Corriere di Ragusa
Email
Corrierediragusa.it mobile
Feed Rss Corrierediragusa.it
Corrierediragusa.it - Motore di ricerca
Corrierediragusa.it su Facebook
Corrierediragusa.it su Twitter
Corrierediragusa.it su Google+
Dimensione testo:
|
A
|
Corriere di Ragusa.it
Domenica 4 Dicembre 2016 - Aggiornato alle 17:00 - Lettori online 1539
COMISO - 11/01/2010
Cultura - Ragusa: ricorre il 317° anniversario del terremoto del 1693

Quel giorno di 3 secoli fa che sconvolse la Val di Noto

Il terremoto dell’11 gennaio 1693 nella grande Contea di Modica e nella piccola Contea di Comiso. Una catastrofe che provocò circa 59 mila morti

La contea di Modica, intesa in senso moderno, prende l’abbrivio da un evento catastrofico, il «tirrimotu ranni» dell’11 gennaio 1693. Vero e proprio castigo di Dio sembrò rappresentare la fine anche fisica della «grande contea» ormai appartenente agli Enriquez-Caprera, quasi un suggello destinato a stigmatizzare la grave crisi fiscale e politica da cui era attanagliata, a causa anche delle drammatiche lotte intestine che dilaniavano vecchie e nuove élites aristocratiche. La divisione delle due Raguse, in questo senso, costituisce solo l’esempio più rappresentativo.

Nella relazione dettagliata dei danni subiti dalle città più importanti, con particolare riferimento al crollo di opere edificatorie, valutazione delle vittime e richiesta d’intervento più urgente, inviata dal viceré, nel febbraio 1693, al re, fra le «Ciudades y tierra de Vasallaje de Señores», si legge che «Modica, Xicle, Ragusa, Milili, Avola, Sortino, Ferla, Giarratana, Occhialà, Militero, tres Castanas, Pedara, Viagrande y Iachis Antonio avisan aver quesado destruidas de todo y que de las personas haya muerto la quarta parte.

Lugares de Espacafurno, Chiaramonte Monte Russo, Buscemi, Buchieri, Licodia, Palazolo, Cassaro, Palagonia, Escordia y algunos cassales de la jurisdicion del la Ciudad de Catania, quedaron muy maltradados pero no tuvieron tanta ruyna ni mortalidad de gente.

El numero de los muertos no ha podido saverse todavia respecto a que el horror de los terremotos y otros accidentes obligaron a la gente a abandonar sus Patrias, y buscar las agenas, considerando fuese menor el dano de ellas y poder estar mas seguros».

Nell´elenco delle città non figurano, fra le undici [Pozzallo non era stata ancora edificato] corrispondenti all´attuale provincia di Ragusa, Comiso, Santacroce, Biscari e Vittoria.

Modica, Ragusa, Scicli e Giarratana furono inserite, sulla scorta dei rapporti del duca di Camastra, nel primo gruppo, quello che comprende città quasi completamente distrutte e con un numero di vittime pari o superiore al 25% della popolazione.

Spaccaforno, Chiaramonte e Monterosso, invece, furono incluse nel secondo gruppo, quello che comprende città che non subirono molti danni né ebbero rilevante numero di vittime. Il duca di Camastra, prima, e il viceré, dopo, precisano, però, che «el numero de los muertos no ha podido saverse» in quanto «el horror» per il terremoto aveva fatto scappare la gente dalle città in cerca di rifugi più sicuri. E reale fu la difficoltà di censire le vittime dal momento che Spaccaforno con 2200 morti veniva, sulle prime, inserita fra le città del secondo gruppo. Un´ulteriore conferma dell´impossibilità di registrare i morti ci viene dall´annotazione fatta dal parroco di San Giovanni Battista di Ragusa nel registro dei defunti: dopo aver iniziato a registrare puntigliosamente, si rende conto che continuare è impossibile e scrive che «in questo predetto giorno di domenica a ore ventuno [le nostre ore quindici] successe il sopradetto terribilissimo terremoto per lo quale cascarene quasi tutte le fabbriche di questa città ed avendosi cercato il numero delle anime nella parrocchia suddetta di San Giovanni Battista si trova che mancano doi mila persone delle quali si giudica di essere tutti sepolti sotto le fabbriche».

