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Venerdì 9 Dicembre 2016 - Aggiornato alle 23:37 - Lettori online 588
PALERMO - 01/09/2010
Cultura - Palermo: il nostro articolo sul «re di Montelepre» ha provocato ricordi d’infanzia

Testimone racconta: «Giuliano è stato in provincia di Ragusa»

Nella primavera del 1950 Giovanni era solo un bambino. Stava mangiando brioche e granita quando un giovane di bell’aspetto, impermeabile addosso, entrò nel bar Diana di don Pietro e ordinò gentilmente un caffè prima di pagare e sparire con le guardie del corpo
Foto CorrierediRagusa.it

Salvatore Giuliano (nella foto con il mitico impermeabile bianco) nella primavera del 1950 sarebbe stato in provincia di Ragusa. Un’importante testimonianza utile per ricostruire gli ultimi mesi del «re di Montelepre», nel periodo più nero della sua pur breve vita. Giuliano era già stato nell’area centro e sud orientale della Sicilia, questa però è la prima volta che si ha notizia della sua presenza nella provincia iblea.

La notizia è pervenuta a seguito dell’articolo pubblicato sul nostro giornale. Quello che all’epoca era solo un bambino, Giovanni, si è ricordato di una particolare mattina di quella primavera, quando, come di solito, accompagnava il padre, don Angelo, al bar Diana, luogo di ritrovo con gli amici di sempre e, soprattutto, luogo dove c’era la possibilità di fare qualche piccolo affare, nella diuturna battaglia che molti, tanti, troppi siciliani erano costretti a combattere per coniugare il pranzo con la cena.

Secondo il racconto di Giovanni, era una domenica mattina, il tepore primaverile giorno dopo giorno faceva le prove generali in vista delle ormai prossime esibizioni estive, all’interno del bar c’erano una decina di avventori, quattro di essi erano già impegnati in una magistrale quanto chiacchierona briscola, poi c’era il banconista, don Ignazio, non era ancora arrivato il proprietario, don Pietro. Don Ignazio a chi gli chiedeva di don Pietro rispondeva, con una punta di malcelata complicità: la domenica è delle sottane! per dire che la domenica era solito andare, assieme alla moglie donna Giorgina, alla Santa Messa delle 8 al Duomo di San Giorgio e che quindi ritardava.

Per un avventore che andava via ne arrivava un altro o anche più. Alcuni consumavano il rito del caffè (l’unica cosa che costava meno di tutte), altri si limitavano a chiacchierare, vuoi all’interno, vuoi facendo capannelli davanti alla porta e sulla strada. Il nostro Giovanni era particolarmente euforico perché la domenica e solo la domenica, d’inverno, don Angelo gli comprava un savoiardo, grande grosso e morbido, assieme ad un bicchiere di latte, mentre nei mesi caldi la scelta cadeva sulla «mezza granita» e la brioche. Quella era la prima domenica dedicata alla granita e a quella fantasticheria che Giovanni aveva pregustato nei lunghi e freddi mesi invernali: la brioche, enorme, calda e profumata!

Don Ignazio, dopo un’occhiata alla strada, non avendo visto don Pietro in arrivo, preparò la «mezza granita» nel bicchiere grande (gli voleva bene a quel monello) e scelse la brioche più grande e si apprestava a far salire Giovanni sul trespolo per la scorpacciata, quando sentì una voce sconosciuta: «Buongiorno, un caffè, per piacere». Era una voce «nuova» nel bar Diana, anche la cadenza era ignota, diversa, alzando gli occhi s’accorse che apparteneva ad un giovane di circa trent’anni, bello in viso, in testa un copricapo chiaro con la visiera rivoltata all’insù, avvolto in un impermeabile bianco, legato in vita. Don Ignazio mentre s’apprestava a servire il caffè a quel forestiero, così gentilmente chiesto, s’accorse che davanti alla porta c’erano altre due persone giovani, che guardavano ai due lati della strada, mentre una macchina nera stazionava qualche metro più in là, con il motore acceso e un giovanotto appoggiato allo sportello di guida, aperto, che si scambiava occhiate con i due che stazionavano davanti alla porta del bar.

