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COMISO - 11/08/2010
Cultura - Comiso: seconda e ultima parte della storia dell’ospedale comisano

Il «Regina Margherita» era un Dispensario

Emerge, dalla ricerca storica, la latitanza delle amministrazioni locali del tempo: Provincia e Comune
Foto CorrierediRagusa.it

Il Sottocomitato, consapevole della cospicuità della somma occorrente per la trasformazione e la ristrutturazione dei locali e della difficoltà a reperirla, richiese, a norma del secondo comma dell’articolo 1 della legge n. 1382 del 24 luglio 1919, un prestito di lire 225.000 alla Cassa Depositi e Prestiti, da pagare in trent’anni, e per ottenerlo era disposto a dare «in garenzia la rendita di lire settemilacinquecento su titoli dello Stato (£ 150.000 in cartelle di rendita) da restare vincolata per tutto il periodo del trentennio». Una diversa interpretazione della norma, secondo la quale la rendita offerta in garanzia avrebbe dovuto coprire l’intiero di quanto richiesto e non già la singola rata annuale, ne impedì l’ottenimento.

Nel marzo del 1925, cioè quasi alla fine del secondo anno di attività, durante i quali numerose guarigioni erano state ottenute e «numerose braccia infiacchite [erano state] ridotte al lavoro», e dopo che il Comitato aveva dovuto farsi carico delle spese occorrenti per le riparazioni della via d’accesso al Dispensario, per la ragguardevole cifra di £ 895,85, un’ulteriore richiesta di sussidio rivolta al Ministero attraverso l’interessamento del Prefetto, procurò, anche per il 1925, l’ottenimento di un contributo di £ 8.000, che serviva a garantire l’ossigeno necessario al funzionamento dell’Ente.

Gli Enti periferici, Provincia e Comune, continuavano a restare latitanti e a disattendere le aspettative di quanti usufruivano dei servizi antitubercolari, che solo la caparbietà di un gruppo di volontari continuava a garantire alla città di Comiso. Studiando le carte corrispondenti alla fine del secondo anno di funzionamento del Dispensario, e coincidenti con l’approvazione del bilancio consuntivo del 1925, è possibile fare un ragionamento anche di tipo statistico.

L’elenco degli ammalati presentatisi alla consultazione clinica presso l’Ente raggiunse, nel 1925, la cifra di n. 204, con un incremento di 19 unità rispetto all’anno precedente; di tale numero di utenti, 115 erano tubercolosi e pretubercolosi, 30 malarici, 6 sifilitici, 15 tracomatosi e 38 affetti da malattie comuni. Va qui notato l’aumento del numero di utenti ammalati di tubercolosi che furono 115, cioè 44 in più del 1924, pari ad un incremento del 61,9%. Dei 115 tubercolosi che frequentavano giornalmente i locali del Dispensario, profittando del bel sole e dell’aria pura che nelle belle giornate si poteva godere negli attrezzati Solarium, 38 (33,04%) rappresentavano la continuità rispetto all’anno precedente, 77 (66,96%), invece, erano nuovi utenti.

Nella tabella n. 1 da noi elaborata è possibile rendersi conto delle patologie, della loro evoluzione e, infine, dei risultati via via raggiunti nella cura di tutti gli assidui frequentatori del Dispensario:
nello stesso periodo furono eseguiti centoventisette esami di sputo, con ottantatre referti positivi e quarantacinque vaccinazioni per cutireazione, con trentasei referti positivi.

Il sistema curativo, nell’impossibilità finanziaria di fare di più, era un sistema di tipo misto a base di elioterapia, medicinali, mineralizzanti e iperalimentazione. Venti ammalati ogni giorno, in media, frequentavano il Dispensario ai quali venivano somministrate, nell’arco dell’anno solare, oltre cinquemila fialette di Iodorsolo e Creosarsolo, oltre ad altri preparati forniti dalla Casa Baldacci, da altre case farmaceutiche ed anche dalla locale farmacia Noto, fornitrice del Dispensario.

Almeno cinque dei venti ammalati assidui ricevevano vitto speciale, con latte, pane, uova e minestra, impiegando a tale scopo, per esempio nel 1925, n. 1.860 razioni di latte (mezzo litro ciascuna), n. 1.500 razioni di pane (250 grammi l’una), n. 280 razioni di uova (2 uova per razione), n. 440 razioni di minestra (ciascuna di grammi 250). Il Direttore sanitario, inoltre, eseguiva le visite domiciliari (56 nel solo 1926), tendenti anche ad accertare «le meschine condizioni delle abitazioni e [ad] incoraggiare i familiari [dell’ammalato] a frequentare l’Istituto», che largheggiava nel fornire loro risorse profilattiche.

