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Domenica 4 Dicembre 2016 - Aggiornato alle 16:41 - Lettori online 992
COMISO - 12/12/2010
Cultura - Palermo: negli del «non si parte», fioriscono Dc, Pci e Psi

1944, arriva Carrara/Renzi, millantatore o comunista?

Un personaggio truffaldino, protagonista prima a Modica e poi a Comiso, da dove sparì lasciando debiti per diverse decine di migliaia di lire

La situazione politica era pressocché stagnante. Nel comune di Ispica si era costituita una sezione della Democrazia Cristiana, con pochi iscritti. A Comiso era nata la Camera del lavoro con circa mille iscritti. Segretario era «certo Carrara sotto pseudonimo di Renzo Renzi, comunista, nativo di Genova, privo di risorse e di non chiari precedenti». Personaggio, il Carrara o Renzi che dir si voglia, che «incita[va] le masse alla rivoluzione» e, nello stesso tempo «fa[ceva] del suo meglio per assicurarsi la vita». Era stato a Modica fino al 27 luglio, contemporaneamente si muoveva nel capoluogo, dove il 23 luglio, in occasione di una ´Conferenza´ politica comunista, tenutasi al cinema teatro Marino, aveva concluso il suo intervento «inneggiando al comunismo, all´Italia, alla Russia e all´Esercito Rosso», il quale ultimo, secondo il propagandista comunista avrebbe «continuato la sua marcia vittoriosa sino al Portogallo». Aveva dovuto rassegnare le dimissioni dalla sezione comunista di Modica perché entrato in contrasto con alcuni organizzatori locali, da lui definiti «blandi e miti». Si trattava dell´avv. Carmelo Nifosì, già socialista e passato nelle file comuniste e dell´avv. Giuseppe Moncada.

I due non condividevano «i principi di propaganda violenta [del Carrara/Renzi], a base di lotta di classe e di sovvertimento dell´ordinamento sociale» propagandati dal Carrara/Renzi in seno al partito comunista e alla Camera del lavoro. L´opposizione del Nifosì all´inserimento del propagandista nel comitato esecutivo provinciale del PCI fu la causa della definitiva rottura dei rapporti e delle sue conseguenti dimissioni del 27 luglio 1944. Deciso ormai ad allontanarsi da Modica, il Carrara/Renzi, passò a Comiso. Qui già il 26 luglio si esibì in piazza Fonte Diana, alle ore 20 e alla presenza di un migliaio di persone, in un comizio «sul comunismo, nel massimo ordine». L´attività propagandistica del Carrara/Renzi non conosceva soste. Il 30 luglio, alle ore 10, organizzò una conferenza sul tema «Organizzazione e disciplina dei partiti»; successivamente, i partecipanti in corteo lasciarono il cine-teatro Vona e percorsero le vie principali del paese. Il 20 agosto troviamo il Carrara/Renzi già «Commissario straordinario» della sezione di Comiso del Partito Comunista Italiano. In tale veste richiese al gestore dell´albergo ristorante ´Moderno´ «un locale facente parte del ristorante per installarvi la sezione del PCI di Comiso». Il rifiuto opposto dal gestore, Biagio Zammitto, fece sì che anche a Comiso fosse noto il vero volto del Carrara/Renzi.

Questi, infatti, impedito di attuare la minacciata occupazione del locale con la forza, dalla diffida dal Commissario di P.S., emise, nella qualità di dirigente comunista un ordine del giorno col quale «ordina[va] a tutti i comunisti e alla aderente Lega dei contadini di considerare nemico del popolo e dei lavoratori lo Zammitto Biagio come pure le persone che [avessero] intime relazioni con lui e frequent[assero] il suo locale […] qualsiasi comunista che frequenterà come cliente il locale sarà espulso dal partito» - continuava ancora il documento. Infine, ordinava che fosse «affisso il nome dello Zammitto nelle sedi del partito e della Lega dei contadini, additandolo al pubblico disprezzo». Non mancò di scagliarsi contro il Sindaco Intorrella, reo, a dire del Carrara/Renzi, di proteggere lo Zammitto. L´attacco al sindaco avrebbe avuto, da lì a poco, non poche ripercussioni sulla politica comisana, in generale, e sui rapporti fra i due partiti di sinistra, in particolare.

