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PALERMO - 30/09/2010
Cultura - Palermo: come nacque il film sul «re di Montelepre»

Giuliano, uno spaccato di vita siciliana nel film di Rosi

Quando le famiglie Giuliano e Gaglio si opposero alle riprese cinematografiche sulle imprese del celebre congiunto

Salvatore Giuliano ha fatto sempre notizia, anche dopo la sua scomparsa. Un esempio. Tutto ha inizio allorché Franco Cristaldi, il noto produttore cinematografico, decise di affidare al regista Francesco Rosi la realizzazione di un film sulle gesta del «re di Montelepre». Le famiglie Giuliano e Gaglio avevano chiesto la cessazione delle riprese, che si stavano effettuando a Castelvetrano, affermando che il loro celebre congiunto era morto incensurato e che solo agli eredi legittimi spettava, in ogni caso, l’eventuale sfruttamento artistico e commerciale della sua immagine e della sua biografia.

La battaglia giudiziaria durò oltre un anno, fino a quando il 19 giugno 1961 il pretore di Partinico, dottor Pasquale Giardina, depositò nelle mani del cancelliere, Giacomo Coniglio, un’ordinanza nella quale rigettava tutte le richieste delle famiglie Giuliano e Gaglio. Con la sentenza, il pretore di Partinico non solo sancì l’infondatezza della tesi circa l’incensuratezza di Salvatore Giuliano, ma ribadì, soprattutto, un importante principio giuridico, culturale e sociale: che il cinema, cioè, può rivendicare gli stessi diritti di cronaca, ricostruzione storica e critica del costume concessi dalla Carta costituzionale della Repubblica e dalle leggi vigenti alla stampa. La sentenza di Partinico chiudeva, così, la lunga battaglia fra la produzione del film e gli eredi del bandito.

Troppo poco tempo era ancora passato dall’uscita di scena del famoso bandito e molti inquietanti interrogativi erano rimasti aperti. Solo una piccola parte di essi, infatti, avevano trovato soddisfazione nella sentenza del processo di Viterbo. In quella sede, infatti, la corte aveva dovuto giudicare soltanto le responsabilità inerenti alla strage di Portella della Ginestra; e anche se il dibattito fatalmente si allargò ad altri episodi, un vero e proprio processo per la scomparsa di Giuliano, in effetti, non si ebbe mai. Questo stato di cose, assieme all’enorme risonanza mediatica e non solo, che ebbe la misteriosa fine di Giuliano, fa ben immaginare le difficoltà d’ogni genere, palesi e occulte, che si presentarono a chi quel film doveva pur farlo.

Film, che alla luce di tutte queste componenti, potrebbe ben essere definito come una sorta di «istruttoria di un processo che non sarebbe mai stato celebrato». Il film comincia con il bandito morto nel cortile di Castelvetrano e risale alle cause prossime e remote dello strano dramma. Produzione e regista non ebbero mai un approccio scandalistico, né mai mostrarono presunzione di rivelare chissà quale inedito. Ritenevano, sbagliando, che i dieci anni trascorsi rappresentassero un lasso di tempo sufficiente per evitare ogni sospetto di tendenziosità, collocando la vicenda sul piano squisitamente storico.

Mentre si stava completando la sceneggiatura del film, una scarica di lupara abbatteva in una strada di San Giuseppe Jato il mafioso Minasola, che aveva collaborato con il colonnello Luca, tendendo la trappola a Giuliano. La morte di Minasola servì, indirettamente, a riportare sulle prime pagine della stampa nazionale la storia di Giuliano e gli annessi misteri che la circondavano e, possiamo dire, continuano a circondarla.

La stampa tutta, i settimanali in particolare, ripresero l’argomento con nuove rivelazioni, più o meno fondate. Vennero fuori, per esempio, i memoriali della madre di Giuliano, di Frank Mannino, dei marescialli Calandra e Lo Bianco; servizi esclusivi sul presunto figlio di Giuliano, sul tesoro della banda e su altre fantasticherie romanzesche. Tutte queste cose, strettamente collegate con l’omicidio di Minasola e da esso dipendenti, produssero una vera e propria inversione culturale nella preparazione del film: fu chiaro al regista Rosi, infatti, che l’unico modo coerente di affrontare un argomento così delicato e complesso era quello di evitare l’aneddotica, il romanzo, il tono del servizio sensazionale. Infatti, le soluzioni di sceneggiature legate a un racconto di tipo psicologico, accettate in un primo momento, non soddisfacevano più.

Fu così che Rosi si rese conto che il film doveva diventare un brano di storia siciliana, cioè italiana, raccontato con la chiarezza espositiva di un saggio. Non era cosa da poco: si trattava di inventare una forma nuova di raccontare e di accettarne tutti i rischi. Di conseguenza, nel film non doveva esserci una sola battuta che fosse «inventata» in senso tradizionale: perciò era indispensabile poter disporre di una documentazione ampia, completa ed accuratissima. Bisognava, insomma, puntare ad un risultato di assoluta verosimiglianza: perciò il film non poteva che essere girato nei luoghi stessi della vita di Giuliano e, relativamente agli attori, fu chiaro che non era il caso di adoperare attori professionisti, pur con una inevitabile lievitazione dei costi di produzione. Ed è così che il film «Salvatore Giuliano» ci presenta una Sicilia umiliata e ribelle che vibra nelle immagini dei suoi poveri paesi, dei suoi picciotti sprecati: la loro dizione, spesso rozza e impacciata, assume un inconsapevole risalto stilistico che fa pensare, oltre l’opera dei pupi, a Brecht.

C’è nel film un affascinante moto pendolare dalla verità alla poesia e dalla poesia alla verità, che rappresenta un contributo operante alla conoscenza del problema meridionale, perché il film sul re di Montelepre, pur come narrazione di un episodio limitato, non comincia nel 1943 e non finisce nel 1960. Il suo vero inizio è da porre secoli or sono, quando la Sicilia attraverso le varie invasioni si adattò a diventare terra di conquista; la sua continuazione è nelle pagine dei quotidiani, dove echeggia il sinistro crepito della lupara, dove, increduli, leggiamo cronache di omicidi e di inaudite sopraffazioni. La conclusione, cioè il senso profondo del film, sta nelle mani di ciascuno di noi: un lavoro di generazioni, che però impone subito di liberarci da infiniti pregiudizi.