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PALERMO - 22/09/2010
Cultura - Palermo: come nasce il divario fra le due Italie

Nord e Sud, alle origini della sperequazione sociale

Dalla liberazione degli alleati a oggi, le grandi differenze e le diverse fortune fra Continente e Meridione. «E dire che sarebbe bastato che gli aiuti del piano Marshall venissero utilizzati per le motivazioni originarie…»

All’atto della liberazione, nell’aprile del 1945, le truppe alleate erano presenti in Sicilia già da quasi due anni, ma i primi aiuti alleati, per quanto riguarda il fabbisogno industriale cominciarono ad arrivare soltanto nel settembre del 1945; tutto questo condusse il mezzogiorno verso una paralisi industriale.

Ed è proprio in tema di ripartizione degli aiuti alleati che si cominciarono a sviluppare le prime nette contrapposizioni tra Nord e Sud, dove il Sud chiedeva strutture produttive, macchine per fare partire le industrie, pezzi di ricambio, materie prime. Il Nord che aveva avuto la grande avventura di vedersi liberato improvvisamente, salvando così gran parte degli apparati industriali, domandava soltanto materie prime e prodotti energetici, assicurando la produzione di prodotti finiti. In questo scontro il Nord ebbe facile vittoria, furono, infatti, importati prevalentemente materie prime e prodotti energetici. L’Italia, nel Maggio del 1946 tornava, così, ad essere esportatrice di prodotti sul mercato internazionale.

L’istituzione della Regione Siciliana nel 1947 determinava l’avvio di un vasto piano di opere pubbliche, dapprima con stanziamenti sulla spesa ordinaria e più tardi, negli anni Cinquanta, con i fondi versati annualmente dallo Stato a titolo di solidarietà nazionale, in virtù del famoso art. 38 dello Statuto siciliano, che prevedeva l’erogazione, sulla base di un piano economico, di una somma da impiegarsi in lavori pubblici, allo scopo di riportare i redditi di lavoro siciliani sulle medie nazionali.

In realtà, per i governi di allora, i lavori pubblici, più che alla creazione di infrastrutture di base per il potenziamento dell’economia, tendevano ad assolvere finalità sociali, mirando principalmente a sopperire alla carenza del lavoro privato e al maggiore assorbimento possibile di manodopera scarsamente qualificata: tutto ciò per lenire la disoccupazione.

E perciò furono privilegiate le opere stradali rurali, le bonifiche e l’edilizia popolare, tutti interventi, che a detta dei tecnici, assicuravano un maggiore impiego di unità lavorative, ma che non potevano valere da sole a modificare il divario economico con la parte più progredita del Paese e neppure a bloccare il flusso di emigrazione all’estero, sempre più consistente a cominciare proprio dal 1947, e avente come destinazione soprattutto l’America Latina, l’ Australia, il Nord Italia, ma anche gli Stati Uniti; l’emigrazione veniva ancora una volta considerata dai siciliani come il mezzo migliore per sfuggire alla disoccupazione e alla miseria, che nell’Isola raggiungevano livelli tra i più alti d’Italia.

Dopo Basilicata, Calabria e Sardegna, la Sicilia nel 1948 aveva la maggiore percentuale di famiglie con un reddito annuo inferiore a 390.000 lire e contemporaneamente di famiglie con un reddito superiore a 3.250.000 lire annue, a dimostrazione di una ricchezza regionale non solo scarsa, ma anche mal distribuita e che dava vita ad una forbice sociale molto ampia.

L’emigrazione transoceanica appariva in quegli anni come la migliore valvola di sfogo della miseria e la sua ripresa era auspicata anche a livello politico, sia regionale che nazionale. I governi di Roma e di Palermo, infatti, si trovavano d’accordo nell’incoraggiarla, considerandola – attraverso le rimesse degli emigranti - condizione essenziale dello sviluppo economico del Paese.

Diversamente dalla grande emigrazione ottocentesca, quella del secondo dopoguerra non era costituita tanto da contadini e braccianti, quanto da piccoli artigiani, spesso reduci di guerra e senza lavoro, che sceglievano Paesi oltreoceano; così come da manodopera qualificata diretta il Nord dell’Italia; nonché da piccoli operatori agricoli che si indirizzavano nell’Italia centrale.

La Regione escluse inizialmente un suo intervento diretto in nuove imprese industriali e preferì, piuttosto, concedere agevolazioni fiscali per rilanciare l’edilizia privata, emanare provvedimenti a favore della ricerca mineraria e abolire, nel 1948, la nominatività dei titoli azionari per le nuove società industriali e amatoriali, allo scopo di richiamare nell’Isola nuovi capitali che facessero da volano all’economia.

Quest’ultimo provvedimento, fu impugnato dal Commissario dello Stato e poté entrare in vigore solo nel 1949, ma con risultati deludenti perché gli industriali del Nord si mossero in pochi. Lo squilibrio tra la Sicilia e il nord dell’Italia fu ben lontano quindi dall’essere riassorbito; nessuna industria veramente importante riuscì a impiantarsi nel centro o nell’ovest della Sicilia, dove regnava, incontrastata, la mafia.

Quest’ultima, intanto, andava trasformandosi, soprattutto in concomitanza e a causa del rientro dei boss espulsi dagli Stati Uniti, cominciando a sviluppare la propria attività nell’ambiente urbano e in alcuni settori che prima aveva trascurato, come il traffico della droga e soprattutto la speculazione immobiliare. La politica del tempo, soprattutto a livello amministrativo, non risultò, come si dice, a tenuta stagna, non fu impermeabile alle contaminazioni, non fu insensibile alle prospettive dei facili guadagni, finendo, così, con l’essere fin troppo disposta ad ascoltare e cedere agli interessi di alcuni gruppi privilegiati. Il risultato: enormi scandali. Dal Palermo «sacco di Palermo» a quello di Agrigento. Il tremendo terremoto che nel 1968 distrusse molti paesi nella valle del Belice lasciando miglia di persone senza un tetto, per decenni, rappresenta una sorta di cesura nella storia della Sicilia dell’Autonomia, uno spartiacque, che segna in maniera indelebile un prima e un dopo. Dopo, nulla fu più come prima: nella politica, nella pratica amministrativa, nel controllo del territorio, nella presenza dello Stato sullo stesso, che diventa, giorno dopo giorno sempre più «assenza».

I morti eccellenti degli anni successivi, da Cesare Terranova, passando per Mattarella, Costa, Dalla Chiesa e via via fino a Falcone e Borsellino, se da un lato, purtroppo, ne rappresentano gli esiti più inimmaginabili, vili e indegni per la civiltà siciliana, dall’altro, sono il triste segnacolo dell’arretramento dello Stato, sempre più a «trazione» nordica, e, conseguentemente, dell’affermazione del potere mafioso, che provò ad avvolgere, come in una cappa, il futuro della Sicilia e dei Siciliani. E dire che sarebbe bastato che gli aiuti del piano Marshall venissero utilizzati per le motivazioni originarie, per il raggiungimento delle quali era stato pensato, creato e finanziato. Così non fu in Italia e a farne le spese furono la Sicilia e i Siciliani.