Corriere di Ragusa
Email
Corrierediragusa.it mobile
Feed Rss Corrierediragusa.it
Corrierediragusa.it - Motore di ricerca
Corrierediragusa.it su Facebook
Corrierediragusa.it su Twitter
Corrierediragusa.it su Google+
Dimensione testo:
|
A
|
Corriere di Ragusa.it
Martedì 6 Dicembre 2016 - Aggiornato alle 18:26 - Lettori online 952
COMISO - 23/09/2010
Cultura - Comiso: la storia di un centro industriale per eccellenza

Comiso, una città dai cromosomi imprenditoriali

Dai conti di Modica (1453) ai Naselli, un centro che si è sempre distinto per la sua vocazione artigianale e mercantile
Foto CorrierediRagusa.it

L’area iblea, corrispondente oggi alla provincia di Ragusa, fino alla fine della feudalità (1812) era stata costituita da una serie di realtà amministrative e produttive, diverse e variegate, ma tutte accomunate da un’identica vocazione agricola e pastorale, con l’esclusione della sola «Contea di Comiso», da sempre caratterizzata da un artigianato vivace e creativo e da un ceto mercantile intraprendente e fantasioso.

La vendita della piccola realtà comisana operata dai grandi Conti di Modica nel 1453 in favore dei Naselli aveva rappresentato la causa prima di un destino diverso per i Comisani. I nuovi feudatari, non provenienti dalle fila dell’aristocrazia, intrapresero una saggia politica di distribuzione della terra, creando così un ceto di piccoli proprietari imprenditori, incentivarono la creazione di botteghe artigiane, addirittura esentandole dal pagamento delle tasse per un certo periodo, subito dopo il terribile terremoto del 1693, assieme alla ricostruzione del Castello, si impegnarono nella realizzazione della Cartiera di contrada Frategianni-Giardinello.

E’, assieme ai saponifici voluti dal conte Naselli, la prima forma di attività produttiva con le caratteristiche dell’industria vera e propria, non solo del territorio della piccola «Contea di Comiso», ma dell’intero territorio oggi corrispondente alla provincia di Ragusa.

Nell’industria cartaria dei Naselli, attiva fino a circa un quarto di secolo anni fa, nata negli anni Venti del Settecento, si realizzava l’intero ciclo produttivo della carta, lavoravano cento operai, uomini e donne, i quali vivevano in un piccolo agglomerato confinante con lo stabilimento, dove a partire dal 1740 era sorta anche una Chiesa per i loro bisogni spirituali.

La peculiarità imprenditoriale comisana continuò ad imporsi anche nel secolo successivo, l’Ottocento, e addirittura diventò impareggiabile nei primi anni del Novecento con la nascita, per esempio, dello Stabilimento per la lavorazione delle foglie di tabacco in tutta la loro fase di trasformazione industriale.
Subito dopo la seconda guerra mondiale, nel 1947, nascono a Comiso due industrie importanti, la «Teverina», un’industria del settore chimico, realizzata in un vasto spiazzo vicino alla stazione ferroviaria e gestita dalla famiglia Sallemi e dalla famiglia Palazzolo.

La famiglia Sallemi con l’azienda denominata «OSEF» (Oleificio Sallemi e Figli) era proprietaria pure di un’industria adibita alla lavorazione dell’olio e dei suoi derivati. Erano ormai le sole due industrie in città e davano lavoro ad un’ottantina di dipendenti (operai e manovali), oltre ad attivare una vasta rete di attività nell’indotto.

La «Teverina» lavorava il seme di cotone (circa ventimila quintali l’anno), il seme di lino, le arachidi, il sesamo, estraendone olio e ricavando mangimi per gli animali, che incontravano il favore commerciale.

Nel 1957 ingrandì il complesso industriale, aggiungendo la lavorazione dei vinacciuoli (cinquantamila quintali l’anno), estraendone olio e preparando una farina povera, che veniva esportata abbondantemente nei Paesi del nord Europa, dove veniva lavorata assieme a farina di pesce e di carne.
A partire dal 1961, la «Teverina» cambiò la propria denominazione in «Teverina Soia Sicilia», intraprese un nuovo ingrandimento degli stabilimenti (fino a 7.000 mq. coperti) ed introdusse l’impianto per la lavorazione della soia per una quantità di 350 quintali al giorno.

I nuovi impianti, il nuovo ciclo di lavorazione, erano completamente automatizzati e regolati da cellule fotoelettriche, l’estrazione dell’olio avveniva per mezzo di «esano» recuperabile e la tostatura secondo il sistema americano. La soia, del tipo «Illinois» e «Yellow», arrivava al porto di Catania con le navi e veniva trasportata con i camion a Comiso.