Il Dispensario, infine, si occupava anche della propaganda antitubercolare con materiale a stampa distribuito al pubblico ed organizzando pubbliche manifestazioni. Nel 1925, per esempio, in coincidenza col genetliaco del Re, fu organizzata una pubblica conferenza presso il Teatro comunale, «destando l’entusiasmo del popolo per la [benefica] Istituzione».

L’esigenza di soddisfare le richieste sempre più numerose di ricovero a scopo curativo di tubercolotici curabili o di ragazzi già minati dal male inesorabile, fu deciso nel gennaio del 1932 di migliorare ed ampliare i locali del Dispensario, attraverso la costruzione di un nuovo reparto speciale ad uso di refettorio, cucina e dispensa, e la ricostruzione di tutta l’ala occidentale delle vecchie celle dell’ex Convento, da adattare al nuovo uso di infermeria, consentendo così di portare il numero di posti letto da 16 a 26. Le spese vennero anticipate dalla Presidentessa e sarebbero state rimborsate dal Comune di Comiso allorché il bilancio l’avesse consentito, inglobando nella disponibilità il legato di £ 10.000 destinato dal signor Meli Nigita Vincenzo «come contributo alla spesa di costruzione di un locale per ricovero di tubercolotici ed esigibile infra cinque anni». Fu così ripreso il progetto del 5 gennaio 1927, redatto dall’ing. Santoro Secolo, e che prevedeva l’abbattimento delle costruzioni al primo piano perché «così malandati per l’abbandono completo in cui [erano] stati lasciati per tanti anni, che il loro adattamento e la loro trasformazione mediante semplici riparazioni, non appari[va] possibile».

Infatti, i tetti erano «in molti punti sconnessi, i travi fradici e si regg[evano] a furia di puntelli; i muri esterni [erano] ormai privi di intonaco di rivestimento e continuamente dilavati dalle acque piovane presenta[vano] perfino il pericolo di rovinare in parecchi punti ed [erano] già rovinati nella ala est; i muri interni presenta[vano] pericolose fessure; i pavimenti [erano] grandemente rovinati e del tutto mancanti nelle cellette, ridotte ormai per il lungo abbandono, senza imposte né porte né finestre, affatto inabitabili». Per tutte queste motivazioni e per la necessità di rendere i locali adatti alla nuova destinazione sanitaria, l’ing. Secolo «piuttosto che proporre delle riparazioni costosissime e di dubbia efficacia», giudicò opportuno e necessario «l’abbattimento completo del primo piano e la opportuna ricostruzione secondo le opportune norme per un Preventorio di ambo i sessi». La spesa preventivata ammontava complessivamente a £ 120.907,94.

L’Istituto di Igiene Sociale di Comiso, sorto il 19 febbraio 1922 per l’iniziativa del Comitato Pro Ospedale, fu gestito come istituzione di pubblica beneficenza fino al 1928, data in cui furono sciolti i Comitati Antitubercolari provinciali e comunali. A partire da tale data, l’Istituto di Igiene Sociale di Comiso fu incamerato nell’amministrazione del Consorzio Provinciale Antitubercolare con contestuale liquidazione dei conti, restando un organo alle dipendenze del Consorzio come Sezione Dispensariale, mentre l’Infermeria Antitubercolare, realizzata nei locali ceduti dal Comune di Comiso con deliberazione dell’11 marzo 1922, approvata dalla Giunta Provinciale Amministrativa il 18 aprile dello stesso anno (deliberazione n. 6433), alle condizioni che venendo a cessare lo scopo per cui erano stati ceduti, i locali dovevano tornare nella disponibilità del Comune senza obbligo di rivalsa o di indennizzo, continuò a funzionare come casa di cura privata del Direttore Sanitario, dott. Arcangelo Salvo, il quale, incoraggiato dal Consorzio, sostenne le spese per la costruzione e l’attrezzatura occorrente.

L’Infermeria sanatoriale realizzata dal dott. Salvo sui relitti di parte dell’ex Convento dei Cappuccini, come si evince dalla perizia tecnica dell’Ingegnere comunale Terranova, comportò una spesa di £ 76.635,55, somma che andò ad essere compensata nel 1936 allorché, rendendosi necessaria ed urgente l’attivazione di un padiglione per le donne nell’imminenza del parto, il Comune cedette al dott. Salvo Arcangelo, a tacitazione di ogni diritto o pretesa, i locali in parola, con l’obbligo di cedere quelli «prospicienti nell’atrio con l’atrio stesso sia quelli a pianterreno come quelli a primo piano sino all’altura della terrazza e quella parte di giardino relativo». Tali locali sarebbero stati, quindi, ceduti alla Congregazione di Carità, «compensando il valore che sarà determinato d’accordo fra i due Enti con parte del debito del Comune verso l’Opera Pia Ospedale Regina Margherita, amministrata dalla Congregazione di Carità».

(nella foto l´ingresso del Regina Margherita oggi)