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MODICA - 10/01/2015
Cultura - Il 322° anniversario della tragedia

Il terremoto del 1693 nel Val di Noto

Per non dimenticare la devastazione di 57 città e paesi del Val di Noto Foto Corrierediragusa.it

L´ 11 gennaio di quest´anno ricorre l´anniversario n.322 del terribile terremoto del 1693, che provocò 60 mila morti e la devastazione di 57 città e paesi del Val di Noto. Da quella grande distruzione si è sprigionata però una straordinaria energia collettiva che ha prodotto un´originale ricostruzione dei tessuti urbanistici, oggi sono considerati dall´Unesco Beni culturali dell´Umanita´ . La ricorrenza sollecita alcune brevi considerazioni sulle trasformazioni spaziali indotte dal sisma nel territorio ibleo. Il terremoto non solo causo´ la morte di quasi 5 mila dei 10 mila abitanti di Ragusa , ma riaprì con maggior forza le violente "scissure" tra sangiorgiari e sangiovannari, che avevano caratterizzato la storia della città dalla seconda metà del XVI secolo per ragioni di supremazia religiosa e per faide interne alle elites locali. La ricostruzione urbana comporto´ una drammatica frattura sociale tra i due quartieri di Piazza Maggiore e degli Archi e provocò ( caso unico ) la fondazione di due comuni distinti, che hanno fatto a gara per decoro monumentale civile ed ecclesiastico. Nel primo si concentrarono aristocrazia e popolo "devoti" a S.Giorgio (Arezzo,Castellett, Di Stefano, Giampiccolo, La Rocca ) , il cui tempio fu innalzato in forme sontuose dal Gagliardi , mentre gli "arcaroli" si trasferirono sulla collina del Patro guidati dal marchese Bernardo Arezzo ( altro ramo della famiglia insieme ai casati degli Schinina´, Leggio, Ioppolo, Di Marco ) e vi edificarono la nuova chiesa di S.Giovanni e l´abitato di Ragusa superiore. Nel dicembre del 1702 il Viceré di Sicilia ordino´ la riunificazione forzata delle due città, ma si protrassero nel tempo i conflitti tra gli opposti "partiti" con una separazione di fatto che fu sancita anche giuridicamente dalla divisione decisa nel 1866, allorché fu coniata la definizione di "Italia una, Ragusa due". Solo con l´elevazione a capoluogo di Provincia voluto dal Fascismo nel 1927 le due amministrazioni comunali vennero accorpate e gli antichi dissapori tra "sopra" e "sotto" furono cancellati dal nuovo ruolo istituzionale assegnato alla città finalmente pacificata. Il terremoto, dunque, come sdoppiamento di città.

Il trasferimento dei centri abitati fu una seconda caratteristica dell´ area iblea e trova spiegazione nelle differenti situazioni storiche. A Ispica ( dove i morti raggiunsero il numero di 2 mila 200 ) i marchesi Statella furono costretti a lasciare il vecchio palazzo/castello e la zona bassa del paese con l´annessa chiesa di S.Maria la Cava e pilotarono la ricostruzione "a monte" per allontanarsi dalle paludi malariche della costa. A Scicli il terremoto conto´ circa 2 mila vittime e diede la spinta definitiva per lo scivolamento a valle della città, dove le ricche confraternite di S.Maria la Nova e di S.Bartolomeo guidarono l´espansione edilizia e monumentale in sintonia con gli interessi mercantili e marinari della nobiltà civica. Sul colle di S.Matteo, antico sito medievale degli sciclitani, la riedificazione della matrice fu presto abbandonata ,essendo ormai surclassata dalle opportunità economiche della pianura degradante verso il mare. Anche i centri montani di Giarratana e di Monterosso ( rispettivamente 541 e 232 morti accertati ) vennero rifondati e trasferiti di sito : i feudatari marchesi Settimo spostarono il loro paese su un altopiano più comodo e ricco d´acqua, mentre Monterosso fu spinto più in alto e lo stesso prospetto della chiesa madre fu "girato" di 360 gradi affinché non fosse più rivolto verso il fondovalle ma venisse riorientato a guardare e proteggere il nuovo abitato. Il terremoto come spostamento di città.

Comiso e Vittoria non subirono invece radicali riposizionamenti. Il sisma in questa parte dell´attuale provincia iblea si rivelò meno devastante, e si contarono meno vittime ( 269 nel primo caso e un centinaio nel secondo ) e distruzioni parziali di fabbriche. Insieme alla naturale feracità del suolo, fu questo uno dei motivi che spiegano la ripresa demografica del versante sud-occidentale. Lungo il Settecento la "piccola contea" dei Naselli e la città fondata nel 1607 da Vittoria Colonna registrarono una straordinaria fase di crescita agro-industriale ( vigneto, cartiera ) che determinarono una "rotazione" verso sud-ovest dei flussi migratori e dello sviluppo economico. Nel "secolo dei lumi" le due città dell´area ipparina raddoppiarono la rispettiva popolazione toccando i 10 000 abitanti. Il minore impatto del terremoto favori´ anche la più rapida ricostruzione dei piccoli centri di S.CroceCamerina e di Acate, dove l´abbondanza di risorse idriche e il "buongoverno" dei marchesi Celestre ( S.Croce ) e dei principi Paterno´ Castello ( Acate/ Biscari ) consentirono l´impianto su larga scala di piante tessili ( cotone, lino, canapa ) e del baco da seta. La calamita´ del 1693 modifico´ le precedenti gerarchie territoriali, dando una maggiore centralità economica all´agricoltura specializzata della cosiddetta "fascia trasformata".

Modica fu protagonista di travagliate vicende che ne impedirono il trasferimento in un sito meno accidentato ed angusto delle "cave". La richiesta avanzata al Re di Spagna Carlo II dagli abitanti dei quartieri "sottani" di S.Pietro e del Casale (con in testa le famiglie Ascenzo,De Leva, Rizzone) perché fosse autorizzata la riedificazione sull´altopiano della Michelica più vicino allo "scaro" di Pozzallo non ebbe seguito per l´opposizione delle famiglie nobili "devote" di S.Giorgio (Grimaldi,Tommasi Rosso, Carrafa) che non vollero modificare i consolidati equilibri sociali della capitale della Contea. Nonostante il consenso del sovrano, che aveva posto come unica condizione la riedificazione di S.Giorgio e di S.Pietro in un´unica chiesa per placare le contese sulla matricita´, Modica fu perciò ricostruita nello stesso sito medievale ( così come Chiaramonte ) , con gli onori ed oneri di una tale scelta insediativa. Da un lato, infatti, il centro storico si è mantenuto nello stesso sito coniugando l´assetto medievale con quello barocco e neoclassico , che costituisce il carattere originale dell´ impianto urbanistico riconosciuto dall´Unesco ; dall´altro la città e´ rimasta come soffocata dall´ antica collocazione tra le due "cave" con conseguenze negative sul piano del traffico e della mobilità. Non a caso, tre secoli dopo sul pianoro del S.Cuore/Michelica e´ sorta una "nuova Modica" così come era stato previsto nel 1693. Qualche volta, si sa, la Storia si prende le sue rivincite.