Corriere di Ragusa
Email
Corrierediragusa.it mobile
Feed Rss Corrierediragusa.it
Corrierediragusa.it - Motore di ricerca
Corrierediragusa.it su Facebook
Corrierediragusa.it su Twitter
Corrierediragusa.it su Google+
Dimensione testo:
|
A
|
Corriere di Ragusa.it
Mercoledì 7 Dicembre 2016 - Aggiornato alle 9:41 - Lettori online 1442
VITTORIA - 27/01/2013
Cronache - I 5 arrestati dalla Squadra mobile di Caltanissetta non rispondono ai magistrati

Strage ´99: il dolore immutato di Salerno

Da 14 anni, tutti i giorni al cimitero: «Gli arresti ci danno giustizia ma non placano il nostro dolore. Ringrazio tutti quelli che hanno lavorato per fare giustizia»
Foto CorrierediRagusa.it

Giuseppe Selvaggio, 42 anni di Mazzarino; Alfonso Scozzari, 57 anni, di Vallelunga; Claudio Calogero Cinardo, 34 anni di Mazzarino; Orazio Buonprincipio, 44 anni di Riesi; Salvatore Siciliano, 49 anni di Mazzarino, coinvolti 14 anni dopo nella Strage di San Basilio di Vittoria, arrestati dalla Squadra Mobile di Caltanissetta per concorso in omicidio volontario pluriaggravato e di associazione a delinquere di stampo mafioso, davanti ai giudici della Direzione distrettuale antimafia hanno fatto scena muta. Si sono avvalsi della facoltà di non rispondere.


Se con questi arresti operati dagli inquirenti della Squadra mobile nissena, coordinati dal vice questore Giovanni Giudice (che all’epoca dello sterminio di Angelo Mirabella, Rosario Nobile, Claudio Motta e degli innocenti Turi Ottone e Rosario Salerno era solo un giovanissimo agente di leva in Polizia a Catania), si potrebbe metterebbe la parola fine sulla pagina più orrenda della giovane storia vittoriese, per Alfredo Salerno, papà di Rosario, uno dei due caduti per errore dentro il bar Esso la sera del 2 gennaio 1999, la ferita non si è mai rimarginata. E mai si rimarginerà.

Da 14 anni, tutti i giorni, Alfredo Salerno prende la macchina e si reca al cimitero. Cadesse il cielo, o si trovasse in condizioni di salute precarie, sulla tomba di Rosario ci deve essere un fiore fresco: la visita al figlio che lavorava nell’officina con lui è un rituale quasi meccanico. La moglie, invece, sì e no esce di casa 4-5 volte l’anno. Sta dentro con la morte nel cuore: cucina, faccende domestiche, televisione, letto.

Così cambia la vita di una famiglia distrutta da un dolore che non passerà mai e che forse non potrà essere capito da chi l’ha cinicamente e ferocemente provocato. Interrogativi atroci che non avranno mai risposte: «Perché mio figlio, perché il destino si è accanito contro di lui ancora poco più che ventenne? Cosa aveva fatto di male per subire una punizione così atroce?» Sono le domande che Alfredo si pone e alle quali nessuno è in grado di dare risposte.

Alfredo Salerno tutti i giorni apre la saracinesca dell’officina alle 8, come faceva quando Rosario lavorava con lui. S’infila la tuta, va a comprare il giornale e a prendere caffè e sigarette al bar. Ritorna, legge le notizie del giorno, aggiusta la macchina di qualche cliente e fuma in continuazione: apre una «finestra» per recarsi al cimitero, ritorna in officina e aspetta che passi la giornata prima di risalire al piano di sopra dove la moglie l’attende per il pranzo e la cena. I giorni della famiglia Salerno da 14 anni, nuvolosi o illuminati dal sole sono simili, amorfi e privi di emozioni: senza gioia e senza fantasia.

La notizia degli ultimi arresti ha di nuovo turbato Alfredo Salerno. L’ha saputo un giorno prima della stampa dalla bocca di un inquirente che è andato a trovarlo. E accetta di dire qualcosa che prima mai aveva fatto: «Ho ricevuto la visita del dottore Giovanni Giudice, che non conoscevo, nella mia officina prima degli ultimi arresti. Mi ha detto che era il capo della Mobile di Caltanissetta, che era il figlio dell’avvocato Emanuele Giudice, grande amico di mo fratello Turi, e che era venuto per salutarmi e per comunicarmi con grande tatto i prossimi arresti relativi alla strage. Sento il dovere di ringraziarlo pubblicamente, insieme ai magistrati della Dda e agli altri investigatori vittoriesi e catanesi che si sono occupati di quel doloroso caso in tanti anni. Sapere che mandanti ed esecutori sono in carcere dà sollievo alla sete di giustizia che è in ognuno di noi, ma non placa il dolore che io, mia moglie e mio figlio Giuseppe abbiamo dentro. Una croce che dobbiamo portare per sempre».

Nella foto in alto, un corona di fiori sul luogo della strage