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Sabato 3 Dicembre 2016 - Aggiornato alle 16:41 - Lettori online 863
VITTORIA - 28/09/2008
Cronache - Vittoria - Michele Duchi ci racconta gli anni di piombo 30 anni dopo

Il giudice che battè i mafiosi
e i formalismi della Cassazione

Da Cirasa ai Gallo, ai Dominante: quando il magistrato da solo mandava in carcere i mafiosi che l’avevano condannato a morte Foto Corrierediragusa.it

Fa un certo effetto trovarsi a tu per tu con il giudice che per primo sfidò i mafiosi di Vittoria alla fine degli anni ‘80. Ha firmato centinaia di arresti, ha fatto condannare i clan, ha rischiato di farsi ammazzare. Presidente Duchi,

A 72 anni si sente un sopravvissuto?

«Nessuno è un sopravvissuto quando ha fatto il proprio dovere con rigore e fino in fondo. Non senza soddisfazioni se ha potuto contribuire a dare poco o molto serenità alla società in cui ha operato. Un successo di cui andare fieri, perché foriera di clamorosi sviluppi nella lotta alla mafia locale, fu una meditata ordinanza di custodia cautelare emessa a carico del gota del Clan Dominante-Carbonaro, ordinanza che fu avallata dalla Sezione della Cassazione presieduta dal famoso giudice Carnevale. La conferma della mia ordinanza terrorizzò e demoralizzò gli arrestati tanto che decisero di ammazzarmi. Allora mi si voleva imporre la scorta, che avevo già subito malvolentieri in una precedente analoga occasione, ma io rifiutai».

Perché, non aveva paura?

«Non avevo paura, non già perché fossi coraggioso – quel clan aveva dimostrato di avere il grilletto assolutamente facile e non scherzava- ma perché, a parte il fatto che un soldato deve mettere nel conto i rischi del mestiere, altrimenti fa altro di meno pericoloso, chi minacciava era identificato e severamente controllato e le forze dell’ordine avrebbero saputo in tempo dell’ordine criminale di uccidermi dato ai correi liberi. I Carabinieri avevano nascosto in carcere le cosiddette cimici e gli imputati ovviamente non lo sapevano e parlavano a ruota libera, discutendo fra loro delle loro malefatte e dando modo alla emanazione di una serie di ulteriori ordinanze cautelari per i reati più efferati da loro commessi».

Presidente, allora era più facile firmare un´ordinanza di custodia cautelare?

«Era più facile perché diversi erano i presupposti richiesti per l’emissione e maggiori i poteri di cui il giudice poteva disporre. Dopo l´omicidio di Giuseppe Cirasa emerse che la città di Vittoria era taglieggiata a tappeto dai membri del clan Gallo. Gli imprenditori terrorizzati pagavano e accusavano le forze dell´ordine di inerzia. L’amministrazione comunale dell’epoca inscenò una clamorosa manifestazione contro le forze dell’ordine, e il maggiore dei Carabinieri Romeo, della Compagnia di Vittoria, andò su tutte le furie: ritenne di passare alle maniere forti e arrestò 6-7 commercianti che sapeva per certo che avevano pagato il pizzo e ufficialmente non volevano ammetterlo. Sentiti da me, che avevo fama di non scherzare, gli arrestati parlarono e fecero i nomi di altri commercianti che avevano pagato; questi, sentiti, nel confermare, con le buone o con le cattive, fecero i nomi di altre vittime e così di seguito in una specie di ciliegia che tira ciliegia. A ogni ammissione di persone che avevano pagato seguiva l’ordinanza di custodia per gli estortori indicati. Nel giro di pochi mesi centinaia di estortori, in sostanza quelli che operavano nel circondario, compresi i Gallo, finirono in carcere e poi a giudizio del Tribunale, che li riconobbe colpevoli e li condannò anche a pene pesantissime: la città di Vittoria tornò a respirare. E anche la vicina Comiso tornò a respirare».

Per quale cavillo poi ritornarono tutti in libertà?

«Il Tribunale, come ho detto, condannò, ma nel corso del giudizio di appello a Catania gli imputati, quelli più pericolosi, furono in gran parte scarcerati per scadenza dei termini di custodia cautelare! E dire che per evitare un tale infausto evento nel primo grande processo di mafia che vedeva coinvolti circa 25 mafiosi io lavorai tutto un primo gennaio - trascorso in ufficio fino a notte- per depositare a tempo l’ordinanza di custodia, senza di che il 3 gennaio tutti gli imputati avrebbero dovuto essere scarcerati per decorrenza dei termini».

E quali effetti si ebbero dopo le scarcerazioni operate dalla Corte di Appello?

«I criminali tornarono a operare con maggiore sicumera e spietatezza. In un anno ci furono a Vittoria e Comiso una trentina di morti ammazzati, molto più in proporzione della città di Catania che aveva una popolazione di oltre dieci volte maggiore».

E i commercianti che in precedenza avevano trovato il coraggio di parlare dopo i provvedimenti restrittivi che lei aveva preso come reagirono?

«Ritornarono nel terrore e non parlarono più: meglio rischiare il carcere che la morte».

Non avevano tutti i torti. Ma come ne usciste?

