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PALERMO - 12/09/2010
Cultura - Palermo: il cholera morbus inell’isola, castigo di Dio o strage di Stato?

Arrivò dalla Francia nel 1837, la Sicilia ai tempi del colera

La provincia di Ragusa subì il contagio e Comiso ebbe 342 decessi per Cholera morbus

Il colera asiatico, il «mortifero vomito orientale», partito nel 1817 dall´India, dove era endemico, arrivò nel 1830 a Mosca e dalla Russia, negli anni successivi, si portò fino in Francia attraversando l´Europa centrale. Nell´estate 1835 dalla Francia penetrò negli Stati sardi, e cominciò così il suo lugubre cammino nella nostra Penisola, invadendo dapprima l´Italia settentrionale e via via le regioni centrali e quelle meridionali, tra lo sconcerto delle autorità, il terrore delle popolazioni e l´impotenza della medicina del tempo.

Il passaggio del Cholera morbus lasciò uno strascico enorme di lutti, dei quali fecero le spese le categorie sociali più misere delle popolazioni urbane, che in proporzione pagarono il tributo di vite più alto, soprattutto a causa delle condizioni igienico-sanitarie (abitazioni affollate, mancanza di pulizia, stato cronico di denutrizione) e per le oggettive difficoltà che incontravano nello spostarsi in località e zone meno esposte all´alea del contagio. Il numero dei morti fu molto alto e corrispose al 60-70% dei colpiti. Il morbo asiatico, nella sua avanzata, trovò un terreno particolarmente favorevole nel Mezzogiorno e soprattutto in Sicilia.

Le degradate condizioni igieniche dei centri urbani e le approssimative strutture sanitarie offrirono al Cholera morbus il terreno ideale per il suo propagarsi. Nella sola Napoli, nelle due ondate del 1836 e 1837, i colpiti furono oltre 30.000, ed i morti all´incirca 20.000. In Sicilia, l´invasione colerosa ebbe effetti apocalittici: Messina, Siracusa, Catania e soprattutto Palermo furono i centri più colpiti. Nella sola capitale, dove il colera cominciò a propagarsi il 7 giugno 1837, provocò circa 24.000 morti (135 su 1000 abitanti), cui sono da aggiungere i più di 40.000 decessi verificatisi nella «valle» della capitale.

Il dibattito medico-scientifico interessò tutta l´Europa e si incentrò sulla sua natura, che a seconda delle scuole di pensiero, venivano definite «contagiosa» o «epidemica-miasmatica». Il dottor de Vest, nel 1831, così distingueva i due casi: «contagioso chiamasi un germe invisibile prodotto da una malattia […] il quale quando viene a contatto con un uomo sano e disposto a riceverlo, produce in questo una malattia perfettamente simile a quella da cui esso era derivato […]. Si dà il nome di miasma ad una costituzione dell´aria derivante da cause affatto ignote, pel cui mezzo quest´aria può rendere ammalato un gran numero di uomini».

A monte del dibattito, però, stavano interessi economici e commerciali ben precisi. Propendere per l´una o l´altra versione scientifica implicava, infatti, l´adozione o meno di tutta una serie di provvedimenti che favorivano o danneggiavano i commerci. Credere nella natura «contagiosa» del morbo, per esempio, significava attuare le tradizionali misure sanitarie (cordoni, quarantene, lazzaretti), mentre tali presidî diventavano inutili nei confronti di una malattia che si diffondeva nell´aria stessa e che come tale era impossibile circoscrivere. L´Europa si divise, così, tra «contagiosi» e «miasmatici», ovvero tra «protezionisti» e «liberoscambisti». Due grandi nazioni, Francia ed Inghilterra, che non potevano rischiare di tenere bloccate in quarantena nei porti d´Europa le loro flotte mercantili, optarono per la non contagiosità del Cholera morbus.

Il Regno borbonico, in seguito alla pubblicazione, nell´agosto 1831, del rapporto della Facoltà medica al Supremo Magistrato di Salute pubblica di Napoli, nel quale «non esita[va] a dichiarare propendere per la opinione che il cholera morbus [era] da considerarsi come una malattia contagiosa», optò per il rafforzamento di tutti quei presidî che potessero impedire l´entrata del morbo asiatico nel suo territorio, continentale ed insulare. In quella circostanza, però, alle tradizionali misure (quarantene e lazzaretti) se ne aggiunsero altre più energiche: il cordone di terra lungo le spiagge e la «crociera marittima». Interventi e controlli furono predisposti pure per tutte quelle attività imprenditoriali (concia delle pelli, macerazione del lino e della canapa), che creavano liquami putridi. Si trattò, però, di controlli non continuativi e quindi inutili.

