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MODICA - 25/03/2012
Cultura - Viaggio nell’antica cultura modicana

Giuseppe Galota, il poeta e precettore del Carrafa

Unica sua opera di cui si ha traccia, citata da Raffaele Grana Scolari, che considerava l’autore «uomo dotto in retorica e lingua latina», fu «Grammatica speculativa»
Foto CorrierediRagusa.it

Parlare di cultura a Modica significa ripercorrere la storia di una città nobile e dalle antiche origini. Una cultura che, intesa in senso lato, continua ancora oggi ad impregnarsi persino del gusto di una cioccolata che si prepara seguendo un’antica ricetta azteca. Ma è nella storia moderna che il tessuto socio-culturale modicano si andò formando attorno ad un nutrito gruppo di letterati, filosofi e persino poeti, alcuni dei quali caduti nel dimenticatoio della memoria storica.

Letterati che appartenevano al patriziato urbano della città e che si frequentavano nelle rispettive accademie che a Modica nacquero a partire dalla seconda metà del ’500. Un patriziato fatto di grandi famiglie come i Grimaldi, i Polara o i De Leva, come pure di famiglie minori come i Carrafa, i Giardina, od anche i Gallota.

Il periodo più intenso per la vita culturale della città si sviluppò proprio a cavallo tra ‘600 e ‘700, anni in cui operarono uomini illustri come lo storico Placido Carrafa, il filosofo Tommaso Campailla o il gesuita Girolamo Ragusa. L’antica capitale della contea in quel periodo subì un significativo influsso, dopo il terremoto del 1693, della cultura e persino dell’architettura europea e dal 1704 arrivarono pure le influenze culturali di Messina attraverso il pensiero dei grandi G. A. Vorelli, Marcello Malpighi e Domenico Bottone. All’interno di questo humus culturale rinveniamo la storia di un poeta che visse tra ‘500 e ‘600 oggi ignoto ai più: Giuseppe Galota o come altre volte risulta dagli atti Gallota.

Costui nacque da don Pietro e Vincenza Ragusa, intorno al 1590, da famiglia patrizia d’origine mercantile, fiorente in Modica sin dal ‘400. Quando il tessuto culturale della contea si organizzò in un fiorire di istituzioni scolastiche, il Galota divenne presto precettore di «belle lettere», operando presso famiglie private o direttamente nello Studium di filosofia e teologia dei carmelitani, presso il convento di S. Maria dell’Annunziata o del Carmelo. Ma c’erano altre istituzioni presso cui prestare servizio, come l’Amplissimum studium dei Minori Osservanti, presso il Convento di S. Maria del Gesù o il Collegium Muthucene degli Studi Secondari e Superiori, fondato nel 1629 e retto dai gesuiti.

Giuseppe fu sacerdote e canonico della Chiesa di S. Giorgio. Presi i voti, seguendo la tradizione di famiglia, divenne primo maestro del giovane Placido Carrafa il quale in seguito ricoprirà la carica di governatore delle Contea. Se le tracce del «Galota canonico», da non confondere con l’altro sacerdote Giuseppe Galota (1613-1670) primo cugino e figlio di Magistro Francesco e Anna Fidone, si limitarono agli interventi da lui fatti in qualità di cappellano nei vari battesimi e matrimoni di famiglia, quelle del «Galota poeta», sono molto più interessanti se pur rare.

Sappiamo che assieme a Padre Gregorio Giardina fu considerato «tra i professori di umane lettere che si distinsero per chiarissima fama, di nome non ordinario» e il suo appellativo fu «il maggiore» probabilmente per distinguerlo dal cugino omonimo di età minore.

Appartenne all’Accademia Motycensis, esistente a Modica così come riporta Michele Maylender nella sua «Storia delle Accademie d’Italia», prima accademia modicana, sorta intorno al 1558. E assieme al Galota, ne fecero parte anche il giureconsulto Canezio, il teologo e giurisperito Lazzaro Cardona, l’oratore Fabrizio Bartuleo, il medico Pietro Sammartino, l’erudito Fabio Colombo, Gregorio Giardina, il giurisperito Rocco Curti. Tutti uomini letterati con cui Galota era in continuo scambio e contatto culturale.