Tutto si svolse in un battibaleno, don Ignazio vide sparire la macchina nera senza che ancora si fosse accorto che l’avventore non c’era più. S’apprestò a controllare che sul bancone ci fossero i soldi del caffè, malignamente aveva pensato che il forestiero fosse uscito senza pagare: dovette ricredersi, vedendo gli spiccioli del caffè accompagnati da una mancia pari a dieci volte il costo del caffè. Compiaciuto sorrise e intascò il denaro piovuto dal cielo, pensando che quel giorno avrebbe potuto «fare domenica» anche lui assieme alla sua famiglia.

Ma, le sorprese non erano finite. Tornò ad allungare la mano per ritirare la tazzina da lavare quando s’accorse che sotto il piattino c’era un «pizzino» di carta, accuratamente ripiegato. Lo prese, lo dispiegò e lesse: «avete servito il caffè a Salvatore Giuliano! Sbiancò in viso, la lingua stentava a stare nel suo alloggio naturale, cominciò ad incespicare nella parlata, ripeteva «avete servito il caffè a Salvatore Giuliano!, mostrava il «pizzino» e ripeteva la litania, rivolgendosi ora a Giovanni, che accelerò i ritmi brioche/granita, granita/brioche, preoccupato che l’accaduto potesse determinarne la scomparsa, ora agli altri clienti del bar, attoniti ed increduli: uno di questi, don Angelo, lesto di parola, lapidario, suggellò l’evento, chiamandolo don Ignazio Giuliano, soprannome che si portò cucito addosso finché è vissuto!

L´ANNIVERSARIO DELLA MORTE DI TURI GIULIANO

Il bandito di Montelepre a 60 anni dalla morte. Uccisero un sosia?


Quasi due mesi fa, esattamente il 5 luglio, ricorreva il sessantesimo anniversario della morte di Salvatore Giuliano. Oggi, 2 settembre, ricorre il sessantasettesimo anniversario del suo essere diventato bandito, un pomeriggio di fine estate a Quattro Mulino, contrada di San Giuseppe Jato. Di fronte due giovani: Turiddu di 21 anni ed il carabiniere Antonio Emanuele mancino, che di anni ne ha 24. In mezzo: lo Stato italiano, che ha perso la guerra, che si sta arrendendo – senza condizioni – agli anglo-americani, rappresentato dal carabiniere Antonio Emanuele Mancino, che non ha più una catena di comando a cui rispondere, che dal 10 luglio 1943 va di pattuglia, indifferentemente, con militari inglesi ed americani, da una parte; dall’altra, Salvatore Giuliano di Montelepre, rappresentante di una Sicilia allo stremo delle forze, dove la «fame» domina incontrastata in città come in campagna, dove è ormai tangibile che le promesse anglo-americane della vigilia dello sbarco erano solo interessata propaganda; infine, 120 kg di frumento comprato da Giuliano a San Giuseppe Jato al mercato nero per consentire alla sua famiglia di sopravvivere, ancora per qualche giorno.

Si potrebbe dire che Giuliano, come bandito, nasce il 2 settembre 1943 e muore (ma, è poi morto veramente?) il 5 luglio del 1950. E’ vissuto esattamente 2.497 giorni, anni bisestili compresi. Se non fosse mancata la delega alla firma da parte di Badoglio (altra furbata del pavido Maresciallo e dal 25 luglio 1943 anche primo Ministro del Governo uscito dal colpo di Stato del Re), alla stessa ora in cui Giuliano – uccidendo il giovane carabiniere Mancino - diventa bandito, il generale Giuseppe Castellano avrebbe dovuto apporre, a Cassibile, la firma sull’armistizio con le truppe anglo-americane. I due eventi – Giuliano diventa bandito e resa incondizionata dell’Italia agli Alleati – cronologicamente si collocano nell’arco delle 24 ore: dalle 17,15 del 2 settembre (Giuliano) e le 17,15 del 3 settembre (firma di Castellano a Cassibile). Entrambi sono le due facce della stessa medaglia: quella del fallimento di una classe dirigente del Paese, ormai allo sbando, che cerca di salvare se stessa, piuttosto che gli italiani e la nazione.