Nella Sicilia sud-orientale e a Siracusa in particolare, anziché sulla natura del male, il dibattito s´incentrò sulla sua causa prima: castigo di Dio o strage di Stato? Il cholera morbus, insomma, bisognava accettarlo come manifestazione della collera divina al pari della peste del 1743, del terremoto del 1693 e di tutte quelle calamità che avevano caratterizzato l´Europa d´antico regime, o ci si trovava, invece, davanti ad un disegno criminoso del Governo borbonico tendente allo sterminio programmato della popolazione? A far propendere l´opinione pubblica per la seconda ipotesi ci pensarono, da una parte, gli ultimi carbonari, e dall´altra, il manifesto pubblicato il 22 giugno 1837 dal facente funzione d´Intendente della valle di Siracusa, Vaccaro. Questi comunicò che era stata colpita anche Malta e che pertanto o ci si decideva ad interrompere con essa i rapporti commerciali oppure che occorreva prepararsi a ricevere il Cholera morbus.

La pubblicazione, poi, del manifesto adorniano nel quale si dava la notizia del rinvenimento, a Siracusa, in casa dell´Intendente di sostanze venefiche, confermò i sospetti e produsse in tutta la valle uno stato di rivolta. Le disposizioni sanitarie obbligarono i sindaci a far costruire un «carretto funebre» per il trasporto dei colerosi e a far confezionare le «camicie peciate per uso dei becchini»; per l´opinione pubblica non occorreva altro, il dubbio si era tramutato in certezza: sindaci ed amministratori furono accusati di essere gli «untori del re» e la rivolta si propagò in quasi tutti i paesi dell´attuale provincia di Ragusa. Comiso, Monterosso e Modica furono tra i primi. A Comiso, per esempio, si aggiunse la fuga del Sindaco, don Nunzio Comitini, ad esacerbare la folla, che impaurita ed affamata si riunì nella chiesa del Santo Patrono San Biagio. Ai due lati del Santo furono poste le «ruote» del carro funebre appena distrutto. Sull´istante fu deciso di issarlo sulla vara e di portarlo in processione assieme al simulacro dell´Annunziata per scoprire dove si nascondeva il «veleno». La Cancelleria comunale, le case dei dipendenti comunali, la casa del sindaco, il corpo di guardia e financo il carcere furono «visitati» dai Comisani in processione: e fu incendio, distruzione, saccheggio. Il tutto «in faccia» a San Biagio e a Maria SS. Annunziata.

Dalla parte del Governo l´intervento non si fece attendere: la decisione più macroscopica fu rappresentata dal declassamento di Siracusa a capo circondario e dal corrispondente innalzamento della «borbonica» Noto a sede di Capovalle; nella periferia l´arrivo della «colonna mobile» inviata dall´alter ego, Generale Del Carretto, riportò l´ordine e 85 persone furono arrestate e processate nella sola Comiso. I processi, però, si istruirono secondo una linea «governativa». Del Carretto non accettò la linea morbida che accreditava la rivolta come una scorreria di plebi affamate e di popolani in armi, antiborbonica solo in quanto stigmatizzava lo stato di insofferenza delle plebi urbane e dei contadini delle campagne, ma volle che si parlasse di una insurrezione di matrice politica, organizzata e guidata dai «liberali».

Degli 85 detenuti comisani, 76 non pagavano fondiaria, non erano, cioè proprietari né di un frustolo di terreno né di un immobile urbano, solo in 3 sapevano leggere e scrivere. Furono comminate, come condanne più gravi, 3 condanne a morte, a Filippo Incremona inteso crivaru, a Salvatore Gurrieri e a Salvatore Occhipinti, ripettivamente bracciali eri, i primi due, e barbiere, il terzo. Tutto era avvenuto senza che ancora un solo caso di colera si fosse manifestato: dal 28 agosto e fino al 26 ottobre, fase acuta dell´epidemia, Comiso ebbe 342 decessi per Cholera morbus.