Corriere di Ragusa
Email
Corrierediragusa.it mobile
Feed Rss Corrierediragusa.it
Corrierediragusa.it - Motore di ricerca
Corrierediragusa.it su Facebook
Corrierediragusa.it su Twitter
Corrierediragusa.it su Google+
Dimensione testo:
|
A
|
Corriere di Ragusa.it
Martedì 6 Dicembre 2016 - Aggiornato alle 15:04 - Lettori online 1679
PALERMO - 12/10/2010
Cultura - Palermo: 66 anni fa una della pagine più tristi dell’immediato dopoguerra

19 ottobre 1944, cronaca di una strage impunita

Anniversario della strage del pane di via Maqueda. Circa 200 palermitani, molti ragazzi e bambini, falciati dai soldati della Brigata «Sabaudia»
Foto CorrierediRagusa.it

Palermo via Maqueda, giovedì 19 ottobre 1944, verso mezzogiorno. Gli impiegati comunali della capitale siciliana, da alcuni giorni erano in stato di agitazione, chiedevano la concessione di un’indennità di carovita, analoga a quella concessa ai dipendenti dello Stato, per tentare di far fronte al continuo aumento dei prezzi di tutti i generi di prima necessità, provocato dall’inflazione e, soprattutto, dagli speculatori.

Fenomeno odioso, quello del mercato nero, che nemmeno gli anglo-americani, nonostante la propaganda, erano riusciti ad eliminare. Lo sciopero indetto per il 18 ottobre 1944 era stato sospeso nell’attesa che una delegazione di «comunali» venisse ricevuta dal Commissario prefettizio del comune, il barone Merlo. Questi, affermando che «il Comune non aveva soldi» chiuse ogni possibile trattativa. Così, l’indomani, una folla di circa 400 dipendenti comunali mosse da piazza Pretoria per raggiungere palazzo Comitini, dove aveva sede la Prefettura e l’Alto Commissariato per la Sicilia.

I manifestanti ebbero a verificare che non erano a Palermo né il prefetto Paolo D’Antoni, né l’Alto Commissario Salvatore Aldisio. In sede c’era solo il vice prefetto Giuseppe Pampilonia. La folla di manifestanti, via via ingrossata da ragazzi, donne e giovani dei quartieri più poveri, finì di essere una manifestazione di categoria per trasformarsi in una vera e propria protesta di popolo, stanco dei bombardamenti che aveva subito fino alla vigilia dello sbarco alleato e della situazione alimentare non più tollerabile.

L’incapacità di gestire la protesta da parte del Pampilonia presto diventò panico e fu il disastro. In risposta a dei manifestanti che al più brandivano dei randelli e dei pezzi di legno e che a gran voce, chiedevano salari adeguati, ma soprattutto «pane e pasta per tutti», il vice prefetto seppe solo chiamare il Comando Militare della Sicilia, chiedendo l’invio di militari per difendere la prefettura, che nessuno aveva tentato di assaltare.

Dalla Caserma «Ciro Scianna» partirono una sessantina di soldati, stipati su due camion, quasi tutti sardi, del 139° Reggimento di Fanteria della Brigata Sabaudia (al comando della quale c’era il ben noto generale Giuseppe Castellano, quello che aveva firmato l’armistizio di Cassibile), sotto il comando del sottotenente Calogero Lo Sardo, un giovanissimo ufficiale nativo di Canicattì. Tutti i militari erano armati del moschetto 91, trentacinque di loro erano stati dotati di due caricatori; ventuno, invece, di caricatori ne ebbero solo uno, assieme a due bombe a mano. Quando furono ai Quattro Canti, il giovane ufficiale ordinò di caricare le armi. Al momento in cui il primo automezzo s’inoltrò in mezzo alla folla, volarono sassi e alcune latte contro i militari, subito, però, si udì un’esplosione vicino al camion, forse qualche giovane soldato perse la testa, comunque nessuna inchiesta riuscì a stabilire chi avesse sparato per primo. Dopo si scatenò un inferno di fuoco contro i dimostranti che stazionavano presso la sede della prefettura. Di certo c’è che tutte le fonti confermano che nessuno dei dimostranti era armato.

