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COMISO - 29/08/2010
Cultura - Comiso: una iniziativa protoindustriale del primo settecento oggi in balia dei ladri

Dal ‘700 l’evoluzione economica di Comiso con la cartiera

L’abate Vito Amico ha dato la notizia, nel suo Dizionario tipografico della Sicilia, dell’esistenza della cartiera di Comiso, pensata e voluta dal conte di Comiso e principe d’Aragona, don Baldassarre V Naselli
Foto CorrierediRagusa.it

Nel 1571, quando con privilegio concesso da Filippo II Comiso divenne contea, contava circa 3.000 abitanti (2.829 nel censimento del 1569), con poche case, chiuse all´interno delle mura, con alcuni edifici religiosi e civili di una qualche importanza (la chiesa romanica di San Nicola, la chiesa gotica di San Francesco, il nucleo originario del Castello, la chiesetta dell´Ospedale, sede della Congregazione dei Flagellanti ed un solo Convento, quello dei Carmelitani).

Nel Seicento, Comiso, conobbe una crescita straordinaria, dal punto di vista demografico (5.305 abitanti nel 1681, +87,52% in 110 anni); triplicò l´estensione della città e furono costruite case private di ottima fattura; sorsero nuovi edifici religiosi: due conventi di Teresiane, uno dei Minori osservanti, uno dei Cappuccini, uno dei Filippini ed un Collegio di Maria. In questo periodo operano a Comiso artisti di chiara fama: dagli allievi del Gagini, al Novelli, detto «il monrealese», dal Barbalonga al Sozzi.

La crescita di Comiso è strettamente connessa alla gestione burocratica del potere, da parte del feudatario, che consentì il formarsi di una «nobiltà togata», con conseguente formazione di un sistema sociale aperto. Sul ruolo che la figura di Pietro Palazzo ebbe nella formazione della società comisana secentesca, possiamo, in assenza di studi specifici, fare solo delle congetture. Di certo, con la fondazione dei diversi edifici religiosi, contribuì a modificare l´aspetto architettonico ed urbanistico, ponendo le premesse strutturali e scenografiche di quella che, recentemente, è stata definita «città-teatro».

La limitata estensione del territorio non consente la formazione del feudo, favorisce il formarsi della piccola proprietà, incentivata anche dalle enfiteusi concesse dal conte. A Comiso si forma precocemente il ceto medio-borghese, oltre che per le osservazioni classiche già menzionate, anche, e soprattutto, perché la piccola estensione di terra, a qualsiasi titolo posseduta, impone, per essere redditizia, un tipo di agricoltura intensiva, razionale, poli-colturale. La specificità colturale consisteva nell´arborazione del territorio con l´impianto di ulivi, carrubi. Ma fu soprattutto coll´impianto del suo territorio a vigneto che Comiso imboccò la strada giusta per un´agricoltura ad alto reddito. Il vigneto comisano, inizialmente di collina, si perfezionò nel corso del secolo XVII e XVIII fino ad ottenere, con opportuni incroci di vitigni diversi, il vino ambrato.

Fra Cinquecento e Seicento s´imposero a Comiso le nuove colture del cotone, della canapa, del riso, del lino, del sommacco, della scerba, della canna da zucchero e del tabacco (1638), detto lo spagnuolo di Comiso. Attività preminente fu anche quella dell´allevamento ovino che diede origine alla selezione della cosiddetta pecora «comisana».

L´altra grande forza economica di Comiso fu rappresentata dalla formazione di un ceto artigianale di alto livello qualitativo, all´interno del quale si mise in luce la categoria degli scalpellini. Figura, quella degli scalpellini, che s´impose sul mercato edilizio del val di Noto proprio all´indomani del terremoto del 1693. Le cave, da cui provetti pirriaturi estraevano la famosa pietra di Comiso fornirono la materia prima per la ricostruzione post-terremoto e le maestranze locali, gli scalpellini, ebbero la possibilità di far conoscere la loro maestrìa fuori dai confini locali. Gli scalpellini non solo lavoravano la pietra di Comiso in loco, ma andavano a lavorare presso i cantieri della ricostruzione post-terremoto di altri paesi.