L´espressione «abandonar sus Patrias», usata riferendosi ai terremotati, comunica al lettore moderno tutto lo strazio patito dalla gente e la malinconia che dovette accompagnarla. L´esodo, inizialmente, si diresse alle vicine campagne, dove ci si poteva accampare alla meglio, dopo, invece, si trasformò in vero trasferimento, in definitiva emigrazione verso altre Università.

Bisogna, a questo punto, ricordare che nelle società d´antico regime non c´erano vie e mezzi di comunicazioni, l´uomo viveva nella solitudine, nella totale separatezza rispetto al resto del mondo non sapendo cosa succedesse nei paesi vicini, se non dopo giorni e giorni. Restò, dopo la catastrofe, nella gente solo un senso di grande paura e nella mentalità dell´uomo secentesco l´unica possibile spiegazione diventò il castigo di Dio. Ad avvalorare questa tesi ci pensarono le scosse sismiche, che continuarono nei giorni e mesi successivi, ed il clero della diocesi siracusana. Il ruolo del clero, in assenza dell´autorità civile (il conte di Modica, per esempio, risiedeva a Madrid), fu esemplare: furono gli ecclesiastici, infatti, ad esorcizzare la paura, a canalizzarla, a trasformarla in speranza attraverso la mediazione della fede. Il clero siracusano, nel dopo-terremoto, consola e stimola, interpreta e suggerisce: il terremoto è stato un castigo di Dio, l´espiazione, ora, passa attraverso la ricostruzione.

Augusto Placanica ha detto che «un grande terremoto rappresenta la fine del mondo: esso non solo uccide l´esistenza biologica, ma rompe i cardini della natura, spezza l´asse della terra, risospinge la società e la storia all´indietro. E´ in questa sorta di regressione spirituale e culturale che spesso la popolazione di una città o di una regione terremotata rimane bloccata, incapace di ´pensare´ alla ´ricostruzione´, di ´desiderare´ il ritorno alla ragione e alla storia

Ma cosa è successo dunque nel Val di Noto il giorno dopo quel tragico evento del 1693 perché tutte quelle città venissero immediatamente ricostruite? Per ricostruirle in quella nuova, ardita forma, in quella superba bellezza che ancora oggi affascina ed ammalia fu sicuramente necessario che il Viceré duca d´Uzeda, il Vicario generale, duca di Camastra, e i Commissari governativi, l´Ingegnere militare Carlos de Grunemberg e il feudatario principe di Butera, gli altri aristocratici e i Giurati locali, gli urbanisti fra´ Michele La Ferla e fra´ Angelo Italia, gli architetti Vaccarini, Ittar, Vermexio, Palma o Gagliardi, quella infinità di «mastri e maestri», di famiglie di scalpellini della Contea, ma soprattutto della Contea di Comiso, le popolazioni che in assemblee, per voto o per ribellione, decisero i luoghi e i modi delle ricostruzioni, tutti insomma dovettero certamente avere una grande superbia, un grande orgoglio, un alto sentire di sé, di sé come individui e di sé come comunità, se subito dopo il terremoto vollero e seppero ricostruire «miracolosamente quelle città, con quelle topografie, con quelle architetture barocche: scenografiche, ardite, abbaglianti bellezze che sembrano concretizzazioni di sogni, realizzazioni di fantastiche utopie; sembrano, nei loro incredibili movimenti, nelle loro aeree, apparenti fragilità, una suprema provocazione, una sfida a ogni futuro sommovimento della terra, ad ogni ulteriore terremoto; e sembrano insieme, le facciate di quelle chiese, di quei conventi, di quei palazzi pubblici e privati, nei loro movimenti, nel loro ondeggiare e traballare ´a guisa di mare´, nel loro gonfiarsi e vibrare come vele al vento, la rappresentazione stessa, la pietrificazione, l´immagine apotropaica e scaramantica, del terremoto stesso». In definitiva, potremmo dire – con Vincenzo Consolo - che «la distruzione [fu] volta in costruzione, la paura in coraggio, l´oscuro in luce, l´orrore in bellezza, l´irrazionale in fantasia creatrice, l´anarchia incontrollabile della natura nella leibneziana illuministica anarchia prestabilita». In una parola: il caos in logos, che è sempre il cammino della Civiltà e della Storia.

