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Martedì 6 Dicembre 2016 - Aggiornato alle 11:21 - Lettori online 1450
COMISO - 22/01/2015
Cultura - Incontro con lo scultore comisano contemporaneo

Scalambrieri, maestro d´arte e di sentimenti

Da una poesia di Eugenio Montale l’artista casmeneo crea l’opera ultima, «Meriggiare pallido e assorto»
Foto CorrierediRagusa.it

Quello con il maestro scultore Giovanni Scalambrieri (foto) non è per niente un incontro al buio perché la luce c’è ed è studiata, piena e quasi viva, precisa, dinamica. Una luce che dà vita alle sue opere. In sequenza sono quest’ultime esposte, quasi seguissero una linea narrativa per suggerire all’osservatore un punto di vista, l’ottica giusta, la chiave di lettura. L’autore è lo scultore Giovanni Scalambrieri, artista che da anni crea, espone, genera bellezza nella sua contemporaneità comisana. Da scultore propone forme classiche corporee o scene legate alla storia della sua terra: la Sicilia greca e letterata, colta e misteriosa, legata ai miti e al Mediterraneo.
Da filosofo della scultura sviscera significati che portano oltre la veduta classica, il senso scontato delle cose, oltre la vista di una visibile siepe. Nell’oltre affonda infatti la sguardo, la mente e il cuore.

Scalambrieri, maestro nell’arte e di sentimento, sceglie di iniziare il percorso in galleria partendo dal tema del ‘viaggio’ degli emigranti. E’ la sua prima opera in sequenza, un grido disperato di uomini in cerca di fortuna, lanciato da una prua aguzza, svettante fra l’onde d’un mare grosso.

Da una poesia di Eugenio Montale poi, Giovanni Scalambrieri crea l’opera ultima, ‘Meriggiare pallido e assorto’. Qui recupera la materialità di un’arte che non è tale se non pensata e riprodotta nella sua organicità. Il ‘Meriggiare’ poetico diventa un calco, un’ acquaforte una scultura. Sdoppiandosi, muta persino in terracotta; ecco una muraglia ondulata, sopra la cui cima ci stanno ‘cocci aguzzi di bottiglia’. Allora la comprensione si palesa, perché è dal viaggio iniziale che emerge il desiderio della conoscenza, e conoscere ‘oltre’ vuol dire soffrire. I cocci aguzzi di bottiglia, procurano a chi vuole superarli scavalcando il muro, sofferenze strazianti.

Il tema del dolore e della sofferenza si placa nel desiderio appagato di superare il limite segnato dalle ‘colonne d’Ercole’. E le porte si moltiplicano. Due ne ha realizzate Scalambrieri, una dedicata al mare e a Nettuno, l’altra a Cerere. Attratto dalle ‘porte’ lo scultore pensa a quelle della sua città, aperte per accogliere il viandante. Sono quelle segnate dalle colonne, che devono essere oltrepassate ma per andare dove? L’artista sorride, e lascia scorrere avanti la risposta, immaginata dall’osservatore e sentita prima ancora di quella palesata. Proviamo a intuire il suo pensiero rivolto al Cosmo e all’Universo.

Simbolismo, esoterismo, forse; gli elementi primordiali sono tutti presenti: Acqua Terra Aria e Fuoco. C’è anche laLuce che plasma, dà vitalità, sveglia le opere che da sole resterebbero dormienti. E la luce stimola la curiosità perché segna una prospettiva di speranza in Scala Azzurra, La casa di Francesco, Porta a mare, Salita e Palummaru,Il muflone smarrito. Uno studio di prospettiva per costruire un portale a distanza, che spinge lo spettatore a scoprire cosa c’è oltre ad un muro che ad un tratto si spalanca al dir «Apriti sesamo».

Nella cuspide di una piramide ritorna il tema dell’uovo, genesi primordiale, il tema della nascita che sta all’origine di tutte le cose; nell’Omaggio a Piero della Francesca, trae beneficio il prosieguo dell’opera e i sentimenti scoppiano di verità, osservando e introitando un significato che è presente ma che l’autore lascia libero d’interpretare. A volte metafisico, altre astratto ed ancora realistico come nel suo busto in bronzo di Bufalino ‘spogliato’.

C’è anche un pavimento a scacchiera che è come se volesse far presente nell’opera di Scalambrieri la piena consapevolezza tra il bene e il male, il bianco e il nero. La consapevolezza che nasce agli albori della vita, concepita nel talamo di Ulisse tornato ad Itaca, costruito su un ceppo di ulivo.
Qui Giovanni Scalambrieri raccoglie il senso del suo classicismo innato e lo invasa in ‘Athena terra madre’ e poi ancora in Itaca. Ma per capire le sue terrecotte policrome, è necessario, come dice Giuseppe Angelo Traina, ‘decodificare una realtà che sta tra onirico e mitico, che oscilla tra il ricordo più intimo e l’archètipo più remoto».

Nel vento di Giovanna, c’è tutto il sentimento, rinvenibile, in un piccolo spazio nascosto e angolare di una finestra, scoperta da una tenda alzata dal vento. In quello spazio vi è un ricordo portato dal soffio e acceso nel sogno che riporta nell’animo il calore di una carezza materna. Una leggera carezza, di Giovanna, conclude il viaggio in galleria, perché l’oltre è stato superato. Ritrovato il senso originario, il viaggio iniziatico si è concluso e la trasformazione è avvenuta nel compimento d´ una catarsi finale.