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COMISO - 05/08/2010
Cultura - Comiso: storia di un ospedale costruito a tempo di record

Una colletta per realizzare il "Regina Margherita"

In un mese raccolti 7 mila e 411 lire affidate alla cassiera Dorotea Pelligra Cappuzzello. In due anni, dal 1920 al 1922 il Dispensario per tubercolosi divenne operativo. Oggi quanto si sarebbe impiegato?
Foto CorrierediRagusa.it

Il 23 maggio 1920 parecchi cittadini comisani, constatate le «derelitte condizioni in cui trovatasi ridotto […] l’Ospedale comunale Regina Margherita», organizzarono una prima riunione per dar vita ad un «Comitato di Soccorso», nel corso della quale fu stabilito di mettersi subito al lavoro per raccogliere delle somme, da destinarsi, innanzitutto, «per migliorare e ristorare i locali» dell’Ospedale, quindi «per aumentare la dotazione della biancheria e della suppellettile», infine, «per creare un fondo di cassa per i soccorsi di urgenza, il quale non verrebbe mai ad esaurirsi perché rimesso a conti fatti con l’Amministrazione».

In meno di un mese fu raccolta la ragguardevole somma di lire 7.411,35 lire, immediatamente affidata alla signora Dorotea Pelligra Cappuzzello, cassiera del Comitato. Della somma raccolta e degli oblatori fu dato ampio rendiconto a mezzo stampa il 20 agosto 1920.

La somma raccolta fu destinata in quanto a £ 2.000 alla costituzione del fondo di pronto soccorso, le restanti £ 5.411.35 furono impegnate «per benefici reali da apportare al locale ed alla suppellettile» dell’Ospedale.

Nello stesso periodo, a Vittoria si procedeva allo sgombero del «Campo Prigionieri», occasione ghiotta per i solerti membri del Comitato comisano, i quali immediatamente avviarono le pratiche di rito presso il Ministero «per la cessione di n. 25 letti completi, cioè: letti di ferro, reti metalliche, materassi, biancheria da letto e da persona, coperte, ed altri arredi sufficienti per n. 25 ammalati». La richiesta fu accettata quasi per intero, ma la cessione non si perfezionò mai per la contestuale momentanea sospensione dell’alienazione del materiale di casermaggio, decisa dal Ministero. Circa dieci mesi dopo venne revocata la sospensione e la pratica del Comitato di Comiso fu riesaminata ed accettata con sostanziali decurtazioni a quanto richiesto, «tanto da diventare irrisoria»: a quel punto, però, il Comitato «credette opportuno rifiutare dignitosamente, ed il 2 maggio 1921 la pratica del materiale di casermaggio fu sepolta definitivamente».

Le attività produttive, entrate in crisi a causa della Grande Guerra, non riuscivano ad invertire il trend negativo; ad aggravarlo vieppiù andavano contribuendo – in linea con il clima nazionale - gli incidenti politici locali. I prezzi dei materiali e della mano d’opera alle stelle bloccavano l’impresa locale, creavano disoccupazione, frenavano le ansie filantropiche dei membri del «Comitato Pro Ospedale», rimandando, così, sine die l’opportunità per Comiso di dotarsi di un dignitoso presidio ospedaliero.

Lo stato dei locali e delle suppellettili, assolutamente miserevole, erano diventati «inabitabili e minaccianti rovina», urgevano interventi immediati e radicali e a questa emergenza, nonostante il persistere della congiuntura economica negativa, fu pregato l’ingegnere Salvatore Terranova di studiare le condizioni obiettive dell’Ospedale, predisporre un progetto con relativo preventivo delle spese necessarie per renderlo idoneo alle sue funzioni.

Il 26 gennaio 1921, all’unanimità, fu approvato il progetto, ritenuto degno di essere pubblicato, e fu dato formale incarico «di fare al più presto eseguire tutti i lavori di restauro», che ebbero inizio il 7 marzo e che, alla conclusione, importarono la spesa totale di £ 4.267,21 e resero l’Ospedale «piacevole alla vista, ed utile al suo ufficio».

L’intervento, diciamo così, di tipo edilizio, condotto con perizia, professionalità e determinazione dai promotori del «Comitato» non fu il solo, già all’indomani della sua costituzione e della questua, su richiesta espressa del regio Commissario del Comune tendente ad ottenere un prestito di £ 1.000 in favore dell’Ospedale, che non aveva mezzi per ricoverare un ragazzo ferito ad una mano. La somma fu immediatamente fornita prelevandola dal fondo del «Pronto Soccorso» e sarebbe stata rimborsata appena il bilancio dell’Ospedale lo avesse consentito.