«L´omertà ovviamente ci complicò il lavoro. La giustizia si fa con le prove e se i cittadini non collaborano, cosa può fare il magistrato che si fa carico di combattere un fenomeno criminale? Può solo approfittare di ogni piccolo appiglio e aggirare in qualche modo la difficoltà. Fra i trenta morti ammazzati ci furono anche due fratelli. Il padre venne sentito da me perché mi desse elementi utili allo scoprimento degli autori dei due omicidi. Il predetto, che mi conosceva bene per altri processi e aveva fiducia in me, mi riferì circostanze importantissime che non aveva inteso riferire né alle Forze dell´ordine né ai magistrati della locale Procura. Tali circostanze lette in un contesto di numerosissimi indizi certosinamente forniti da Carabinieri e Polizia che controllavano tutti i sospettati, consentirono di mandare in carcere tutti i personaggi di spicco, una ventina di persone, del clan Carbonaro-Dominante, succeduto all’eliminato gruppo dei Gallo».

E con quale cavillo questa volta uscirono dal carcere?

«No, questa volta in carcere ci rimasero e ci sono in gran parte ancora. Loro ci hanno tentato di mettere nel nulla la mia ordinanza ricorrendo per "saltum" direttamente in Cassazione. I loro avvocati scavalcarono il Tribunale della libertà e ricorsero in Cassazione, dove alla Prima sezione c´era, come ho detto, il giudice Carnevale, che ritenevano avrebbe annullato l´ordinanza di custodia cautelare essendo notoriamente molto formalista».

Cosa pensa dell’iniziativa di sgravare tasse e tributi a chi denuncia il pizzo?

«Qualunque provvedimento è utile se serve alla causa giusta e non serve solo a gettare fumo negli occhi della gente. Intendo dire che adottare un provvedimento non serve se poi le norme relative non vengono applicate. Se non c´è rigore morale negli amministratori, nelle forze dell´ordine e nella magistratura, onestà nei cittadini che non raramente piegano ai loro interessi le leggi e i provvedimenti non servono».

Lei la mafia l´ha combattuta con il carcere. Ora che concetto ha di mafia?

«La mafia è quella che è e che tutti sanno: io posso dire che, a mio giudizio, la mafia, le mafie esistono laddove manca diffusamente il senso della legalità. In Sicilia la mafia è così radicata perché, ad onta dell’educazione alla legalità che negli ultimi anni c’è stata, i siciliani continuano ad essere assolutamente insensibili al rispetto della legge, qualunque legge, anche quelle che regolano piccoli comportamenti».

Un esempio?

«Faccio l’esempio banale, banalissimo, delle norme sull’uso del casco per i motociclisti, della cintura di sicurezza e del divieto di uso del telefonino per chi guida veicoli: da noi tali norme vengono massicciamente violate, e non solo dal cittadino qualunque, ma anche da chi le dovrebbe fare osservare, fatto questo gravissimo. Se io, se lei, se un sindaco, se un tutore dell´ordine non indossa il casco e non allaccia la cintura di sicurezza quando va con la moto o in macchina o guida usando il telefonino, dà fra l’altro un cattivo esempio. Ma lo dà anche il tutore dell’ordine che non fa rispettare le leggi, il magistrato che non applica le leggi. Si parla spesso di tolleranza zero e poi c’è la tolleranza massima. Le piccole trasgressioni quando sono così diffuse come sono nella nostra società – e potrei fare decine e decine di esempi – costituiscono l’humus della mafia. In sostanza se da noi c’è la mafia è perché tutto sommato tutti, chi più e chi meno, in qualche modo siamo mafiosi, violiamo in piccolo quelle leggi che i mafiosi (che non sono solo quelli che chiedono il pizzo o regolano il traffico della droga o delle armi o bruciano e sparano) violano in grande e con afflizione massima della società».

Presidente, perché ogni tanto vengono chiamate in causa le toghe"rosse".Lei che ne pensa?

«Le toghe rosse non esistono. Esistono, come in ogni buona famiglia, magistrati disonesti, e questi sono rossi, bianchi e neri. Esistono magistrati che non fanno il loro dovere - che non lavorano, che tengono le pratiche nel cassetto, che tirano a campare- e questi sono rossi, bianchi e neri. Vengono chiamati "toghe rosse" solitamente i magistrati che toccano i potenti, soprattutto politici. Si tratta, a mio parere, dei magistrati più onesti e più preparati i quali, com´è proprio dovere di ogni magistrato, svolgono il loro lavoro con professionalità e senza guardare in faccia nessuno. E questo dà fastidio ai potenti, che si ritengono al di sopra della legge.

I potenti in genere non parlano di quelli che possiamo chiamare toghe bianche o nere o di altro colore che non sia il rosso, nel senso che piegano la loro attività a fini politici. Eppure tali toghe esistono e sono ben più numerose e perniciose per il buon andamento della società e per la lotta alla delinquenza e specificamente alla mafia, visto che abbiamo iniziato a parlare di mafia. Poiché questi magistrati non sono contro il potere, ma direttamente o indirettamente, volontariamente o involontariamente, suoi fiancheggiatori, di essi nessuno parla, meno che mai giornali e televisioni che sono in genere nelle mani dei potenti: vivono e operano tranquillamente nell´ombra. Eppure il danno maggiore lo fanno questi magistrati, non le toghe rosse, i giudici di assalto, i giudici ragazzini - come sono stati nel tempo sprezzantemente chiamati - i quali proprio perché fanno il loro dovere di solito rischiano anche la vita e spesso ci lasciano la pelle».


storia
06/11/2012 | 12.43.50
claudio

il giudice michele duchi non ha sconfitto la mafia di vittoria, ha sconfiggere la mafia di Vittoria sono stati i pentiti.