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PALERMO - 25/10/2010
Cultura - Palermo: la riesumazione delle spoglie di «Turiddu» faranno luce sui misteri?

Giuliano, mito o bandito morto da incensurato?

Troppe le ombre sulla vita e sulla morte del «re di Montelepre». L’esame del dna servirà a chiarire la figura del bandito, e soprattutto, a spiegare se e quale fu il pactum fra il bandito e le istituzioni politiche, mafiose, militari e clericali del tempo?
Foto CorrierediRagusa.it

Giovedì 28 ottobre sarà riesumato il cadavere di Salvatore Giuliano (nella foto). Il professor Livio Milone, anatomopatologo del Policlinico di Palermo, è stato incaricato dalla Procura di Palermo di verificare se quelli sepolti sono effettivamente i resti del "re di Montelepre", eseguendo sulle spoglie soprattutto l´esame del DNA, da comparare con quello di familiari ancora viventi.

La querelle sui misteri attorno al bandito monteleprino e soprattutto sulle circostanze della sua morte, è nota a tutti. Così come quella sull’anomalia dei rapporti tra mafia, servizi segreti, forze dell’ordine e banditi, che consentì a Salvatore Giuliano e alla sua banda di restare sulla scena del crimine, e non credo sia fuor di luogo aggiungere «anche della politica», siciliana e nazionale, per ben sette anni.

Vediamo di ricapitolare i punti salienti della vicenda. C’è chi – come il giornalista della RAI Franco Cuozzo – sostiene che i due cadaveri – del cortile di Castelvetrano e dell’obitorio – appartengano a due persone diverse. Ancora, c’è chi – come il pronipote del bandito, Giuseppe Sciortino Giuliano – afferma che il cadavere mostrato nel caldo luglio di sessant’anni fa alla stampa non fosse quello di Salvatore Giuliano, ma di un sosia. Giuliano vivo – secondo la tesi del pronipote - fugge negli Stati Uniti dove muore ultraottantenne, dopo essere venuto ben due volte in Sicilia, in occasione del funerale della madre e di quello della sorella Mariannina, le due donne che più amò nella sua pur breve vita e che l’amarono oltre ogni dire.

Le cose certe: nell’un caso come nell’altro, la morte del bandito presentata agli italiani del 1950 fu, in effetti, una fiction costruita ad arte per i media dell’epoca; non furono, invece, una fiction gli onori ricevuti dalle più alte autorità istituzionali, né le promozioni del colonnello Ugo a generale e del capitano Perenze a colonnello; e ancora, le due ipotesi, se confermate, dimostrano che un’accorta regia pensò a pianificare tutto, soprattutto il sistema per consentire alla mafia di Monreale, l’unica che era rimasta legata a Giuliano, di incassare i 50 milioni della taglia posta sulla testa del bandito monteleprino. Se ciò fosse vero rappresenterebbe la prova inconfutabile dell’esistenza di un ben preciso ed articolato «patto» fra lo Stato e la Mafia, che essendo datato attorno alla fine degli anni Quaranta coinciderebbe in maniera inquietante con il periodo fondativo dell’Italia repubblicana. E’ come se – per restare in tema di fiction – la posa della prima pietra della costruzione della nuova Italia - libera, repubblicana ed antifascista, per non parlare della coeva istituzione della Regione siciliana sotto forma autonoma – fosse avvenuta «a due mani», laddove una era quella della Mafia…

Si tratta oggi, a distanza di sessant’anni, di stabilire, una volta per tutte, non tanto se le spoglie conservate nella tomba del cimitero di Montelepre siano o non siano di Salvatore Giuliano, quanto piuttosto di individuare e rendere noto, senza se e senza ma, quale fu il ruolo, quello vero e reale, di Salvatore Giuliano in quel torno di tempo, in quel contesto spazio-temporale dell’alba della Repubblica. Quale fu, se ci fu, il pactum fra le istituzioni e il bandito, fra le istituzioni e la mafia per chiudere la partita del banditismo, in generale, e di quello della banda Giuliano, in particolare. All’ombra della bandiera a stelle e strisce stava prendendo forma la nuova Italia, le cui prove generali si fecero (come sempre) in Sicilia, dietro il paravento del MIS, prima, dell’Autonomia, dopo. E in tutto ciò, quale fu il ruolo del fascismo clandestino; quale, quello della chiesa?