Ma del nostro autore quasi dimenticato, nonostante fosse considerato «celebre, eruditissimo e buon poeta», non abbiamo una folta produzione, probabilmente perché dispersa nell’oblio del tempo o perché appartenendo a varie accademie pubblicò avvalendosi di qualche pseudonimo a noi ignoto. Ma è certa la testimonianza della sua qualità poetica rinvenuta proprio in quella dedica, presente nel frontespizio della prima edizione del 1653, (copia presente alla biblioteca Ursino Recupero di Catania), del «Motuce illustrata» (foto) in cui il Gallota dedicò versi all’autore. Qui emerge il rapporto tra il maestro e il discepolo, fatto di morigerato rispetto di quest’ultimo verso il primo al punto che Carrafa «eviterà quasi di tener parola-riferito al Galota- per evitar taccia d’adulazione».

Ben quattro anagrammi in cui emerge la sapienza letteraria e un estro elegiaco non indifferente, strutturalmente simile alla metrica endecasillaba di catulliana memoria. Un componimento poetico che esaltava la figura del Carrafa il quale al dire del Galota «restituiva avvenimenti ignoti di antichi progenitori, affinché Modica si rinnovasse dalle sue ceneri». Placido Carrafa sarebbe stato degno di «somme lodi a cui veniva rinnovato l’antico onore nella città tra gli avi».

Un rapporto intimo, se pur distinto, tra i due suggerito probabilmente anche dal fatto che le due famiglie, quella dei Gallota e dei Carrafa erano legate in amicizia, come risulta dagli atti notarili della famiglia del poeta in cui il Carrafa compariva spesso come testimone o garante.

Giuseppe Galota scrisse anche nel 1625 al termine della terribile peste, dedicando versi a S. Rosalia, a cui si tributò la fine del micidiale morbo. Versi espressi nella forma di un distico e poi fatti scolpire sopra la «tribunedda» dedicata alla Santa della quale «non v’ha imagine, né statua, o per il tempo edace, o per la devastazione del tremuoto».

Tale tribuna si trovava nella strada omonima nel quartiere di Francavilla, in via S. Antonino da Padova. Strada che portava all’antica dimora dei Galota, considerata ai tempi del Renda, nel 1869, erroneamente estinta dietro la morte del sacerdote don Giacinto Gallota nato nel 1752 e morto nel 1838, parente del poeta «uomo di intemerati costumi e antico cappellano della chiesa di S. Giovanni Evangelista».

Giuseppe ebbe altri fratelli sacerdoti, tra cui il primogenito Francesco che fu nominato dal conte di Modica Parroco di Vittoria dal 1656 al 1664, Paolo, considerato «di non mediocre sapere, che mostrò meravigliosa destrezza in ogni sorta di metri latini» e Antonio del quale poco si sa a parte che fosse anche lui prete.

Dopo la scomparsa del Galota, agli inizi del ‘700 la scena culturale modicana si allargò proprio attorno alla figura di un altro illustre modicano: Tommaso Campailla che abbracciando addirittura le teorie del cartesianismo fece del bacino culturale modicano, un crogiuolo di teorie europee, nel quale operarono altri concittadini come il Matarazzo, il Moncada, il Grana e il Pluchinotta.

Giuseppe Galota morì l’8 maggio del 1667, un anno prima della nascita del Campailla, tre anni prima della fondazione della Accademia degli Affumicati avvenuta nel 1670 e rifondata poi in quella degli «infuocati» con il Campailla.

La più grande testimonianza culturale del Galota fu proprio la poesia e da primo poeta dell’età moderna modicana è possibile considerarlo antesignano dei grandi uomini illustri di tardo ‘600 e ‘700. Unica sua opera di cui si ha traccia, citata da Raffaele Grana Scolari, che considerava l’autore «uomo dotto in retorica e lingua latina», fu «Grammatica speculativa».