La folla si disperse nelle stradine circostanti e negli androni dei palazzi vicini, sul selciato rimasero a decine i morti e i feriti. Gli scioperanti si diedero da fare adagiando i morti ed i feriti su tavole, scale, carrettini a mano ed altri mezzi di fortuna per trasportare i feriti negli ospedali e nei posti di pronto soccorso. Le autorità, subito dopo il massacro compiuto, si affrettarono a disporre l’uso degli idranti, per cancellare con forti getti d’acqua le tracce di sangue che testimoniavano la strage commessa dai soldati della Sabaudia.

Fra le prime vittime accertate spiccarono i nomi, pubblicati dal Giornale di Sicilia il giorno successivo, di Francesco Frannotta di anni 10, di un ragazzo non identificato dell’età apparente di anni 10, di Domenico Cordone di anni 15, di Michele Damiani di anni 12, di Andrea Di Gregorio di anni 15, di un bambino non identificato dell’età apparente di anni 7, di Gaetano Balistreri di anni 11, di Oreste Bisanti di anni 11, di Pietro Coppola di anni 11, di Esposito Bartolomeo di anni 16, di Simone Romano di anni 12, di Giuseppe Ciamba di anni 10, di N. Pierano di anni 8, di Luigi Reina di anni 11, di Salvatore Nuccio di anni 18, di Dorotea Rotondi di anni 10, di Gioacchino Morici di anni 13, e così via.

Non si può certo parlare di manifestanti pericolosi per l’ordine pubblico contro cui i soldati della Sabaudia spararono ad altezza d’uomo. Consideriamo, ora, il numero di colpi a disposizione della truppa: 91 caricatori da 6 colpi comportano la disponibilità di 546 colpi. Se, come sembra molto probabile, nessuno o quasi nessuno dei 35 militari dotati di doppio caricatore ebbe il tempo di usare il secondo, anche perché la folla si dileguò, se ne desume che furono esplosi circa 300 colpi o poco più. Il risultato ufficiale di 30 morti e 150 feriti che ci hanno consegnato le cronache è quindi indicativo di una sparatoria ravvicinata e mirata a colpire, come peraltro era prescritto dalla circolare Roatta del 26 luglio 1943, riconfermata integralmente il 31 agosto 1944 dal generale Taddeo Orlando. Ma di questo, come era ovvio, nessuno fece mai parola. In effetti il numero dei morti fu enormemente più alto, vuoi perché parecchi dei feriti più gravi non ce la fecero, vuoi perché tanti rimasti feriti non vollero ricorrere alle cure pubbliche per non dover declinare le proprie generalità.

Il balletto delle accuse incrociate cominciò subito: da Roma, Aldisio accusò i manifestanti di avere assalito dei camion di farina che attraversavano la città, cosa che nessuna fonte riporta; il Comitato di Liberazione Nazionale di Palermo accusò i separatisti e gli ex fascisti e chiedevano l’accelerazione dei processi di epurazione; i repubblicani accusavano i monarchici; l’Avanti chiedeva di «colpire spietatamente i separatisti […] che armavano la mano dei sicari per provocare repressioni sanguinose»; il giornale «La Voce Socialista» se la prese con i lavoratori in sciopero che gridavano e occupavano le strade, accusandoli di incoscienza e mancata organizzazione; i separatisti, attaccati da tutti, non potevano che prendersela con tutti.

Se però si vanno a leggere alcune lettere censurate del periodo, c’è da tremare, come nel caso di quella della signora Teresa Morvillo, che così scriveva a Franca Morello, il 21 ottobre: «… noi dalle finestre dell’ufficio abbiamo assistito ad una fase di esso… se tu avessi visto! La maggior parte era costituita da bambini dai 10 ai 12 anni! C’erano giovanotti imberbi, qualcuno più grande… gridando si sono messi a fare gran baccano dovunque: insomma sciopero. Ma nessun bastone o arma era nelle loro mani… il gruppo più grosso si trovava a reclamare pane e pasta dinnanzi il Palazzo della Prefettura, nient’altro che questo faceva. Quando meno se l’aspettava ha visto arrivare un camion con un gruppo di badogliani, sardignoli, i quali, non si sa perché, appena giunti in mezzo ai dimostranti hanno buttato bombe a mano e sparato con fucili mitragliatori. Hanno fatto circa duecento tra morti e feriti, la maggior parte bambini, giovanottini e, come sempre, altre vittime innocenti che non prendevano parte alla dimostrazione ma o guardavano o si trovavano lì vicino!!! Ciò ha prodotto la generale indignazione e l’indomani mattina sono apparsi manifestini con scrittovi che «la cittadinanza era a lutto per le vittime del piombo sabaudo».

