuse passioni, incapacità di stabilire rapporti al di fuori degli affetti, pessimismo, idealismo – della collettività e dei singoli. Insicurezza e paura, ad un certo punto – come in Tomasi di Lampedusa – si rovesciano nell’illusione che tale stato di insularità, con tutti i condizionamenti, le remore e le regole che ne discendono, costituisca privilegio e forza là dove negli effetti, nella esperienza, è condizione di vulnerabilità e debolezza: e ne sorge una specie di alienazione, di follia, che sul piano della psicologia e del costume produce atteggiamenti di presunzione, di fierezza, di arroganza: vedi, per esempio, il discorso di don Fabrizio Salina: «i siciliani non vorranno mai migliorare per la semplice ragione che credono di essere perfetti; la loro vanità è più forte della loro miseria; ogni intromissione di estranei sia per origine sia anche, se siciliani, per indipendenza di spirito, sconvolge il loro vaneggiare di raggiunta compiutezza, rischia di turbare la loro compiaciuta attesa del nulla […]. Noi fummo i Gattopardi, i Leoni: chi ci sostituirà saranno gli sciacalletti, le iene; e tutti quanti, Gattopardi, sciacalli e pecore, continueremo a crederci il sale della terra».

L’insicurezza della Sicilia, la sua vulnerabilità, la sua tendenza al separatismo, la sua secolare disponibilità all’illusione della indipendenza, hanno portato di volta in volta le potenze straniere dominanti alla concessione di privilegi che appunto servissero a dare l’illusione di indipendenza a tutti i siciliani e concrete garanzie e sicuri benefici alla classe aristocratica, prima; a quella borghese, oggi.

Non è azzardato pensare che il fallimento dell’autonomia regionale sia da attribuire al fatto che è stata intesa, concessa e usata come un ulteriore privilegio, una franchigia, che lo Stato italiano – sotto la pressione del movimento separatista – ha concesso alla classe borghese-mafiosa. Privilegi mai goduti dal popolo siciliano, ma per difendere i quali è stato sempre pronto a sollevarsi: il risultato è configurabile in una sorta di coscienza giuridica astratta ed involuta, cha a sua volta ha prodotto facoltà causidiche e sofistiche (cavillose), già riconosciute da Cicerone nelle sue "Verrine".

Fine prima parte, continua