Corriere di Ragusa
Email
Corrierediragusa.it mobile
Feed Rss Corrierediragusa.it
Corrierediragusa.it - Motore di ricerca
Corrierediragusa.it su Facebook
Corrierediragusa.it su Twitter
Corrierediragusa.it su Google+
Dimensione testo:
|
A
|
Corriere di Ragusa.it
Sabato 3 Dicembre 2016 - Aggiornato alle 16:41 - Lettori online 944
PALERMO - 17/12/2010
Cultura - Palermo: l’insurrezione armata nella provincia di Ragusa

1944, dalla rivolta armata alla Repubblica di Comiso

Fra i protagonisti, Giacomo Cagnes, futuro sindaco casmeneo e deputato comunsista all’Ars

Nel panorama insurrezionale seguito al richiamo alle armi decretato dal Governo Bonomi, Comiso rappresenta sicuramente un caso paradigmatico del malessere sociale ed economico che covava sotto la cenere della riacquistata libertà e del presunto benessere che l’arrivo degli americani avrebbe dovuto comportare per le popolazioni iblee dopo le vicissitudini della lunga guerra.

Ragusa, Modica, Scicli, Acate, Giarratana, Monterosso, Chiaramonte Gulfi e Vittoria non furono da meno, anche se in nessuno di questi comuni, forse se si esclude Ragusa, si ebbero situazioni assimilabili a quella comisana. Comiso insorse il 5 di Gennaio 1944, all’indomani della rivolta nel Capoluogo: alle ore 11,45 un camion di viveri proveniente da Ragusa e diretto a Vittoria, scortato da 8 Carabinieri, giunto nei pressi dell’abitato di Comiso venne assaltato con raffiche di mitra e bombe a mano e 3 Carabinieri rimasero feriti. Gli altri furono tutti disarmati e di essi 3 fatti prigionieri, gli altri 2 nel trambusto riuscirono a dileguarsi e ad informare il Maresciallo della Stazione, Sebastiano Guttuso, il quale assieme al collega Efisio Serra e ad altri dieci militari si recarono sul luogo dell’attacco.

Un certo Corifeo Salvatore (inteso Turi Papuni) li avvertì dell’impossibilità di andare avanti dato l’elevato numero degli insorti armati, i quali avevano apprestato un vero e proprio campo trincerato alla periferia della Città, forti com’erano delle armi in loro possesso (moschetti, fucili mitragliatori, mitraglitrici leggere, lancia bombe e bombe a mano). Gli insorti, circa cinquecento, capeggiati dallo studente Emanuele Campanella, stavano per accerchiare i carabinieri, ne avevano già catturato e disarmato 2 (Muscia Salvatore e Calandra Giacomo) quando i 2 marescialli ritirarono i propri uomini, ritenendo più opportuno concentrarli per la difesa della Caserma. Verso le ore 14, raggiunsero Comiso una compagnia di soldati al comando del Capitano Sabbatini, un Nucleo Carabinieri al comando del Capitano Barlesi, tutti a disposizione del Commissario Umberto Iacono, protagonista degli scontri del giorno precedente a Ragusa.

Entrati in contatto con i rivoltosi, vennero investiti da un fuoco di armi automatiche e dovettero ritirarsi anche per la sopravvenuta oscurità. La notte tra il 5 e il 6 spari e lanci di bombe impedirono ai comisani di dormire. Alle 10,30 del 6 gennaio gli insorti circondarono la Caserma dei Carabinieri nella quale si trovavano i 2 marescialli e 11 militari, un gruppo di rivoltosi attraverso il campanile della chiesa adiacente, non visto, si portò sul tetto della caserma e con le bombe a mano pronte al lancio intimarono la resa: i 2 marescialli furono costretti a cedere. I rivoltosi, imbaldanziti dal successo, saccheggiarono la caserma, impossessandosi di una cassa contenente 120 bombe a mano tipo Balilla, di 13 moschetti, 156 caricatori a pallottola, 2 pistole mod. 34, di 1 pistola mod. 89, oltre a materiale vario di proprietà dell’Arma e dell’impresa di casermaggio, nonché di alcuni corpi di reato (2 copertoni di autocarro, di 160 litri di benzina) e di una motocicletta marca Gilera di proprietà dello Stato ed assegnata alla Stazione.

A dire dei 2 marescialli, all’invasione ed al saccheggio della caserma presero parte sicuramente Francesco Spataro, Biagio Corifeo, Alfio Alfieri, Giovanni Ferreri, Emanuele Guccione, Francesco Occhipinti, Giuseppe Lupo, Vincenzo Occhipinti, Giuseppe Vindigni, Salvatore Portabene, Gesualdo Vernego, Giuseppe Strazzoso, Giuseppe Gangarossa, Nunzio Di Bennardo, Andrea Zisa, Biagio Purrovecchio, Nunzio Barone, Salvatore Di Nicola, Giovanni Alecci, Bartolo Portuese ed altri. Subito dopo l’assalto alla caserma la massa degli insorti si spostò verso la piazza, facendola sgombrare a colpi di moschetto. Una quarantina di armati si recò nell’Ufficio di Pubblica Sicurazza dove disarmarono il Maresciallo Pagliari e la Guardia Incremona che in quel momento si trovavano al lavoro.