L’intrallazzu era nient’altro che la rappresentazione plastica del «badoglismo», oltre che – dopo l’armistizio - dell’azione amministrativa e di controllo dell’AMGOT (Allied Military Government of Occupied Territories), se non delle collusioni e delle cointeressenze fra ufficiali e soldati americani ed intrallazzasti siciliani, che connotarono quel torno di tempo. L’epilogo, efferato e stragista, andrà in onda nel centro di Palermo circa un anno dopo, il 19 ottobre 1944, quando a scontrarsi saranno l’esasperazione della popolazione che è costretta a subire la fame o il mercato nero ed i reparti corazzati della divisione «Aosta», che al comando del generale Castellano (sì, quello della firma dell’armistizio) muovono contro la folla come per caricarla: c’è un fuggi fuggi generale, qualcuno, però, si ferma a sparare nascosto dietro un portone o dietro l’angolo di un palazzo. La sparatoria è breve, ma al termine restano sul selciato 24 morti: una strage. Non commessa certo da Salvatore Giuliano!

Il sessantesimo dalla morte – 5 luglio 1950 – sembra non interessare nessuno. Da qualche tempo tornano a prendere forma fantasmi del passato a proposito della morte del più grande bandito del Novecento. C’è chi – come il giornalista della RAI Franco Cuozzo – sostiene che i due cadaveri – del cortile di Castelvetrano e dell’obitorio – appartenevano a due persone diverse. Ancora, c’è chi – come il pronipote del bandito, Giuseppe Sciortino Giuliano – afferma che il cadavere mostrato nel caldo luglio di sessant’anni fa alla stampa non fosse quello di Salvatore Giuliano, ma di un sosia.

Giuliano vivo fugge negli Stati Uniti dove muore ultraottantenne, dopo essere venuto ben due volte in Sicilia, in occasione del funerale della madre e di quello della sorella Mariannina, le due donne che più amò nella sua pur breve vita e che l’amarono oltre ogni dire.

Nell’un caso come nell’altro appare chiaro che la morte del bandito presentata agli italiani del 1950 fu una fiction costruita ad arte per i media dell’epoca, non furono certamente una fiction gli onori ricevuti dalle più alte autorità istituzionali, né le promozioni del colonnello Ugo a generale e del capitano Perenze a maggiore, etc. etc.

Soprattutto, le due ipotesi, se confermate, dimostrano che un’accorta regia pensò a pianificare tutto, in maniera particolare il sistema per consentire alla mafia di Monreale, l’unica che era rimasta legata a Giuliano, di incassare i 50 milioni della taglia posta sulla testa del bandito monteleprino. Se ciò fosse vero rappresenterebbe la prova inconfutabile dell’esistenza di un ben preciso ed articolato «patto» fra lo Stato e la Mafia, che essendo datato attorno alla fine degli anni Quaranta coinciderebbe in maniera inquietante con il periodo fondativo dell’Italia repubblicana. E’ come se – per restare in tema di fiction – la posa della prima pietra della costruzione della nuova Italia, libera, repubblicana ed antifascista, per non parlare della coeva istituzione della Regione Siciliana sotto forma autonoma fossero avvenute «a quattro mani», laddove due erano quella della Mafia…

Si tratta oggi, a distanza di sessant’anni, di stabilire, una volta per tutte, senza se e senza ma, quale fu il ruolo, quello vero e reale, di Salvatore Giuliano in quel torno di tempo, in quel contesto spazio-temporale dell’alba della Repubblica. Quale fu, se ci fu, il pactum fra le Istituzioni e il Bandito, fra le Istituzioni e la Mafia per chiudere la partita del banditismo, in generale, e di Giuliano, in particolare. All’ombra della bandiera a stelle e strisce stava prendendo forma la nuova Italia, le cui prove generali si fecero (come sempre) in Sicilia, dietro il paravento del MIS, prima, dell’Autonomia, dopo.

Viene spontaneo pensare, per esempio, che se non ci fosse stato l’accidente/incidente/strage di Portella della Ginestra, Giuliano sarebbe morto nel 1947, subito prima o subito dopo l’insediamento del primo Parlamento siciliano autonomistico. Vive (o lo fanno vivere), invece, fino al 5 luglio del 1950. Praticamente, da vecchio! E dire che s’apprestava a compiere la «veneranda’»età di 28 anni!

Per tutti questi motivi e per mille altri ancora non bisogna spegnere i riflettori degli studi e della ricerca sulla vicenda di Salvatore Giuliano, nell’augurio che la Repubblica italiana abbia ormai gli anticorpi necessari per ripensare se stessa ed esorcizzare il proprio passato anche, per esempio, con un atto di grande coraggio: togliere il segreto di Stato sulle carte conservate negli archivi dei Ministeri dell’Interno e della Difesa sul giallo della morte del bandito, che scade il prossimo 2016.


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