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COMISO - 01/11/2010
Cultura - Comiso: l’evoluzione della città dopo l’avventura garibaldina

Calogero, il sindaco del nuovo modello amministrativo

I sindaci di Comiso del dopo Garibaldi si dimettevano per i troppi debiti comunali. Poi arrivò Emanuele Calogero, e la città andò incontro al suo splendore artistico, economico e urbanistico
Foto CorrierediRagusa.it

All´indomani dell´avventura garibaldina e della conseguente annessione, a Comiso, come nella maggior parte dei comuni meridionali, «l´azienda comunale» si caratterizzava per «debiti accumulati, impiegati non pagati, e la cassa esausta». I sindaci, di volta in volta nominati, non riuscendo ad amministrare, si dimettevano. Ben tre sindaci, a Comiso, avevano rassegnato le dimissioni nell´arco di poco più di un anno.

L´incarico di sostituire l´ultimo sindaco di essi venne affidato, alla fine del 1861, all´assessore anziano, dott. Emanuele Calogero. Sotto la sua sindacatura, furono istituiti, fra gli altri, l´ufficio dell´annona e l´ufficio telegrafico; l´imposizione del «dazio sulle farine» consentì alle finanze locali di poter contare su entrate certe. I proventi delle tasse municipali affluivano direttamente alle casse comunali in virtù del fatto che i comuni, dopo l´Unità, si trovarono ad essere «liberi di amministrare i propri redditi, senza che ingerenza alcuna».

L´azione amministrativa del Calogero, però, non si limitò al reperimento dei fondi necessari a migliorare il tenore di vita dei comisani, ma fu diretta con decisione a ridurre lo spreco di risorse che aveva caratterizzato le passate amministrazioni. A tale scopo il Calogero chiese ed ottenne dal Governo centrale, col r.d. del 10 agosto 1862, «di occupare per uso civile la casa dei RR. PP. di San Filippo Neri», risolvendo così, una volta per tutte, il problema delle spese eccessive alle quali «l´azienda comunale» era stata da sempre sottoposta per dotarsi di quei locali di cui aveva bisogno. Nei nuovi locali si stabilirono «la Casa Comunale e giudiziaria, il quartiere di Guardia Nazionale non che gli ufficii di registro, degli uscieri del Conciliatore e della congregazione di Carità, e tutti questi uffici vennero istallati con tutta la possibile decenza, evitando con sano accorgimento le spese eccessive di lusso». Alla stessa maniera operò per la sistemazione dei reali carabinieri presso il convento dei pp. Conventuali.

Fra le cose più pregevoli «fé costruire un magnifico mercato onde riunire tutti i venditori di generi annonari, il quale se da un lato costò al Comune la spesa di L. 40 mila, dall´altro lato tolse lo sconcio di veder quei venditori sparsi in tutto il paese e nelle vie principali; ornò la città di un fabbricato eseguito con gusto d´arte e decoro», che garantì, fra l´altro, «l´annua rendita di lire 6.000 circa pel fitto di sudette botteghe»; progettista del Nuovo mercato fu l´ingegnere Francesco Fianchini. Dotò, inoltre, la città di una banda municipale composta di 32 elementi ed affidata alla direzione di un professore di musica palermitano, il maestro Messineo. In poco tempo si formò una banda fornita delle tradizionali uniformi dei Bersaglieri, cosa che destò la meraviglia e l´ammirazione dei paesi viciniori. Siccome i quartieri alti di Comiso avevano strade impraticabili, fece preparare un progetto e diede in appalto per lire 28.000 la costruzione della via S. Leonardo (aperta al traffico nel maggio del 1867); realizzò la costruzione dell´attuale corso Vittorio Emanuele, collegando così San Giuseppe con la Grazia, seppure fosse interrotta da un corpo di case: siccome si prevedeva che gli introiti comunali non bastassero, il Calogero fece dichiarare quel tratto di strada ´provinciale´ così le spese furono addossate alla ´Provincia di Siracusa´; fece inserire Comiso nella tratta ferroviaria che avrebbe attraversato il circondario di Modica, dimostrò in qual conto tenesse il miglioramento del sistema delle comunicazioni.