Il risultato di questa grande ricostruzione del Val di Noto, di città come Catania, Siracusa, Ragusa o Modica, di costruzioni ex nihilo di città come Noto, Avola o Grammichele è di grande armonia e bellezza. Di bellezza che non impone passiva ed estatica contemplazione, ma che ispira felicità ed attivismo.

Certo, la ricostruzione o costruzione delle città del Val di Noto coincide con l´epoca del barocco. Ed è il barocco della Sicilia orientale, di particolare bellezza, che ha trovato tra i suoi maggiori estimatori e studiosi come l´inglese Antony Blunt.

… e nelle piccola Contea di Comiso

«A 11 di gennaro seconda inditione 1693 giorno di domenica ad hora ventuna e un quarto fece un terremoto fortissimo che in questa terra cascorno la maggior parte delli casi, cascò tutta la Matre Chiesa, S. Antonio, la Madonna del Carmine, la Catina e restò in piedi la chiesa de la Santissima Annunciata, Santissimo Nome di Gesù, San Biaggio, San Giuseppe di Monserrato, San Leonardo, La Gratia, la chiesa di san Francesco, la chiesa del monasterio di Santa Maria Regina Celi però assai fracassati che fu bisogno risarcirsi e raconsarsi con molte spensioni".

La cronaca tramandataci dai frati dell´Oratorio di San Filippo Neri di Comiso, elenca solo i danni delle strutture religiose della città. Fra i fabbricati civili sicuramente crollò il prospetto della Fonte di Diana e il piano superiore del Castello del Naselli, conte di Comiso e principe d´Aragona. Parecchie furono le case private distrutte dal sisma, delle quali ampiamente ha riferito lo Stanganelli. Nella ricostruzione dell´area iblea, dopo il sisma del 1693, Comiso si colloca per alcune peculiarità che marcano fortemente la sua identità storica.

Accanto alla cortina edilizia ecclesiastica e civile che dà l´impronta scenografica tardo-barocca al centro urbano, nella città-teatro (secondo la definizione di Gesualdo Bufalino) l´originale intreccio di vocazioni naturali del territorio (acqua, terra fertile, cave di pietra) e di capacità imprenditoriali consentì alla "piccola contea" dei Naselli di ritagliarsi su misura il ruolo di centro mercantile ed agro-industriale, snodo cruciale di intensi traffici e di attività manufatturiere che la trasformarono in una dinamica città-mercato. Il terremoto contribuì in modo determinante ad accelerare in tal senso la nuova identità urbana.

La fase della ricostruzione, affidata dal conte al Parroco della chiesa Madre p. Porcelli, iniziò subito con il censimento delle vittime e delle case distrutte o danneggiate dal terremoto.

