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Gioved 8 Dicembre 2016 - Aggiornato alle 15:45 - Lettori online 818
PALERMO - 09/12/2010
Cultura - Ragusa: 66mo anniversario degli anni della guerra e del problema alimentare

1944, il richiamo alle armi negli anni del "Non si parte"

Quando il ministero della Guerra ordinò il censimento delle classi 1914/1°quarimestre 1924. Gli scontri con le Forze dell’ordine e con l’Esercito

«Il Ministero della Guerra ha ordinato il censimento dei militari appartenenti alle classi 1914, 1915, 1916, 1917, 1918, 1919, 1920, 1921, 1922, 1923, e del 1° quadrimestre 1924 (nati dal 1 gennaio al 30 aprile) in atto in Sicilia. E’ fatto obbligo di presentarsi a tutti i militari di qualunque grado, arma e servizio del Regio Esercito comunque in atto nel territorio della Provincia di Ragusa, in qualsiasi posizione essi si trovino (congedo illimitato, congedo provvisorio, riformati, licenze rinnovabili, licenze di convalescenza, prigionieri liberi sulla parola, sbandati, ecc.). La Commissione preposta al censimento funzionerà nei locali di ciascun Comune dalle ore 7 alle ore 16 dei giorni che saranno comunicati dal Comune con apposito banditore ed avviso».

Con queste parole il Governo del Regno del Sud richiamava alle armi in Sicilia nella Provincia di Ragusa - gli uomini necessari a costituire il contingente richiesto dagli Alleati, puntando a reclutare la «massima percentuale possibile di partenti delle classi più giovani per diminuire aggravio sulle classi più anziane». Il richiamo alle armi può senz’altro essere individuato come la causa scatenante del cosiddetto fenomeno del «Non si parte», molte ed articolate, invece, erano quelle che potremmo definire strutturali e che riguardavano il quotidiano di ciascuno e di tutti ormai da troppo tempo e che con eccessivo ottimismo si era pensato fosse finito con la firma dell’armistizio del settembre 1943.

Alla fine di Settembre del 1944, il grano ammassato nei «Granai del Popolo», ammontava a quintali 68.044,01; l´orzo a quintali 14.192,15. Da circa dieci giorni, però, non era stato effettuato nessun conferimento. I più ottimisti pensavano di arrivare appena a 70.000 quintali di grano. Nessun quantitativo di legumi e di cereali minori risultava ammassato. Il Consorzio Agrario, d´accordo con la Sepral, si era fatto promotore di una richiesta all´Alto Commissariato per la Sicilia al fine di ottenere l´assegnazione di un congruo quantitativo di legumi, specialmente di fave. Tutto era stato predisposto per l´ammasso dell´olio, anche se l´annata di «scarica» non prometteva nulla di buono. Una seria preoccupazione era rappresentata dalla deficienza dei mangimi. Circa 100.000 capi di bestiame avevano bisogno di avena e di fave da foraggio. Non c´erano e a nulla erano valse le continue pressioni esercitate presso l´Alto Commissariato. Non era stata concessa nemmeno l´autorizzazione a comprarne da altre province.

Lo sciopero dell´11 settembre delle maestranze delle Miniere della Società A.B.C.D., tendente ad ottenere un aumento delle paghe, nonché per protestare contro la mancata corresponsione di venti lire giornaliere quale supplemento, sostituito dall´istituzione della mensa aziendale per tutti gli operai, era indicativo dello stato di precarietà e di malessere sociale ed economico del mondo produttivo e del tessuto sociale più debole. Lo spegnimento dei «forni» aveva causato non pochi danni. La precarietà del sistema viario, l´assenza di carri merce ferroviari, insomma l´inadeguatezza dei trasporti minavano l´intero sistema produttivo e commerciale della provincia. Lo spirito pubblico era sostanzialmente depresso anche a causa della «rarefazione dei generi di prima necessità e di quelli non suscettibili di sostituzione (olio, zucchero, sapone, medicinali, indumenti, calzature), soprattutto per l´approssimarsi della stagione fredda. La deficienza di energia elettrica, che impediva materialmente alle industrie molitorie di produrre il fabbisogno necessario per l´alimentazione della popolazione civile, era oggetto di aspre critiche anche perché mancava l´alternativa. Non si trovava, infatti, né petrolio, né candele.

La situazione finanziaria dell’Amministrazione Proviniciale di Ragusa e dei Comuni della Provincia, da molti anni, sopratutto per il progressivo aumento delle spese e dei servizi, mentre le entrate tributarie erano rimaste immutate a partire dal 1931, era fortemente deficitaria. Nei mesi successive allo sbarco tutti i Comuni avevano attinto abbastanza largamente alle casse dell’Agenzia Finanziaria Alleata, prelevando coi bilanci mensili appositamente istituiti, somme molto spesso superiori a quelle che il Governo italiano avrebbe dovuto loro corrispondere a titolo di rimborso di spese riguardanti servizi statali eseguiti tramite gli Enti locali. Nell’anno 1944, per esempio, nonostante il contributo in conto capitale di Lire 7.623.000 dato all’Amministrazione Provinciale, di Lire 3.870.000 al Comune di Ragusa e di Lire 3.228.000 a quello di Modica non fu possible ottenere il pareggio dei bilanci di tali Enti, ai quali lo Stato dovette concedere l’autorizzazione a contrarre mutui con il Consorzio di Credito per le Opere Pubbliche di Lire 4.900.000 per l’Amministrazione Provinciale, di Lire 2.000.000 ciascuno per i Comuni di Ragusa e Modica. Il fenomeno riguardava in effetti tutti i Comuni della Provincia.