Il Calogero affrontò e risolse l´annoso problema idrico che interessava il popoloso quartiere «Grazia», dove per la cattiva costruzione di un acquedotto antico mancava l’acqua, e quella poca che arrivava era non potabile. Il nuovo modo di «pensare» e di amministrare la cosa pubblica non si esaurì nella pura e semplice applicazione dei precetti del buon padre di famiglia, ma fu portato fino in fondo con determinazione e lucidità d´interventi. Si trattò di interventi strutturali destinati ad incidere sul tessuto sociale ed economico della cittadina iblea. Esemplare simbiosi di decisionismo e solidarismo.

I benefici effetti della sana e previdente amministrazione non tardarono a farsi sentire: la popolazione aumentava oltre che per incremento fisiologico, anche e soprattutto perché centinaia di famiglie si trasferivano a Comiso dai comuni viciniori, soprattutto della parte montana, per trovarvi lavoro nelle pirrere e nelle attrezzate fabbriche di sapone, di soda, di corde e di calce oltre che nelle moderne aziende vinarie che rappresentavano il tessuto connettivo dell´economia comisana. Tra il primo e il secondo censimento unitario la popolazione passò da 15.288 a 16.994, con un incremento di 1.706 abitanti, pari all’11,16%. Nel 1869 le liste elettorali furono impinguate di ben 84 nuovi elettori appartenenti, per la maggior parte, alla categoria artigiana: sarti, pastai, conciapelle, saponari e intagliatori.

Il territorio comisano da sempre produceva enormi quantità di canapa, nel 1862 era stata portata all’Esposizione internazionale di Londra e da allora se ne esportavano 50.000 quintali all’anno. La borghesia imprenditoriale comisana andava ripetendo «già tutto si muove, il Vagone ci avvicina, e l´Elettrico ci riunisce» e voleva, pertanto, uscire dalle strette mura municipali per misurarsi, nel più vasto contesto europeo, con le realtà produttive degli altri Paesi: l´occasione si presentò con l´esposizione di Vienna che si aprì nel maggio del 1873 e alla quale l´imprenditoria comisana partecipò soprattutto grazie ad un cospicuo contributo dell´Amministrazione comunale. Coordinatore della missione fu il rappresentante comisano della «Commissione Provinciale», Cesare Leopardi-Rosso. Questi puntò sui prodotti più rappresentativi dell´economia locale: il «Cotone rosso o Camoscio, e bianco con seme», (fornito da Salvatore Galeoto); i «Cotoni sgranati a macchina, e semenze rispettive»; il «Vino da pasto nero, produzione del 1871»; «l´Albanello, vino bianco, produzione del 1862»; il «Sapone bianco e marmoreo», (fornito da Biagio Bellassai); il «Marmo rosso, lavorato e grezzo», (fornito da Giovanni Sudano); la «Pietra Tufo-Calcarea bianca, lavorata e grezza»; la «Calcina viva in pietra; e, infine, la «Pietra dalla quale si trae la Calcina».

Un intervento sicuramente mirato a promuovere l´economia fu rappresentato dalla costituzione, nel 1874, di un «Monte di prestanza e Cassa di risparmio del Comune di Comiso». Il nuovo soggetto creditizio, operante a Comiso nell´ultimo quarto del secolo diciannovesimo, traeva la sua origine dalla vendita di 600 ettolitri di frumento appartenente al Monte Agrario (costituito nel 1845) e che ora, alla luce della nuova legislazione unitaria, ritornava a svolgere la sua funzione di freno all´usura, ma dotato di nuove e più moderne funzioni creditizie. Il nuovo «Monte», infatti, mentre, da una parte, aveva «per iscopo di garentire la povera gente dall´usura, e di aiutarla mediante il prestito nello svolgimento dei domestici affari», dall´altra, incentivava il risparmio, provvedendo alla raccolta anche di piccole somme, e promuoveva la piccola imprenditoria locale attraverso l´erogazione di prestiti a basso tasso d´interesse. L’iniziativa, però, non riuscì mai ad esitare la nascita di una vera e propria banca. Il mancato decollo di un vero e proprio istituto di credito mentre rappresentò il limite dell’imprenditoria comisana tardo ottocentesca, troppo arroccata e chiusa in se stessa, pose un forte freno ai processi di modernizzazione. Fra quelli realizzati, va invece, annoverata l’apertura al traffico, nel 1893, della tratta ferroviaria Siracusa-Licata. Questa rappresentò il volano del settore lapideo comisano, il quale poté, così, uscire dal ristretto ambito territoriale e proiettarsi nel più vasto contesto nazionale ed internazionale.