La "pirrera" e le cave di pietra furono le protagoniste principali della ricostruzione di Comiso e di molti centri viciniori, grazie alla materia prima che alimentava i cantieri edilizi e le "maramme" di chiese e palazzi signorili. Il meccanismo collaudato dei lasciti e dei legati pii si dimostrò il più funzionale ad innescare il circuito virtuoso delle riedificazioni e delle nuove fabbriche. Fu soprattutto il clero regolare a distinguersi per tempestività ed efficacia con cui smobilizza rendite e «censi bullali» per affrettare i lavori di restauro. Da Palermo il conte Baldassare IV esorta i suoi «officiali» di Comiso a rompere gli indugi e ad accelerare tempi e procedure della ricostruzione urbanistica. Per il casato dei Naselli questo è l´ultimo periodo di grande splendore: Baldassare aveva preso l´investitura della contea nel 1674, proprio quando si andava ricoprendo di gloria e di privilegi per la perizia militare adoperata nella repressione della rivolta di Messina; oltre a ricevere da Filippo IV di Spagna l´alta onorificenza del Toson d´oro, nel 1682 egli era stato in grado di acquistare per 50 mila scudi la baronia di Casalnuovo e nel 1698 avrebbe ampliato il suo patrimonio con l´acquisizione del feudo Pomo e della baronia di Castellammare (con annesso caricatore e tonnara in esercizio) . Se il «padrone» non badava a spese per il suo castello-palazzo e per le munifiche elemosine elargite alle «fabbriceríe» della Matrice e dell´Annunziata, i bandi emanati dal governatore Francesco Maria Porcelli e dai giurati nel 1693-94 imponevano tempi ridottissimi per rivendicare l´eventuale proprietà di casaleni e ruderi onde provvedere alla loro «rifabbrica»; con tale piglio draconiano veniva applicato, per la prima volta su larga scala, l´esproprio per pubblica utilità delle aree «derelicte», allo scopo di spostare attorno alla nuova Piazza della Fonte [di Diana] il centro urbanistico della città. Qui furono aperte diecine di botteghe artigiane e di «mercature», qui facevano a gara i gentiluomini per innalzare case «solerate» a più piani, qui affaristi senza scrupoli e «magnifici» cittadini si disputavano il controllo delle aree edificabili a danno dei ceti subalterni, che venivano relegati nelle zone periferiche.

Nell´archivio storico del comune si conservano numerosi bandi che intimavano a tutti i legittimi proprietari ed eredi di case e botteghe diroccate di presentarsi entro il termine di venti giorni davanti al giudice della contea, Occhipinti, per confermare i titoli giuridici del possesso ed assumere formale impegno a ricostruire, pena l´immediata concessione dei ruderi ad altri offerenti disposti a versare il censo dovuto al «Secreto dell´Università». Nel quartiere di S. Giuseppe, ad esempio, il casaleno in due corpi posseduto da Matteo Meli «retrovandosi destructo per lo gran terremoto successo», venne assegnato a Mario Xilleci, proprietario di un immobile contiguo, «il quale have detto voler quello casaleno fabricare e pagare ogn´anno alla corte dell´Ecc.mo Principe d´Aragona il canone nella misura voluta dal capo mastro del Comiso». L´autorevole «ingegniero» Biagio Cannizzo dirigeva con piglio giacobino la prima fase della ricostruzione, attorniato da una folta schiera di «mastri» (Lucenti, Gurrieri, Palmieri, Caggia, Nicosia) che con continuità plurigenerazionale

avrebbero tramandato abilità e gusto del mestiere familiare. Le sue perizie giurate, una volta vistate da «Secreto» e dal Governatore, fissavano l´entità del censo, le modalità ed i tempi della riedificazione, l´eventuale revoca della concessione nel caso di inadempienza o di morosità. Se qualche dilazione poteva essere tollerata per i quartieri periferici del paese, nessuna deroga veniva autorizzata per la «Platea Fontis», che era stata scelta come fulcro urbanistico della ricostruzione. Per esempio, Biagio Cannizzo non esitò ad espropriare il povero Pietro Modica, che aveva fatto scadere una proroga di quattro giorni senza riparare la sua casa in piazza Fontana, ed a trasferire l´immobile, [«quale se retrova inabitato e discoverto, nè in quello vi appare esserci stati fatti repari e fabbriche»] a don Mariano Jemmulo, a cui risultano intestati diversi decreti di concessione.

Come appare evidente, l´interesse del Secreto e dei Giurati si concentrava soprattutto sulle botteghe della piazza centrale, in particolare «sopra quelle tre poteghe, al presente casaleni in abbandono, confinanti d´una parte con potega di mastro Blasio Cannizzo e dall’altra con potega del rev. beneficiale Porcelli». Per quelle «poteghe», la gara fra i contendenti era molto accesa. A spuntarla, nel mese di maggio 1693, cioè a soli quattro mesi dal terremoto, fu il sacerdote Giorgio Cabibbo come Procuratore della Chiesa Matrice, che in seguito avrebbe subconcesso a nuovi pretendenti quei locali commerciali, mettendo in moto, così, il circolo virtuoso dell’operosità e dell’economia della città di Comiso nella nuova fase di modernità.