La Commissione d’inchiesta insediata già il giorno successivo dal governo romano e presieduta dall’Ispettore generale di P.S. Michele Iantaffi e dal dott. Pasquale Cortese (DC), dal prof. Giuseppe Drago (PSI) e dal prof. Giuseppe Montalbano (PCI), fu un fallimento, già il 4 novembre i componenti avevano ritirato la loro adesione e la relazione finale, a firma del solo Presidente, escluse ogni responsabilità dei militari, lasciando intravedere la provocazione da parte dei manifestanti. Dal punto di vista giudiziario, intanto, il sottotenente, i tre sottufficiali e i 21 soldati che avevano avuto in dotazione le bombe a mano furono deferiti al tribunale militare, con l’accusa di strage ed omicidio plurimo. Il processo, per legittima suspicione, fu trasferito a Taranto, si ebbe la sentenza dopo circa tre anni, nel febbraio 1947, e fu scandalosa: le imputazioni erano state derubricate ad «eccesso colposo di legittima difesa». Nessuno fu condannato. Ma, nessun colpevole significa tutti colpevoli.

Politicamente, il massacro del 19 ottobre 1944, rappresenta l’incipit di tutto ciò che accadrà fra la fine del 1944 ed il 1945: dai «Moti del non si parte» e la fondazione di ben quattro repubbliche, segnacolo di un assoluto distacco tra le popolazioni siciliane ed i governi badogliani, prima, e bonomiani, dopo.

La verità è che la Sicilia, tra folle affamate, indipendentisti, banditi, mafiosi e servizi segreti italiani e stranieri, era una vera e propria polveriera sul punto di esplodere. E, qua e là, alcune "esplosioni" si verificarono. Basti pensare al fenomeno del «Non si parte» che portò alla creazione delle cosiddette "repubbliche", proclamate a Comiso, a Palazzo Adriano, a Piana dei Greci e a Giarratana fra i mesi di gennaio e febbraio del 1945.

Furono delle vere e proprie rivolte, il cui confuso e velleitario obiettivo era quello di affermare una sorta di "potere popolare", che «andrebbero studiate accuratamente e con l’ausilio di tutta la documentazione oggi disponibile, al di là dei vieti pregiudizi connessi all’adozione della categoria interpretativa della "spontaneità", come ha sostenuto anche il prof. Carlo Marino nella sua «Storia del separatismo siciliano» del 1979. Infatti, intere popolazioni, stremate dalla fame, dal "mercato nero" e dall’ammasso obbligatorio del grano, si ribellarono all’autorità statale, specie quando a tanti giovani arrivarono le "cartoline verdi" di richiamo alle armi. Non furono pochi i casi in cui folle inferocite si riunivano nelle piazze dei paesi per ammucchiare le cartoline e farci i falò. E non furono pochi i giovani siciliani che, al richiamo alle armi e al rischio di morire nelle trincee del Nord, preferirono la latitanza sulle montagne, aggregandosi alle bande che lì scorazzavano.

Infine, non va trascurato il fatto che appena quattro giorni dopo i fatti di Palermo, esattamente il 23 ottobre, Andrea Finocchiaro Aprile incontrò a Catania Antonio Canepa, da poco rientrato dalla Toscana, dove aveva guidato una formazione partigiana, secondo alcuni a sinistra del PCI, e lo incaricò di organizzare l’EVIS (Esercito Volontario per l’Indipendenza della Sicilia), dando così il via alla composizione di un’altra pagina dolorosa della storia della nostra terra, che continuò per anni, anche dopo la morte del Canepa stesso, ucciso mesi dopo in un agguato. Forse non finì del tutto nemmeno con la morte di Salvatore Giuliano. Ma questa, come si dice, è un’altra storia.

(nella foto i nomi di alcuni caduti in via Maqueda)