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Mercoledì 7 Dicembre 2016 - Aggiornato alle 15:17 - Lettori online 833
PALERMO - 05/09/2010
Cultura - Palermo: dai romani a in poi, il lusso regolamento dalle leggi

«Leggi suntuarie»: quando l’abito faceva il monaco!

Dalle norme emanate da Giulio Cesare a oggi, la moda ha sempre contraddistinto le classi sociali

Si dicono «leggi suntuarie», quelle disposizioni contrarie al lusso, che in età tardo-medievale e moderna, arrivavano a sanzionare la scomunica di chi non ne rispettava il contenuto.

Le origini di tali disposizioni sono antichissime; i divieti originari previsti, partivano da un concetto di uguaglianza e riguardavano le manifestazioni del lusso quali: gioielli, stoffe, lunghezza degli strascichi. Già nel primo documento legislativo romano di cui si abbia notizia, le XII Tavole, veniva regolamentata la limitazione per le vesti di lusso. Ricordiamo Cesare che emanò una legge che vietava l’uso di manti di porpora e di perle, ad eccezione di certe età e di rango, ma non per agli uomini. Nell’Italia nel Duecento compaiono le prime leggi suntuarie, ad esempio in Sicilia la prima è opera di Carlo D’Angiò del 1272.
L´obiettivo principale delle norme suntuarie, inoltre, erano le donne che, tra l´altro, sono oggetto del maggior numero di sanzioni. Infine, ciò che sembra emergere dalla documentazione è che le leggi suntuarie potevano configurarsi come tassa sul lusso, dal momento che le multe erano solitamente lievi e venivano pagate per poter indossare un abito sfarzoso o organizzare un banchetto.

La storiografia ha ampiamente evidenziato come all’interno di società così fortemente stratificate ed abitate dall’homo hierarchicus, la funzione di tali forme di «consumo vistoso» era quella di comunicare in modo chiaro ed incontrovertibile, la posizione occupata da ciascuno in seno alla gerarchia sociale, distinguendo ogni individuo e ogni famiglia dagli altri, sia eguali, che inferiori.

Per le famiglie che già erano al vertice della società, un tenore di vita improntato al lusso e all’ostentazione era considerato un dovere assolutamente imprescindibile: a presidio del rigido ordinamento gerarchico vigente nelle società aristocratiche di antico regime, stava infatti un principio costitutivo fondamentale, il concetto di «onore», dal quale discendeva non soltanto l’orgogliosa coscienza dei propri natali, ma anche, e soprattutto, un insieme del tutto peculiare di convenzioni e di regole di condotta – chiaramente attestate dall’espressione noblesse oblige – alle quali nessuno poteva sottrarsi, pena la perdita di considerazione sociale da parte dei propri consimili.

Se le casate più illustri dovevano impegnarsi nel mantenimento di uno stile di vita conforme al proprio prestigio, questa forma di comportamento era, poi, informalmente obbligatoria anche per qualsiasi nuova famiglia che aspirasse ad entrare nelle file dell’aristocrazia: chi voleva essere ammesso al ceto nobiliare – per condividerne, evidentemente, non soltanto il prestigio sociale, ma anche il potere politico e gli ingenti privilegi economici e fiscali – doveva infatti dimostrare di essere in grado di vivere more nobilium e di fare un uso «quotidianamente liberale» delle proprie ricchezze.

«L’imitazione di uno stile di vita più elevato e l’esibizione di forme di consumo vistoso» ha scritto opportunamente Peter Burke, furono un «importante canale per aumentare il proprio status sociale» agli inizi dell’Europa moderna.

Un tenore di vita eccessivamente dispendioso era spesso occasione di indebitamento e tale indebitamento poteva, talora, costituire il preludio al crollo delle fortune familiari; questo, a sua volta, diveniva un «meccanismo fondamentale del ricambio sociale, favorendo, da una parte, la mobilità ascendente e, dall’altra, la mobilità discendente».

Di queste dinamiche sociali, variabili da stagione a stagione, ma ben presenti per larga parte dell’Età moderna, furono testimoni, per l’appunto, le leggi suntuarie, efficacemente definite come veri e propri «breviari dei segni della distinzione sociale».

Non è casuale che le leggi suntuarie si siano moltiplicate ed inasprite soprattutto nel XVI secolo, epoca in cui, in virtù dell’intensa fase di vitalità economica vissuta dalle maggiori città italiane ed europee, le barriere di status divennero più permeabili e, di conseguenza, anche l’accertamento dei simboli del prestigio presso un unico gruppo sociale cominciò a lasciare spazio ad una maggiore articolazione e differenziazione.

Studi dimostrano come l´arte del ricamo in Sicilia fosse stata praticata già al tempo dei Musulmani e come i Normanni l´abbiano poi coltivata e incentivata fino a farne una delle maggiori attività degli Opifici del Palazzo Reale di Palermo. Il ricamo si diffuse rapidamente in tutta la Sicilia con lavorazioni di ogni genere, da quelle preziose con fili d´oro, perle e coralli per vestimenti principeschi e curiali, per arredi aulici, per paliotti e gonfaloni e altri apparati ecclesiastici, all´abbigliamento popolare e arredamento per la casa. Nel XV secolo entrano in vigore le Leggi Suntuarie che oltre a impedire di «portare in processione i corredi della sposa», proibiscono i ricami con fili d´oro e d´argento per frenare l´uso di materiali eccessivamente sfarzosi; in alternativa si evolve rapidamente come modalità di abbellimento il «ricamo in bianco», eseguito su tela bianca con filo bianco.

Tra ´500 e ´600 l´arte del ricamo diviene esercizio per giovani dame che imparano a ricamare prima di sposarsi o entrare in convento; la capacità di ornare i tessuti diviene requisito necessario nella classe elevata per una perfetta educazione femminile. Il ricamo è diffuso però in tutti i ceti sociali ed anzi era attività privilegiata delle giovani orfane ospiti dei conventi e degli orfanotrofi oppure di giovani che venivano date in affidamento a famiglie nobili o ricche che, in cambio di vitto e alloggio, le impiegava per tutta la vita alla realizzazione dei corredi.

Nell´800 il ricamo in bianco celebra il suo definitivo trionfo ed è onnipresente nella biancheria personale e da casa, con ampia ed articolata varietà di punti e fantasia dei motivi decorativi. L´attitudine al ricamo è stata tramandata di generazione in generazione fino ai nostri giorni, insieme alle diverse tecniche di ricamo in bianco, assumendo altre valenze tecniche e culturali. Ma, questa è tutta un’altra storia!