In autunno, mentre fra i ´partiti´ i contrasti si acuivano e la situazione politica diventava ancora più confusa, in provincia andava maturando un clima sempre più pesante. Le disillusioni seguite al mancato avvento del bengodi, promesso dalla propaganda degli eserciti anglo-americani prima dello sbarco, il senso di sfiducia nelle autorità vecchie e nuove, gli stenti della disoccupazione ed, infine, l´imposizione di una ulteriore consegna di 25 chili di grano ai «granai del popolo», sono tutti elementi che contribuivano a fomentare il malcontento delle popolazioni iblee. L´evento chiave, però, fu sicuramente rappresentato dal ´censimento militare´ delle classi dal 1914 al 1924 disposto dal Comando del Distretto militare di Ragusa. Tutti pensavano, a ragione, che si trattasse del primo passo verso il ´richiamo alle armi´. La mattina del 27 novembre, su numerose pareti esterne degli edifici di Comiso, apparvero iscrizioni fatte con carbonella del seguente tenore: «Non presentatevi - presentarsi significa servire i Savoia - morte ai Savoia - giovane conserva il tuo sangue per la repubblica - viva la repubblica - chi si presenterà è un vile monarchico - non vogliamo combattere per la Monarchia fascista».

A Modica Bassa vennero, invece, affissi diversi manifestini il cui testo così recitava: «Siciliani! Reclamiamo la nostra libertà e chiediamo di essere lasciati soli. Siamo già stufi e non vogliamo più sentire di solidarietà nazionale. Abbasso dunque ogni eventuale chiamata alle armi e che nessuno si presenti qualunque sia la forza che ci si opponga. Mostriamoci degni figli dei Vespri Siciliani per la difesa della nostra sacrosanta libertà».

A Vittoria circolavano foglietti scritti da un´unica mano, ma con testi diversi, ad esempio: «Fratelli, la guerra è micidiale. La guerra è inumana. La guerra è contro tutti e tutto! E andreste Voi a combattere per una guerra che poi non vi appartiene? per una guerra adibita da coloro che vi hanno immerso nella sofferenza e nella disperazione? No! Parteciparvi significherebbe rinnegare la propria madre, il grido di vendetta dei nostri fratelli caduti contro chi ora ci ordina di aiutarli! No! Noi non cambatteremo!»

A breve scadenza del censimento seguì l´invio delle cartoline di richiamo alle armi per le classi 1922, 1923, e primo quadrimestre 1924. La distribuzione delle cartoline fu seguita da manifestazioni di protesta in tutti i comuni della provincia. Furono gruppetti di studenti a dare inizio alle dimostrazioni, ma i dimostranti appartenevano a vari strati sociali. La massa era formata da gente convinta che con l´8 settembre fossero finiti la guerra e il servizio militare; gente che non aveva alcuna intenzione di ritornare a fare il soldato.

Le dimostrazioni popolari ebbero inizio il 12 dicembre in alcuni comuni della provincia compreso il capoluogo e si svolsero quasi tutti con calma. Il 13 dicembre circa 400 cittadini a Comiso, tra cui molti studenti inscenarono una dimostrazione di protesta per la chiamata alle armi. I dimostranti, preceduti da cartelloni contro la presentazione alle armi e la monarchia, si recarono alla residenza municipale, ne forzarono il portone di ferro e, entrati, asportarono dai vari uffici i ritratti del Re e misero a soqquadro l´ufficio dei sussidi militari, ritenendo che fosse l´ufficio leva. Nella notte del 13 dicembre, in Piazza San Giovanni, a Monterosso Almo, degli ignoti avevano arrecato offesa "alla maestà del Re" e al Governo Bonomi con scritte murali con le quali si incitava la popolazione «a muoversi per venire in aiuto dei richiamati allo scopo di non farli partire». Il 15 dicembre nel capoluogo, si ebbero pubbliche dimostrazioni contro il richiamo alle armi, svoltesi disciplinatamente e senza dar luogo a turbamento dell´ordine pubblico. Analoghe dimostrazioni si svolsero in quasi tutti i comuni della Provincia.

In tutta la Sicilia, nella settimana 13-20 dicembre 1944 e in quella 5-12 gennaio 1945 vi furono agitazioni popolari di accentuata gravità: in provincia di Ragusa assunsero l’aspetto di vere e proprie insurrezioni armate. Alcune delle rivolte siciliane si svolsero in modo pacifico, come a Enna, Palermo e Messina ed in molte località delle altre province, altre si risolsero in scomposte «jacqueries» con assalti a Municipi e case private, come a Catania e provincia.

In provincia di Ragusa, in generale, e a Comiso, in particolare, le cose andarono diversamente e i cosiddetti «Moti del non si Parte» si tramutarono in vera e propria guerra contro i Corpi di polizia dello Stato e contro l’Esercito, dopo aver dato vita ad una struttura organizzativa alternativa allo Stato monarchico del Regno del Sud: una Repubblica, guidata da un Comitato Provvisorio del Popolo, o Comitato di Salute Pubblica.

FINE SECONDA PARTE, CONTINUA