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Domenica 11 Dicembre 2016 - Aggiornato alle 23:05 - Lettori online 682
VITTORIA - 14/09/2010
Cronache - Vittoria: i prodotti venivano spacciati per siciliani e rivenduti in tutta Italia e all’estero

Solo etichetta made in Italy, ma il pomodorino è tunisino

Oltre 22 tonnellate di ortaggi taroccati solo nel 2009. Fulcro della truffa due aziende vittoriesi, vicine l’una all’altra, i cui proprietari sono risultati essere parenti Foto Corrierediragusa.it

Correva lungo l’asse Tunisia – Vittoria la frode alimentare connessa alle importazioni di prodotti ortofrutticoli, nella fattispecie il pomodoro ciliegino, oggetto di contraffazione. In sostanza i pomodorini, oltre 22 tonnellate solo nel 2009, provenivano dalla Tunisia e, una volta arrivati a Vittoria, venivano spacciati per il tanto famoso e rinomato pomodorino ciliegino di Pachino e rivenduti sotto tale, falsa etichetta, in tutta Italia e anche all’estero.

E’ quanto scoperto dalla Guardia di finanza diretta dal comandante provinciale Francesco Fallica e coordinata dal procuratore di Ragusa Carmelo Petralia. Fulcro della truffa due aziende di Vittoria, vicine l’una all’altra i cui propritari sono risultati essere parenti. Tre persone, di cui due di Vittoria ed una di Scicli, tutti rappresentanti di altrettante imprese operanti nel territorio della provincia di Ragusa, nel settore della produzione e commercializzazione di prodotti ortofrutticoli, sono state denunciate all’autorità giudiziaria della Procura di Ragusa per frode nell’esercizio del commercio e contraffazione di indicazioni geografiche dei prodotti agroalimentari.

La gigantesca operazione di contraffazione durava da parecchi mesi. Ad insospettire i finanzieri, inoltre, sono stati i numerosi ed ingiustificabili passaggi che doveva affrontare il prodotto importato dalla Tunisia, prima di giungere al consumatore finale. Le lunghe indagini condotte dalle Fiamme Gialle, per ricostruire la tracciabilità del prodotto, hanno portato a scoprire che ad un certo punto l’origine del pomodorino ciliegino variava misteriosamente.

In pratica i finanzieri hanno appurato che più di 22 tonnellate di pomodori provenienti dalla Tunisia sono stati venduti nel corso nel 2009 a ditte di tutta Italia, anche della grande distribuzione, e ditte estere, spacciandoli per pomodorini siciliani, in particolare di Pachino. L’avvio delle indagini è scaturito in prima battuta da controlli di polizia valutaria volti ad approfondire un flusso sospetto di denaro contante, veicolato attraverso il circuito dei money transfer, da persone fisiche residenti a Vittoria ad altre residenti invece in Tunisia, apparentemente senza alcuna motivazione.

I finanzieri hanno accertato che tali persone fisiche, non avendo alcun titolo ad effettuare operazioni economiche, risultavano però essere dipendenti di una ditta operante a Vittoria nel settore agroalimentare, e quindi effettuavano tali cospicue transazioni in nome e per conto dell’azienda per cui lavoravano. Tali flussi di denaro verso la Tunisia, al di fuori degli ordinari canali utilizzati per operazioni commerciali ordinarie, hanno determinato un approfondimento maggiore dei controlli nei confronti di due ditte di Vittoria.

Una prima ditta vittoriese, che ha solidi rapporti commerciali con la Tunisia, dato che il suo rappresentante legale è anche socio di una azienda con sede in Tunisia, importava il prodotto e lo rivendeva regolarmente ad una altra ditta, sempre di Vittoria. Ad insospettire ulteriormente le Fiamme Gialle, nel controllo di questa strana operazione commerciale tra due ditte vittoriesi, vi era anche il fatto che le due imprese avessero la propria sede una di fronte all’altra e i rispettivi rappresentanti legali fossero legati da vincoli di parentela.

A questo punto, la seconda ditta operava materialmente la truffa, in alcuni casi emettendo fattura nei confronti delle ignare imprese acquirenti con dicitura «Merce di origine Italia (Sicilia)». Sulla copia delle fatture, custodite nella sede dell’impresa cedente, i finanzieri riscontravano però una sospetta aggiunta a penna con la dicitura «Origine Tunisia». Integrazione a penna che, ovviamente, non trovava riscontro nei controlli effettuati presso le imprese cessionarie, che venivano così truffate. In altri casi invece la merce veniva venduta, scortata da documenti di trasporto che non recavano alcuna indicazione circa la provenienza e l’origine dei prodotti ortofrutticoli oggetto della cessione.

Tale «omissione» nei confronti dei cessionari generava la successiva rivendita ad altri clienti, che ignari della provenienza credevano di acquistare prodotti italiani. A nulla serviva poi l’indicazione corretta dell’origine tunisina dei prodotti inserita nella fatture emesse dalla ditta vittoriese successivamente, quando ormai tutti i prodotti erano già stati rivenduti ad altri clienti.

Le indagini continueranno a 360° per verificare eventuali analoghi comportamenti illeciti da parte di imprenditori senza scrupoli, che con le loro azioni danneggiano non solo il corretto funzionamento del mercato, ma mettono in serio pericolo anche la sicurezza dei consumatori. Quello dell’agropirateria è ormai un pericoloso business da 60 miliardi di euro.