La scelta operata dai fondatori del «Comitato Pro Ospedale», lungimirante e coraggiosa insieme, servì a dotare – a datare dal 18 febbraio 1921 - il paese di Comiso di una istituzione tendente a combattere le malattie più dannose, attraverso l’erezione di una Opera Pia per la profilassi sociale. All’assemblea costituente intervennero pure il cavaliere Vincenzo Caldarella, regio Commissario del Comune, il notaio Luigi Spada, presidente della Congregazione di Carità, il prof. Antonino Catalano, direttore delle Scuole Elementari, nonché il dott. Arcangelo Salvo, Ufficiale sanitario del Comune, il quale fungeva anche da Segretario del Comitato.

La rinnovata voglia, da parte dei fondatori del «Comitato Pro Ospedale», di operare nel sociale si indirizzò, da subito, nell’attivazione di un «Dispensario antitubercolare», inteso come «organo di Educazione profilattica e somministrazione di alimenti in natura ed eventualmente biancheria», guidato da un medico o dall’Ufficiale sanitario e coadiuvato dalle Sorelle della Misericordia; nell’apertura di «qualche scuola all’aperto in prossimità del paese, con refezione», da allocare in un posto collinare salubre e popolato dai giganteschi carrubi, della cui realizzazione di sarebbe fatto carico l’instancabile Direttore Antonino Catalano; infine, nella istituzione di «un Ospizio di mendicità con una sezione di Ospedale antitubercolare».

I fondi iniziali disponibili per una tale corposa e meritoria attività furono prelevati in quanto a £ 1.500 dalla somma raccolta ed inizialmente destinata al fondo cassa per il Pronto Soccorso. Successivamente, si sarebbe dato vita alla ricerca di nuovi sostenitori e nuovi oblatori, oltre che alla ricerca di nuovi fondi attraverso istanza da presentare al Governo per il tramite del Prefetto della Provincia, al quale fu inviata copia della deliberazione assunta nella seduta del 18 febbraio 1922 dal «Comitato», alla quale parteciparono ben diciassette soci, rappresentativi delle «migliori» famiglie comisane .

La scelta operata risultava perfettamente in sintonia con le esigenze più avvertite dalle popolazioni, in generale, e dai ceti meno abbienti, in particolare. Basti pensare che in quel torno di tempo la tubercolosi causava oltre seimila morti all’anno in Italia, ne rendeva inabili al lavoro parecchie centinaia di migliaia e che, nella sola città di Comiso, ufficialmente procurava la morte di 25-30 cittadini ogni anno, «senza contare quelli che per falso sentimento pietoso venivano dichiarati decessi per bronchite cronache, asma catarrale, etc.».

La presidentessa, nell’intento di dare una seria risposta al problema, faceva domanda al regio Commissario «per la cessione dei locali abbandonati dell’ex Convento dei Padri Cappuccini, onde trasformarli ed istituirvi il Dispensario d’Igiene Sociale, e possibilmente la Sezione di Ospedale Antitubercolare». I locali richiesti furono concessi l’11 marzo 1922 e già il 30 successivo fu inviata al Comitato provinciale antitubercolare di Siracusa «la pianta A dei locali ceduti dal Municipio […] e la pianta B con la relativa leggenda [sic] del progetto eseguito da questo Ufficiale Sanitario».

I locali, oggetto della concessione e destinati al dispensario, facevano parte di un isolato corpo di fabbrica dell’ex convento dei PP. Cappuccini costruito sopra una pendice delle ultime diramazioni dei monti Iblei, a 250 metri sul livello del mare, alla periferia dell’abitato, dotato di un ampio piazzale esterno di circa 1600 mq., libero da due lati e dal quale, come su una vasta terrazza, si godeva una vista incantevole di tutta la sottostante ed estesissima pianura e vi si respirava aria saluberrima. Internamente, l’ampio corridoio andava trasformato in «ambulatorio di aspetto, con l’atrio relativo, ed il giardino chiuso di mq. 600, dove gli ammalati po[tessero] comodamente attendere le più adeguate istruzioni igieniche ed i conforti alimentari».