Anche presso l’Ufficio di P.S. furono rastrellate le armi disponibili: un moschetto, una rivoltella tipo Smith, di proprietà del maresciallo, una rivoltella di proprietà dell’agente Incremona e una rivoltella Mautes. Successivamente, oggetto di attenzione degli insorti furono i locali della Pretura, dove furono asportati diversi corpi di reato, tra cui tre orologi e diverse pistole. Alle ore 14 dello stesso giorno 6 ci fu un secondo conflitto a fuoco con i militari del giorno precedente, in tale occasione il Capitano Sabbatini fu fatto prigioniero insieme al sergente Federico Dapuzzo e al soldato Gamboni: il sottufficiale fu ferito, il soldato rimase ucciso. Gli insorti erano armati di circa una ventina di mitragliatrici tra leggere e pesanti, fucili mitragliatori, mortai d’assalto ed un cannoncino anticarro. Verso le ore 17,00 dello stesso giorno, una quarantina di insorti armati tentarono di assalire una littorina in transito dallo scalo ferroviario di Comiso, sulla quale viaggiavano 70 Carabinieri di rinforzo provenienti da Palermo e richiesti dal Comando di Ragusa.

Anche la seconda notte continuò il fuoco da parte degli insorti. Il giorno 7 verso le ore 11,00 fu sabotato il telefono della stazione ferroviaria e tagliati i fili telefonici del lato Vittoria e venne asportata una rotaia a circa ottocento metri dalla stazione di Comiso, lato Ragusa. Il giorno 8, come in ogni rivolta che si rispetti, fu la volta dell’assalto al carcere: 8 dei 14 detenuti furono messi in libertà, tutti erano detenuti per aver commesso reati comuni.

Tutta la giornata del 9 fu caratterizzata da piccole scaramucce fra gli insorti e le forze armate. La mattina del 10 la cittadinanza, avuta la netta percezione che le truppe regie si preparavano ad un’azione in grande stile, non escluso un bombardamento della città, si rivolse al parroco dell’Annunziata, Mons. Carmelo Tomasi, per trattare la resa, al fine di impedire ogni ulteriore azione di forza. Fu così che l’indomani, giorno 11 gennaio 1944, la città veniva occupata dalle truppe del Generale di Divisione Brisotto, senza incontrare resistenza.

Per onorare la presenza di un così alto ufficiale dell’Esercito, ma anche per riappacificare la Città con le Istituzioni statali, si pensò di offrire in regalo un manufatto realizzato dalla locale Scuola d’Arte. Il Direttore ed alcuni docenti individuarono in un grosso granchio in pietra di Comiso il regalo più idoneo, soprattutto perché si trattava di un pezzo di difficile esecuzione. Il generale Brisotto in un primo momento si mostrò entusiasta del regalo ricevuto, subito dopo, però, ci rinunciò, affinché – disse – non si potesse dire che a Comiso il generale Brisotto aveva preso un granchio!

Alla fase militare seguì quella investigativa, per identificare ed arrestare i capi e i gregari della rivolta. Alle ore 5,30 del 27 gennaio ebbe inizio l’operazione di rastrellamento ad opera dei marescialli dei carabinieri Guttuso e Serra, del maresciallo di P.S. Pagliari, nonché di militari dell’Arma e di Agenti di P.S., sotto il coordinamento del Questore. Nell’operazione del 27 gennaio vennero arrestati 61 rivoltosi, altri 27 furono denunciati in stato di irreperibilità. Infatti, alcuni tra i maggiori responsabili dell’insurrezione, fra i quali il Sottotenente Alfredo Battaglia, gli studenti Biagio Intorrella, Giacomo Cagnes, Francesco Marziano, Giovanni Guzzardi ed altri, riuscirono a far perdere le proprie trace subito dopo la resa della città, furono arrestati in un secondo momento. Contestualmente alla resa, il Prefetto aveva ordinato la consegna delle armi e delle munizioni, indicando come luoghi di raccolta la Caserma dei Carabinieri, l’Ufficio di P.S. e la Sagrestia della Chiesa dell’Annunziata. I risultati furono modesti e, comunque, di gran lunga lontani dalle aspettative, soprattutto per quanto riguardava le armi automatiche.

Gli arrestati furono trasferiti in Questura per gli interrogatori e quasi tutti resero ampia confessione. Dalla disamina dei verbali degli interrogatori, sia di quelli arrestati nell’immediato, sia di quelli del secondo rastrellamento, da subito, si evince che i rivoltosi più direttamente interessati al richiamo alle armi (i giovani delle classi 1922, 1923 e 1° quadrimestre del 1924) erano solo 28 su un totale di 88, cioè una parcentuale molto bassa (31,8%), ai quali vanno sommati quelli delle altre classi interessate in numero di 17 (19,31), per un totale di 45 su 88 (pari al 51,13%).