Negli anni Trenta del Novecento sarebbe stata l’introduzione dell’Energia elettrica a creare nuove condizioni di sviluppo per il settore, che già a quell’epoca operava di conserva con l’stituzione scolastica, cioè la Scuola d’Arte e Mestieri», che già dal 1907 operava nella cittadina di Comiso. In quel torno di tempo oltre alla lavorazione in loco, se ne esportava 400 vagoni all’anno, pari a circa seimila tonnellate. La «Scuola», fra l’altro, fu anche mediatrice delle innovazioni tecnologiche in materia di estrazione e lavorazione, nei confronti dei pirriaturi e scalpellini locali, piuttosto restii ai cambiamenti ed alle novità.

Il processo di modernizzazione avviato con la sindacatura Calogero non si fermò e, soprattutto, influì enormemente sulla sensibilità, anche estetica, dei Comisani: con l’ascesa al potere del sindaco Caruso (12 gennaio 1873), il Consiglio comunale, che già il 23 luglio 1870 aveva varato il «Regolamento del Cimitero», approvò anche il primo regolamento edilizio organico della Città. Lo strumento normativo, destinato a dare ordine allo sviluppo edilizio di Comiso, rappresenta, oggi, una fonte di eccezionale importanza relativamente allo studio del decoro urbano e dell’utilizzazione della pietra bianca locale: l’art. 36, infatti, stabiliva che «tutte le fabbriche nuove, e quelle attorno a cui si praticheranno importanti ristauri dovranno essere fra sei mesi dopo compiuta la fabbricazione o riparazione, intonacate di pulito, continente verso la strada e coronate dei rispettivi cornicioni di pietra o latterizi secondo richiede l’importanza della fabbrica»; l’art. 39 prevedeva che «i coloramenti esterni di cui all’art. 36 dovranno eseguirsi preferibilmente con tinte secondarie pallide, escluse quelle che potessero per troppo vivacità o per troppo oscuratezza offendere la vista ed ingenerare oscurità».

L’emanazione di tali atti regolamentativi tendeva a disciplinare e meglio gestire il notevole sviluppo edilizio che interessò Comiso dopo l’Unità, anche a causa di una forte immigrazione dai paesi viciniori, attratta dalle favorevoli prospettive occupazionali, che l’economia locale offriva. In definitiva, possiamo affermare che l’Ottocento, fin dai suoi primi anni, rappresentò il contesto temporale durante il quale le arti e i mestieri ritrovarono una loro ben precisa codifica. Pirriaturi e scalpellini, da una parte, ferrari e carradori, dall’altra, ebanisti e sfilatrici, infine, andavano, via via, perdendo le loro connotazioni tecnico-pratiche, per assurgere ad un ruolo artistico e sociale di ragguardevole pregnanza.

La mutata veste professionale aveva determinato una corrispondente mutazione nella stratificazione sociale del paese, che vedeva, ora, i portatori di arti e di mestieri assumere un ruolo sempre più rilevante all’interno della classe dirigente del paese, per il loro inserimento nelle «liste degli eligibili», in età borbonica, per la loro presenza nelle «liste elettorali», in periodo unitario.

(nella foto in alto, l´ingresso dell´ex Mercato ittico nel centro storico di Comiso)