I locali dove gli ammalati dimoravano per il solo tempo dell’osservazione, erano ben soleggiati e ventilati e più che sufficienti allo scopo. Il complesso era ottimamente dotato di impianti igienici e le porte di comunicazione con i locali dell’ospedale, una destinata al personale di servizio e l’altra per i medici, erano state lasciate per economia di spesa e semplicità di servizio.

Nel giugno del 1922 fu approvato il progetto da parte del Comitato provinciale antitubercolare di Siracusa. Per il funzionamento del costituendo Dispensario era previsto un sussidio continuativo dello Stato, capace di garantirne il mantenimento, che fu concesso, su interessamento del Prefetto, il 18 dello stesso mese di giugno, nella misura di £ 10.000 e destinato ad affrontare le «spese relative alla istituzione e impianto del Dispensario stesso».

Nell’immediato, per quanto concerneva le disponibilità finanziarie, assai esigue, del Sottocomitato comisano, la Giunta Amministrativa Provinciale, attraverso l’opera d’intermediazione del Prefetto, invitò i dirigenti comisani a provvedere all’impinguamento delle disponibilità di cassa, attraverso una nuova raccolta di fondi che, se richiesti, avrebbero potuto essere concessi tanto dal Comune come dalla Amministrazione provinciale.

Alla fine di dicembre del 1922, i lavori di riparazione e di adeguamento dei locali dell’ex Convento dei Cappuccini alla nuova destinazione d’uso erano già ultimati e le suppellettili, commissionate alla casa Invernizzi di Roma, consegnate. Rispetto alla somma preventivata in lire 17.285,64, in effetti furono spese circa 13.000 lire, delle quali lire 9.975,36 inviate dal Ministero dell’Interno e lire 3.000 circa furono racimolate dal Sottocomitato, restando, però, senza un soldo per il regolare funzionamento.

Nel febbraio del 1923 cioè ad un anno dall’avvio dell’iter progettuale, il Dispensario di Igiene Sociale era perfettamente ultimato e funzionante, mancava solo una sezione ospedaliera, necessaria «per quei tubercolosi che, non potendo assolutamente espletare in casa tutti i precetti igienici e curativi, [erano] di grave danno ai conviventi e di grave insidia per la popolazione». Era opinione del Sottocomitato che tale sezione ospedaliera andasse realizzata al piano superiore del Dispensario, recuperando così tutti i locali abbandonati dell’ex Convento dei Cappuccini.

L’incarico per la redazione del progetto fu affidata all’Ufficiale Sanitario di Comiso, dott. Arcangelo Salvo. In tale nuova sezione ospedaliera sarebbero stati ricoverati ammalati d’ambo i sessi con affezioni tubercolari più o meno gravi, di natura pettorale, addominale ed osteoarticolare. Alla luce di un «adattamento speciale per tutti i casi», il progettista ritenne «più adatto formulare un progetto cellulare, a piccoli vani isolati cioè, anziché un progetto a vasti cameroni di Comunità».

Nello specifico, il progetto prevedeva una sezione maschile, composta di n. 5 stanzette esposte ad Ovest, con tendenza a Sud, di circa mq 10, ognuna dotata di stanzetta da bagno, lavandino e cesso; e ancora, una sezione femminile, composta di n. 4 stanzette, esposte a Sud, con lieve tendenza ad Est, di oltre mq 9 ciascuna, dotate degli stessi servizi di quelle maschili. Il progettista dotò, inoltre, la sezione ospedaliera per i tubercolosi di tutti i servizi allora disponibili, per garantire alla nuova struttura la possibilità di disimpegnare regolarmente il gravoso compito per cui era stata fondata.

In questo senso, fu previsto: un «alloggio per il medico di guardia, composto di una saletta, una stanzetta da riposo ed una ritirata»; una «stanza per cure mediche, dotata di elettricità ed elioterapia artificiale con raggi ultravioletti»; una «stanza per interventi operativi con lavandini e sterilizzatrice»; un «alloggio per Religiose di servizio, composto di una saletta, una stanzetta da dormire ed una ritirata»; una «stanzetta per infermiere»; un «magazzino/ripostiglio di aiuto alla cucina»; una «cucina con stanzetta di distribuzione alimenti»; un «magazzino suppellettili»; una «stanza di Isolamento per qualche caso eccezionale, vicina all’alloggio delle Religiose»; una «stanza di Convegno e di lavoro»; un "locale per lavanderia e disinfezione comune"; infine, un «locale per disinfezione a vapore fluente».
(FINE PRIMA PARTE)

(Nella foto in alto l´ingresso del Regina Margherita oggi)