Il resto degli insorti annoverava 10 individui (cioè, l’11,36%) di nati nel secolo precedente (Orazio Brafa, per esempio, era nato addirittura il 22 agosto del 1877); ben 16 (cioè, il 18,18%) erano quelli nati fra il 1901 ed il 1913, mentre addirittura 17 (19,31%) erano nati fra il 1925 ed il 1928. In definitiva, nell’insurrezione convissero più generazioni, dai ragazzi di 17 anni agli uomini di 68 anni, così come una molteplicità di espressioni sociali. Alla rivolta, insomma, se lo zoccolo duro fu rappresentato dai 18 studenti (pari al 20,45% degli arrestati), non vanno trascurati i 9 contadini (10,22%) o i 7 carrettieri (7,95%), e ancora, i 6 manovali (6,81%), i 5 venditori ambulanti (6,68%), i 4 barbieri (4,54%), i 3 muratori (3,41%), i 2 scalpellini, 2 commercianti, 2 macellai e 2 meccanici, ciascuna categoria rappresentativa del 2,27%, e infine lattonieri, falegnami, pastai calzolai, caprai, pescivendoli, sarti, braccianti, fabbri, elettricisti, tutti mestieri rappresentati nel panorama insurrezionale comisano, seppure con un solo rappresentante ciascuno (pari all’1,13%). A completare l’organico della rivolta contribuirono un ex Sergente, un Agente del Consorzio Agrario ed un Dipendente delle Ferrovie. Di 15 partecipanti (cioè, del 17,04%) non è stato possibile individuare il mestiere o la professione.

Anche se a volo d’uccello, non va qui trascurato un accenno ai soprannomi di cui risultavano portatori alcuni dei rivoltosi, ricordando almeno Salvatore Amato, inteso zappitedda, Vincenzo Albo, detto sciabulazza, Giovanni Brafa, conosciuto come Vanninu ‘nnammuratu, Giuseppe Tondi, noto come ‘U figghiu ‘i pilacane, Nunzio Di Bennardo, inteso Tistuzza, Giovanni Ferreri, detto ‘u sosu, Biagio Ragusa, detto ‘u piricuddu.

Dai verbali esaminati si ricava anche il tipo di struttura organizzativa che i rivoltosi si diedero: il «Comitato Provvisorio del Popolo», costituito da Francesco Marziano, Giuseppe Risina, Francesco Bombace, Giacomo Cagnes, Emanuele Campailla ed altri.

Da tutto ciò si desume che Comiso, allora grosso centro agricolo di 25 mila abitanti, fu l’unico paese nel quale l’insurrezione era stata organizzata in precedenza, sicuramente durante le manifestazioni del dicembre precedente era maturata l’idea che con l’arrivo delle cartoline si dovesse fare il salto di qualità. Alcuni studiosi hanno visto nei fatti di Comiso e di Ragusa la longa manus del movimento separatista, anche se a nostro avviso non c’erano le condizioni minime perché ciò si verificasse, soprattutto alla luce del fatto che i separatisti ufficialmente iscritti nell’intera provincia erano appena 40 e a Comiso, per esempio, nelle provinciali del 2 giugno 1946 avrebbero ottenuto solo il 2,59% dei voti. Restiamo convinti, invece, che a dissodare il terreno, a seminare l’odio e la violenza, era stato quel Renzo Renzi o Guido Carrara che aveva operato a Comiso dalla fine di luglio del 1944 e fino ai primi giorni di dicembre dello stesso anno, in qualità di alto dirigente del P.C.I., nonché di Segretario della Camera del Lavoro.

Della cosiddetta Repubblica di Comiso ha parlato con dovizia di particolari in un’intervista dell’11 settembre 1972, rilasciata a Giovanni La Terra, uno dei protagonisti, Giacomo Cagnes, più volte sindaco di Comiso e deputato all’A.R.S.

Egli, a proposito della direzione della rivolta, ha dichiarato che «l’unico centro direzionale esistente (il Comitato di Salute Pubblica) era formato da giovani, in maggioranza di sinistra e non annoverava nel suo seno né un separatista né un fascista»; così come conferma che la «base di massa del movimento era rappresentata dalla stragrande maggioranza della popolazione, prevalentemente contadina (di tradizione socialista), la quale appoggiava apertamente il movimento. Anche gruppi numerosi di donne, nei quartieri, erano uscite dalle lor case». E qui viene fuori la peculiarità della donna comisana, basti ricordare quale ruolo aveva avuto già più di un secolo prima, in occasione della rivolta del colera, nel 1837, quando non solo era scesa in piazza, ma addirittura era stata tra i protagonisti della rivolta.

QUARTA E ULTIMA PARTE. I PRECEDENTI ARTICOLI SUL "NON SI PARTE" SI POSSONO TROVARE ALLA SEZIONE CULTURA