Il tipo di conduzione agricola, l´estrazione e lavorazione dei blocchi di pietra di Comiso, fu la causa della formazione di un forte settore mercantile e, soprattutto, della nascita di un attrezzato sistema di trasporti che garantì collegamenti con i maggiori centri dell´Isola.

L´ascesa a conte di Comiso di Baldassare V Naselli, avvenuta per volontà del padre, segnò sicuramente l´inizio di un periodo di grandi trasformazioni per la contea ed il suo inserimento nei grandi circuiti commerciali e produttivi del regno.

«…presso il fiume di Comiso [Ippari] vi è un´officina in cui si fabbrica la carta, la prima che sia sorta in Sicilia e ci si mostra considerevole per le varie macchine a ruota e per lo splendido edificio». Con queste parole l´abate Vito Amico dava notizia, nel suo Dizionario tipografico della Sicilia, dell´esistenza della cartiera di Comiso, pensata e voluta dal conte di Comiso e principe d´Aragona, don Baldassarre V Naselli.

La decisione presa dal ricco feudatario di costruire, nel terzo decennio del Settecento, la prima cartiera di Sicilia ha dello straordinario in quanto a scelte imprenditoriali, a ricadute economiche per l´indotto e ad impiego di tecnologie. Sicuramente rappresentò il primo insediamento industriale che modificò il territorio designato ad ospitarla, la contrada comisana «vocata di fratianne, seu giardinello», oltre che le abitudini prettamente contadine degli abitanti della vicina Comiso.

La data di nascita della cartiera finora non ha trovato concordanti le tesi di quanti se ne sono occupati: lo Stanganelli ci ha detto che il conte «nel 1729 pensò d´impiantare qui [a Comiso] una grande cartiera», il Pace, utizzando delle note redatte alla fine del Settecento da un discendente dell´ingegnere genovese che aveva progettato e diretto i lavori della costruzione, ha affermato che «il lavoro d´impianto durò due anni […] e che l´inizio dei lavori va riportato al 1723-24 ed il loro compimento al 1725-26».

Ora, alla luce di documenti ancora inediti, si può affermare che i lavori di costruzione della struttura muraria ebbero inizio nell´aprile del 1727 e furono completati entro il 31 maggio 1729. L´opificio, però, non fu pronto ad iniziare il ciclo produttivo prima della fine dell´aprile 1733.

A dirigere i lavori di costruzione dell´opificio, d´impianto dei macchinari e di progettazione delle opere idrauliche occorrenti a creare le risorse energetiche necessarie al funzionamento della cartera, il feudatario comisano chiamò Michelangelo Canepa, un ingegnere genovese venuto in Sicilia su richiesta del principe di Cattolica, al quale era stato segnalato dal principe Doria di Genova, per «edificare un palazzo nella Capitale [Palermo]». Quando il Canepa presentò al principe il preventivo di spesa, questi «quasi si pentì dell´impresa». Fu l´occasione fortuita che consentì al feudatario comisano di ingaggiare il genovese per «il disegno della cartiera». Da quel momento il Canepa di trasferì a Comiso dove, dopo la pregettazione, ebbe l´incarico di dirigere i lavori di costruzione dell´opificio, delle case da adibire ad abitazione degli operai, della chiesa, delle opere idrauliche per ricavare l´energia necessaria al funzionamento delle macchine, delle opere di canalizzazione ed infine di dirigere la nuova azienda anche nella fase produttiva. La diresse fino alla data della sua morte con assoluta autonomia di gestione trattando con i fornitori della cartiera con i quali stipulava contratti pagandone le rela¬tive forni¬ture. La famiglia Canepa restò a Comiso e si imparentò con la famiglia Criscione. Il cognome successivamente subì la modificazione in Cànneva: nel 1792 un Giuseppe (figlio di Michelangelo) era componente della Corte Giuratoria di Comiso; nel Catasto rettificato del 1844 un Michele si definisce possidente e risulta proprietario di 10 ettari di terreno.