E ancora, se non ci fosse stato l’accidente/incidente/strage di Portella della Ginestra, Giuliano sarebbe morto nel 1947, subito prima o subito dopo l’insediamento del primo Parlamento siciliano autonomistico? Vive (o lo fanno vivere), invece, fino al 5 luglio del 1950, perché? A chi interessava che Giuliano continuasse a vivere? A chi, invece, che morisse? Per tutti questi motivi e per mille altri ancora, riteniamo, che non bisogna spegnere i riflettori degli studi e della ricerca sulla vicenda di Salvatore Giuliano, nell’augurio che la Repubblica italiana abbia ormai gli anticorpi necessari per ripensare se stessa ed esorcizzare il proprio passato anche, per esempio, con un atto di grande coraggio: togliere il segreto di Stato sulle carte conservate negli archivi dei Ministeri dell’Interno e della Difesa sul giallo della morte del bandito, che scade il prossimo 2016.

E’ per tutti questi motivi che non riusciamo a capire le dichiarazioni del prof. Casarubbea, studioso attento e puntuale, laddove afferma, assieme al collega Mario Cereghino, che «dopo un lavoro durato quindici anni, i due avrebbero raccolto elementi tali da mettere in discussione la corrispondenza del cadavere che giaceva in quel cortile, successivamente trasportato nel locale obitorio, con l´individuo ritratto in diverse foto e in un filmato del dicembre del 1949». Sorge spontaneo il dubbio: a chi o a cosa serve dimostrare che le spoglie sepolte a Montelepre appartengano o no a Salvatore Giuliano? In questo senso, ci appare illuminante un’ulteriore dichiarazione del prof. Casarubbea, che testualmente riportiamo: «La voglia di fare emergere l´intera verità [a proposito delle spoglie, n.d.r.) dovrà incontrare il riscontro della magistratura, siamo comunque a buon punto, vogliamo solo che la storia di Salvatore Giuliano venga chiarita, non possiamo accettare che un simile criminale, con 411 fascicoli di reato a suo carico, morto da incensurato vista l´impossibilità di avviare i necessari processi, venga ricordato come una sorta di mito».

Se il prof. Casarubbea vuole «che la storia di Salvatore Giuliano venga chiarita», perché si rivolge alla Magistratura per far riesumare la salma? Quale chiarimento dirimente potrà dare l’accertamento autoptico post mortem? Stabilire l’appartenenza o meno delle spoglie a Giuliano serve a cambiare la storia di Giuliano? Riteniamo che non sia questa la strada che possa portare a quelle risposte che tutti vogliamo avere. Il prof. Casarubbea quando agisce da figlio di una delle vittime del famigerato bandito ha tutta intera la nostra solidarietà e il nostro assoluto rispetto, ma qui si tratta di far luce su un personaggio che ha attraversato un pezzo di storia siciliana e nazionale e le categorie da usare sono solo quelle della ricerca storica e dell’impegno civile.

A proposito, poi, delle ultime sette parole della dichiarazione sopra riportata, laddove c’è la manifesta e condivisa preoccupazione che il Giuliano «venga ricordato come una sorta di mito», credo che si possa convenire che l’argomento merita un’approfondita ed articolata riflessione. Non ci scandalizza, comunque, il fatto che Giuliano venga ricordato come una sorta di mito se è vero come è vero che personaggi come Nino Bixio (quello dell’eccidio di Bronte, per intenderci) siano rappresentati come icone dei valori risorgimentali nazionali. Il fenomeno di mitizzazione di un personaggio va studiato con l’apporto di specialisti antropologi nel contesto di un convegno di studi sul tema, al quale il prof. Casarubbea, storici ed antropologi potrebbero dare il loro contributo.