In verità, già il 23 luglio Comiso si era svegliata tapezzata di manifesti stampati alla macchia sotto il titolo ´La Colonna Infame´. In essi erano messi all´indice il Sindaco Intorrella e vari membri della Giunta Municipale. Trattandosi di manifesti non autorizzati, il locale Ufficio di P.S. decise di staccarli. Tale decisione non fu gradita ai contadini della ´Lega´: un gruppo di essi, infatti, «abbordò» il maresciallo Luigi Pagliari e la guardia Giovanni Incremona, chiedendo conto e ragione della decisione di strappare i manifesti. La risposta – «si trattava di manifesti non autorizzati e come tali, ope legis, andavano rimossi» - se, da un lato lasciò «i contadini interdetti», dall´altro, servì a mobilitare «un gruppo di circa un centinaio di persone [che] si mosse con la bandiera rossa in testa per protestare per la distruzione dei manifesti stessi e ritenendo che l´ordine fosse venuto dal sindaco, si recarono davanti al caffé Moderno, dopo aver presa la bandiera alla sede del partito socialista, ed essersi uniti agli aderenti della Lega dei contadini con la bandiera dell´associazione, fecero una dimostrazione ostile al Sindaco con urli, fischi e schiamazzi. A tale dimostrazione non prese parte il partito socialista la cui bandiera venne tolta dai comunisti col dissenso dei dirigenti e degli aderenti del partito stesso».

La iattanza comunista nei confronti dei ´compagni´ socialisti era il sintomo del malessere esistente fra i due partiti in sede locale e volle rappresentare la prova generale del tentativo, poi riuscito, di ´traghettare´ la ´Lega´ nelle fila comuniste e di dimostrare, da subito, chi comandava ´a sinistra´ e a chi, invece, toccava un ruolo di subalternità. Il fatto che la ´Lega´ avesse tolto proprio in quel giorno la targa con la dicitura ´Lega di miglioramento tra i contadini´ non sembrò una semplice coincidenza. L´opera di sobillazione operata dal Carrara/Renzi cominciava a dare i frutti sperati. La sezione del Partito socialista, guidata dal suo Segretario Francesco Ferro, deliberò di «deplorare la manifestazione di ostilità all´Amministrazione Comunale, la quale assolve con rettitudine ai gravi compiti dell´ora presente».

In quel torno di tempo, e con quei presupposti, però, l´unità delle cosiddette «forze proletarie» diventava sempre più difficile da realizzare e a farne le spese fu, tra i primi, l´avv. Celestino Divita, il figlio del Giuseppe fondatore della ´Lega di miglioramento tra i contadini´ di Comiso. Subito dopo il suo ritorno da Roma e la visita alla sede della ´Lega´ venne dal presidente di essa, il contadino Biagio Catalano, con una lettera chiaramente non olografa, duramente attaccato. In essa, a chiare lettere, si annunziava l´uscita di «minorità» della ´Lega´, che serviva a chiarire il passaggio della stessa nelle truppe comunista. La risposta non si fece attendere ed è chiarificatrice di ciò che il Divita pensava della classe dirigente comunista comisana: «I comunisti locali, anzi coloro che si assumono dirigenti del movimento comunista locale, che sono stati fascisti, come fascisti sono stati i dirigenti degli altri partiti che dovrebbero essere e sono, nel resto d´Italia, antifascisti, atteggiandosi a puri ed improvvisando una fede che non hanno mai avuto, hanno iniziato una lotta accanita al Partito socialista ed a me personalmente».

Infine, invitava i lavoratori a stare in guardia e ad opporsi «alle false promesse e alle lusinghe interessate»; a chiare lettere, poi, mostrava il reale pericolo per la classe lavoratrice rappresentato «dal pericolo di una dittatura rossa, sia pure dittatura del proletariato, che si risolve nella dittatura di una minoranza».

Nella seconda quindicina di settembre anche il Carrara/Renzi entrò in rotta di collisione con il Divita. Finita la fase dell´accerchiamento, si tentava il colpo del ko. La ´Lettera aperta all´avv. Celestino Divita´ del 26 settembre 1944, dove il Renzi si firma «Comunista bolscevico» è illuminante circa la considerazione che il ´Commissario straordinario´ della locale sezione del PCI aveva dei Comisani. In essa definisce i comisani possessori di «una gretta mentalità borghese che nausea chiunque abbia una fede e una coscienza politica».