Da un atto di «stima e apprezzamento», redatto dal Canepa presumibilmente alla fine di tutti i lavori, in data 22 aprile 1733, incaricato dal Governatore e Pro¬curatore generale del conte, don Giuseppe Perino, di stimare ed apprezzare «totum id quod de presenti et attualiter fattum existit pro edificio et costruttione triplicate Carterie et Paginarie in dicto loco […] in contrada vocata di fratianne, seu giardinello», si apprende che le spese sostenute dal Naselli ammontarono ad onze 2.902, tarì 2 e grani 7. Le spese maggiori furono rappresentate dal costo del suolo e della sua relativa sistemazione (onze 716), dall´acquisto di un mulino esistente, detto di Frategianni (onze 800), dalla realizzazione delle opere murarie (onze 712,13) e dalle spese di progettazione e direzione dei lavori (onze 420).

Il resto delle spese si rese necessario per la realizzazione di un ponte (onze 171,22), delle opere di canalizzazione delle acque (onze 100), per l´acquisto di «venticinque mortai» (onze 23,10) che furono forniti da una locale «pietrera» e dalla costituzione di una prima scorta di 325 salme di «calcina» (onze 43,3). La somma di 30.000 scudi (12.000 onze), indicata dallo Stanganelli e dal Pace, alla luce dei documenti da noi ritrovati, appare sicuramente sovradimensionata ed improponibile.

L´edificio fu costruito nel declivio di sinistra della valle, in un punto in cui essa si restringe, era «vasto e bene ordinato, con due avancorpi laterali, elevato a tre piani nella parte verso il fiume, coronato da un´unica grandiosa terrazza coperta per asciugare il prodotto».

Il metodo di lavorazione consisteva nel far macerare gli stracci, preventivamente imbiancati con la calce, in alcune «pile» o «mortai» di pietra, entro i quali, mossi dall´energia idraulica, agivano con un semplice meccanismo a leva dei grossi pestelli. L´energia veniva prodotta da quattro grosse «ruote a pala» mosse dalla cascata che il Canepa aveva realizzato, creando artificialmente un «salto» lungo il corso del fiume Ippari. Il semilavorato ottenuto, una sorta di poltiglia, veniva stesa per mezzo di un «crivello» su dei telai di canapa e poi esposta sulla terrazza coperta ad asciugare. Successivamente, al terzo piano dello stabilimento, nel reparto chiamato «alliscia turi», si procedeva alla levigatura dei rudimentali fogli mediante l´uso di «balate di lunghezza palmi uno, ed un quarto larghe, e squadrate di tre parti e spianate».

La distanza dal centro abitato di Comiso (circa tre miglia) e la presenza di molti operai genovesi e catanesi avevano posto la necessità di realizzare in loco gli alloggi per i dipendenti, che furono costruiti, a spese del conte e con criteri uniformi, sul pianoro immediatamente di fronte l´opificio. Anche se la nascita della cartiera avviene nella maniera tipica della società d´antico regime, attraverso una privativa concessa dal sovrano ad personam, la gestione appare di tipo moderno, proto-industriale. Nella cartiera del Naselli, infatti, operai maschi e femmine (fra 70 e 100), per la prima volta, nello stesso ambiente iniziano e portano a termine l´intero ciclo produttivo, ricevono un salario «a giornata» e vivono assieme anche le ore non lavorative.

Alla fine degli anni Trenta del Settecento, «ad spiritualem utilitatem» dei dipendenti venne edificata una chiesetta, dedicata a S. Maria della Lume, (e non Sant´Agata), per la benedizione della quale venne chiesta la licenza all´Arcivescovo di Siracusa. L´autorizzazione venne concessa il 27 marzo 1741 «alla nuova chiesa decentemente costrutta» e già il 10 aprile successivo fu stipulato l´atto di dotazione «della congrua dote per le l´elemosina delle Messe al meno per le domeniche, e feste di precetto e di onze 3 per mantenimento de´ Sacri arnesi».