Il ciclo produttivo garantiva l’ottenimento del 18% di olio grezzo, il 2% di lecitine, l’80% di farina di soia superproteica (con il 50-52% di sostanze proteiche) o proteica (con il 44-46% di sostanze proteiche).

La tostatura assicurava l’eliminazione degli «antienzimi» e l’aumento della digeribilità, fino al 90%, rendendo il prodotto particolarmente adatto agli animali da cortile.

In un anno, il nuovo impianto, lavorava 320 giornate, impiegando 40 unità, per circa 12.800 giornate lavorative, durante le quali venivano lavorati 112.000 quintali di soia e venivano prodotti 20.160 quintali di olio grezzo, 2.240 quintali di lecitine, 89.600 quintali di farina.

Il nuovo impianto comprendeva il reparto di preparazione e laminazione, quello di estrazione e distillazione, nonché quello di filtraggio, scappamenti e tostatura. La spesa complessiva per la realizzazione fu di £ 250.000.000. Intervenne l’IRFIS, che muoveva i primi passi nel suo ruolo istituzionale per favorire l’industrializzazione della Sicilia.

A partire dagli anni Sessanta, Comiso stava per completare il suo articolato essere «città a vocazione industriale», allorché – di concerto con la «Teverina» – prese il via la costituzione della «SO.SI.MA» (Società Siciliana Mangimi), della quale il cav. Giuseppe Bombaci era l’amministratore unico ed il dott. Franco Palazzolo (socio anch’egli della «Teverina») era il direttore generale e destinata alla produzione di mangime bilanciato. La nuova azienda sorse all’altezza del Km. 1,800 della SS 115, sulla strada di Vittoria e copriva un’area di ben 8.000 mq. La produzione iniziale era prevista in 150.000 quintali di mangime annuo, impiegando – in gran parte – materie prime dell’agricoltura siciliana e sottoprodotti delle industrie locali.

La spesa complessiva per la realizzazione del nuovo stabilimento fu di £ 400.000.000, comprensive di opere murarie, macchinari e scorte. Per la costruzione dello stabilimento, effettuato da una ditta locale, furono impiegate 8.700 giornate lavorative e fu completato nel 1962. Aveva la sede sociale a Comiso, in via Villafranca n. 2, cioè nei locali della «Teverina»; alla costituzione del capitale sociale intervenne la SOFIS (Società Finanziaria Siciliana) ed il Consiglio di Amministrazione era composto da sette membri, a norma dello Statuto.

L’occupazione riguardò 42 operai e due sole unità specializzate. L’ultima realizzazione di tipo industriale, se si escludono le aziende della lavorazione della pietra e dei marmi, riguardò un’azienda sempre destinata a coniugare il mondo dell’agricoltura con quello industriale vero e proprio e fu allocata sempre sulla strada per Vittoria. Si trattava della «SI.CO» (Siculo Conserviera), destinata alla trasformazione e la conservazione in scatola, vasetti e tubi di prodotti agricoli (pomodori, carciofi, melanzane, olive, succhi di uva e vari).

A tale scopo fu costituita, in Palermo, una società per azioni al portatore, finanziata per 200.000.000 dall’IRFIS. Il capitale azionario fu costituito da 150.000.000 di azioni al portatore, di cui 74.000.000 in azioni della SOFIS e 76.000.000 in azioni ai privati. Gli azionisti privati erano circa 30, tra i quali alcuni professionisti di Comiso; Amministratore unico era l’ing. Nunzio Bellassai.

Lo stabilimento sorse su una superficie estesa 5.000 mq., esclusi alloggi, spogliatoi, mense e servizi vari per gli operai addetti. Il ciclo produttivo ebbe inizio nella primavera del 1962 ed assorbiva ben 150 unità di manodopera, prevalentemente femminile. Il nuovo impianto oltre a rendere più stabile il mercato di vendita dei prodotti, specialmente del pomodoro, avrebbe dovuto favorire l’incremento delle colture più redditizie.

Oggi, al posto di ciascuno di questi gioielli c’è qualcosa d’altro, dove un ipermercato, dove un deposito, dove addirittura la distruzione, il niente. La società odierna, tutta presa da chimere «globali», dall’esigenza di internazionalizzarsi, non solo tende a sottovalutare le potenzialità del «locale» dal punto di vista produttivo, ma anche da quello culturale, lasciando nella più assoluta incuria un patrimonio di archeologia industriale, forse ancora in grado di procurare benessere a questa città, che dovrebbe provare a ritrovare nel suo passato quei valori e quelle certezze che l’hanno resa vincente nel passato, anche quello relativamente recente del sogno industriale del secondo dopoguerra.

nella foto la fonte Diana nella piazza di Comiso