La politica comunista, in quei giorni di totale sbandamento, venne perfettamente interpretata dal Carrara/Renzi. Questi, perseguendo lucidamente l´obiettivo di «accaparrarsi adepti alla sua causa», mise, fra l´altro, «in giro fra le donnicciuole e i creduli contadini la voce che la molitura del grano fino ad un tumolo (pari a Kg. 16) [fosse] libera e senza bisogno di carta di macinazione». È facile immaginare gli effetti prodotti da una tal notizia: «nella giornata del 17 [agosto] un considerevole numero di donne, con un tumolo ciascuno di grano si presentava nel mulino meccanico gestito da Guccione Rosario […] affermando che la molitura era stata autorizzata dal commissario [del PCI, n.d.a.] Renzo Renzi, mentre molta altra gente, che non disponeva del grano, si dava da fare per cercare di acquistarlo dal mercato nero, per poi molirlo».

Il Guccione, naturalmente, si rifiutò di molire il grano. Gli intrallazzisti, coloro, cioè, che occultavano il grano, sicuramente furono grati dell´insperato guadagno al comunista Carrara/Renzi, non altrettanto le donne e i contadini comisani. Si trattava di un individuo «scaltro, intelligente e facile parlatore» e non pago di ciò che aveva già combinato, «in un comizio asserì che avrebbe pure organizzato cooperative per tutte le classi operaie, un dormitorio pubblico ed una cucina economica per somministrare ogni giorno 100 minestre ai poveri, ma di tutto ciò non fece poi nulla». Il 18 settembre fu raggiunto da un´Ispettrice del PCI, Anna Perricone fu Ferdinando. Fu dal Carrara/Renzi fatta alloggiare presso l´albergo Italia al cui proprietario disse «che la Perricone era donna a lui appartenente e che in tal senso avrebbe dovuto rispondere alle autorità nella eventualità fossero richieste delucidazioni sul di lei conto». Due giorni dopo, però, spostò l´Ispettrice presso l´affittacamere Gurrieri, «ove egli era alloggiato».

Da quel momento è possibile documentare ciò che fino ad allora erano stati solo «si dice» e cioè lo stato debitorio e l’indole truffaldina del Carrara/Renzi. Provvide a dare un acconto di 1.600 lire al proprietario dell´Albergo Italia solo dopo che quest´ultimo si era rivolto al locale Commissariato di P.S.; non pagò mai l´affittacamere Gurrieri del quale restò debitore di £. 4.600. Da una donna, Parisi Salvatrice di Mansueto e di Arcidiacono Giuseppa, si era «fatto consegnare una pelliccia contrattando il prezzo di L. 9.000 che promise ma non versò alla Parisi, la quale nonostante le reiterate ed insistenti richieste, riuscì ad avere un acconto di L. 4.900 rimanendo così debitrice della somma di L. 4.100».

In giro circolava la voce che il ´Commissario´ della sezione del PCI di Comiso aveva contratto debiti per «circa 60 mila lire». Ai primi del mese di dicembre 1944, il Carrara/Renzi «sparse la voce, forse per non allarmare i suoi creditori, che era stato assunto presso la Società A.B.C.D. di Ragusa in qualità di ingegnere e verso il 15 [di dicembre] si allontanò da Comiso e da tale giorno più nessuno lo vide né seppe notizie di lui».

Solo verso la metà del mese di febbraio 1945 l´affittacamere Gurrieri comunicò alla autorità di Polizia «che un suo amico aveva visto il Renzo Renzi a passeggiare per le strade di Messina verso la fine del mese di gennaio». Solo dopo qualche mese fu possibile avere le idee più chiare circa il personaggio Carrara/Renzi. Si trattava di Carrara Guido di Stefano e fu Ada Gargantini, nato a Roma il 21 aprile 1896. Era figlio di un Console Generale d´Italia a riposo ed era sempre vissuto all´estero. Giunse nella provincia di Ragusa nel maggio 1940, proveniente dalla Spagna. Era vissuto per alcuni anni anche in Svizzera, a Locarno, dove aveva contratto debiti, rimasti insoluti, per circa 60.000 franchi svizzeri; sempre durante la sua permanenza in terra elvetica scrisse un volumetto, «L´ora della tempesta», di sapore anarchico ed un romanzo «a soggetto marocchino».

Anche in Spagna contrasse tanti di quei debiti da suscitare l´intervento delle autorità consolari italiane. Per un certo periodo visse impartendo lezioni di lingua, per altro facendo il conferenziere propagandista. Fece parte della legione straniera spagnola. Sposato due volte rimase altrettante volte vedovo. Sempre in Spagna millantava di essere al servizio della Base Navale di Cadice. Tornato in Italia offrì i suoi servigi alla Real Marina: ma, «scoperto nelle sue millanterie e nei fini lucrosi delle sue offerte […] venne confinato. Successivamente fu prosciolto condizionalmente dal confino». Risultava, infine, condannato due volte per truffa.

FINE TERZA PARTE/CONTINUA