La materia prima per «la fabbricazione della carta da scrivere e da stampa» era rappresentata dagli stracci per la cui raccolta si formò un ceto sociale nuovo, quello dei «vetturali». La ricaduta economica fu importante fino a quando i raccoglitori inglesi non misero in crisi i «vetturali» comisani e la vita produttiva della stessa cartiera. Ciò si verificò intorno al 1790 e per superare l´impasse Tommaso Blundo dei baroni di Torrevecchia, governatore dello «stato» di Comiso chiese al re che vietasse l´esportazione degli stracci dalla Sicilia. Tale divieto fu concesso dapprima il 6 dicembre 1808 limitatamente agli stracci di tutto il Val di Noto, poi, con real dispaccio del 28 febbraio 1809, fu esteso a tutta l´Isola per un decennio.

Il 10 luglio 1816, però, un incendio menomò il macchinario e danneggiò il fabbricato, distruggendo specialmente la copertura del terrazzo dello «stenditore». Dai documenti della Corte Capitaniale di Comiso si evince che le cause dell´incendio furono accidentali. La vita della cartiera si fermò per breve tempo. La riparazione richiese una spesa notevole (per il solo rifacimento del tetto dello stenditore occorsero oltre 1.000 onze e per la relativa copertura furono impiegate 35.000 tegole, pagate a tarì 15 al migliaio posto cartiera), ma nel 1817 riprese la produzione. Nel 1824 subì ancora un lieve incendio e stavolta per ripristinarla fu chiamato l´ingegnere ligure Giovan Battista Calderolo. Sotto la sua direzione fino al 1828 e, dopo, sotto quella del fratello Domenico, furono rinnovati sia i macchinari che i metodi di lavorazione (1829); fu inoltre ampliato l´opificio con l´introduzione di due «mortai» posti a circa mezzo chilometro più a valle, ove venne creata una nuova cascata al servizio di una piccola costruzione nota col nome di «cartiredda». In pieno periodo borbonico, dalle carte d´archivio risulta che la cartiera del principe d´Aragona e conte di Comiso cominciò a diversificare la produzione con l´intro¬duzione della fabbricazione della carta velina per «involgere» le arance destinate all´esportazione.

L´inettitudine del nuovo conte Baldassare VII, frattanto, aveva compromesso la fortuna della famiglia Naselli: nel 1845, infatti, i beni della nobile casata vennero posti sotto sequestro. Il terzo incendio fu fatale: l´amministratore giudiziario dott. Francesco Rizzo rinunziò a riattivarla. Due mulini idraulici furono istallati al posto dei macchinari della cartiera, sia nella grande che nella piccola, utilizzando una parte della forza motrice. Appena dopo l´unità d´Italia l´opificio fu adibito ad opera dell´imprenditore locale dott. Salvatore Donzelli a stabilimento per lo sgranellamento del cotone: ciò fu possibile perché contestualmente negli Stati Uniti era in atto la guerra di secessione.

Diversi furono i tipi di carta prodotti a Comiso, per la stampa e per la scrittura, ed erano conosciuti commercialmente con i nomi dei diversi tipi di filigrana. L´opificio sembrò ritornare agli antichi fasti negli anni Trenta di questo secolo ad opera di un valente imprenditore locale: il comm. Sal¬vatore Farruggio. Questi inizialmente da solo ed in seguito in società col fratello impresse un forte impulso all´economia comisana con la riattivazione della cartiera: «carta paglia» e «cartoni» furono i prodotti principali dell´ultimo periodo della cartiera di Comiso.

Un silenzio innaturale ora l´avvolge; a romperlo solo qualche ladro che pezzo dopo pezzo sta facendo scomparire anche la memoria di un simbolo di modernità e valenza imprenditoriale.

(Nella foto in alto ciò che resta della cartiera di Comiso)