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Sabato 3 Dicembre 2016 - Aggiornato alle 11:08 - Lettori online 769
RAGUSA - 17/02/2015
Cronache - Informative dei Servizi segreti sul rischio di infiltrazioni terroristiche di jihadisti

Isis in Italia con i terroristi sui barconi dei migranti?

Punta a due obiettivi l’inchiesta coordinata dall’aggiunto Leonardo Agueci e dal pm Gery Ferrara Foto Corrierediragusa.it

I terroristi dell´Isis potrebbero essere più vicini di quel che si pensa visto che le distanze con l´Italia non sono affatto incolmabili. L´Isis è in pratica a meno di 350 chilometri dalla Sicilia, con i suoi tagliatori di gole e la sua minaccia tangibile. C’è il Sud Europa nel mirino dell’Isis e il mezzo per raggiungerla potrebbero essere i barconi dei migranti che attraversano il Mediterraneo. La rivelazione shock è stata pubblicata in esclusiva dal quotidiano conservatore britannico, Daily Telegraph, che citando un esponente della propaganda jihadista, spiega come i terroristi dell’Isis vogliono usare la Libia come ponte verso l’Europa,infiltrando i loro uomini sui barconi che dal Paese nordafricano arrivano sulle coste dell’Italia e di altri Paesi della sponda nord del Mediterraneo. Il Telegraph, cita un esponente della propaganda jihadista che si fa chiamare Abu Arhim al-Libim e che sul web e sui social network ha descritto la Libia come un Paese dall’»enorme potenziale» per lo Stato Islamico. In una delle comunicazioni intercettate dal quotidiano inglese, il propagandista scrive che «Libia ha una lunga costa e si affaccia proprio di fronte agli stati dei crociati, che possono essere raggiunti facilmente anche con imbarcazioni rudimentali».

L´allerta terrorismo resta quindi elevatissima, come ha avuto modo più volte di evidenziare il ministro dell´Interno Angelino Alfano. La procura di Palermo prosegue nell´indagine su possibili infiltrazioni di terroristi dell´Isis tra i migranti sbarcati negli ultimi mesi in Sicilia, compreso il porto di Pozzallo, come avevamo riferito su queste colonne qualche settimana fa. A segnalare il rischio sarebbero stati ambienti dei Servizi Segreti. I volti coperti da un cappuccio nero, in mano kalashnikov e armi pesanti: si sono fatti fotografare in assetto da guerra i 5 extracomunitari giunti in Sicilia tempo fa sui barconi carichi di migranti, sospettati ora di essere terroristi dell´Isis infiltrati. Le immagini, archiviate sui cellulari che gli sono stati sequestrati al momento dello sbarco, fanno parte ora del fascicolo aperto dalla Procura di Palermo sul rischio infiltrazioni terroristiche in Italia.

I PUNTI FERMI DELL´INCHIESTA DELLA PROCURA DI PALERMO
L´inchiesta sta puntando sostanzialmente su 5 persone delle tante segnalate come pericolose dai Servizi Segreti: si tratta di libici, siriani e un egiziano. Alcuni di loro avrebbero lasciato la Sicilia, altri sarebbero ancora sull´Isola. Gli inquirenti hanno individuato i luoghi che frequentano e sospettano che siano in possesso di armi. Dall´inchiesta, inoltre, è emerso che si tratta di estremisti islamici con un passato nella Jihad. L´indagine viene condotta dalla Digos. Nei mesi scorsi il ministro dell´Interno Angelino Alfano aveva parlato di rischio infiltrazioni terroristiche. E aveva indicato proprio nella Sicilia la "porta" d´ingresso di possibili membri dell´Isis, alcuni dei quali sarebbero sbarcati pure a Pozzallo.

Solo nel 2014 sull´Isola sono approdati 197 mila migranti: un numero enorme di persone - dicono gli inquirenti - che moltiplica il pericolo. Le informazioni riservate raccolte dalla Procura di Palermo, che ha affidato l´inchiesta al pool antiterrorismo, vanno oltre l´allarme generico. Alcuni dei sospetti avrebbero già lasciato il territorio italiano, altri si troverebbero ancora nel Paese. La Procura di Palermo da mesi ha costituito anche un gruppo di lavoro contro la tratta dei migranti che ha messo a punto metodologie investigative - si tratta di un vero e proprio protocollo d´indagine - per riuscire a risalire alle organizzazioni che gestiscono i flussi.

Punta quindi su due obiettivi l´inchiesta della procura di Palermo, coordinata dall´aggiunto Leonardo Agueci e dal pm Gery Ferrara, che ha preso le mosse da informative dei Servizi segreti sul rischio di infiltrazioni terroristiche tra i migranti che, a migliaia, ormai quasi quotidianamente, sbarcano in Sicilia: scoprire se tra chi affronta i pericoli del viaggio della speranza si nascondano jihadisti e se sull´isola esistano cellule terroristiche pronte a fornire loro supporto logistico. L´indagine, ancora alle battute iniziali e coperta da un comprensibile riserbo, avrebbe già offerto ai magistrati, che da mesi indagano anche sulle organizzazioni che gestiscono il traffico di esseri umani, degli spunti interessanti. Ad esempio sulle nazioni di provenienza dei potenziali terroristi, originari prevalentemente da Siria e Libia. Per loro la Sicilia è la "porta d´ingresso" attraverso la quale poi puntare al nord Europa.

E, a confermare che l´allarme degli 007 sarebbe molto più che una generica allerta, sarebbero le foto scoperte sui cellulari di alcuni migranti e le immagini da loro postate sui social. I volti coperti da un cappuccio nero, in mano kalashnikov e armi pesanti: si sono fatti fotografare in assetto da guerra. Gli scatti, archiviati sui telefonini sequestrati al momento dello sbarco o finiti su Facebook, fanno parte ora del fascicolo aperto dalla Procura di Palermo. Il rischio infiltrazioni ha chiaramente fatto salire la soglia di attenzione degli investigatori sui posti frequentati dai migranti che vivono in Sicilia.

Moschee come quella di Villabate, una delle più grandi e affollate dell´isola alle porte di Palermo, e altri luoghi di ritrovo che vengono costantemente tenuti sotto controllo. Lo scopo è scoprire se qualcuno fornisce assistenza materiale e denaro ai potenziali terroristi. L´attività investigative è top secret, ma secondo indiscrezioni, nelle conversazioni dei sospetti, intercettate, non mancherebbero spunti a fatti di attualità come la strage a "Charlie Hebdo". Ansa

LA STRETTA DEL MINISTRO ALFANO
«Nuove regole molto dure e serie di contrasto al terrorismo internazionale di matrice religiosa». Così il ministro dell’Interno Angelino Alfano ha presentato, al termine del Consiglio dei ministri insieme al ministro della Difesa Roberta Pinotti e al titolare della Giustizia Andrea Orlando, il decreto anti-terrorismo messo a punto dal governo. I punti salienti: diventa reato andare a combattere all’estero in organizzazioni terroristiche, alla Procura nazionale antimafia sarà affidato anche il coordinamento delle attività di anti-terrorismo, possibilità per gli 007 di deporre nei processi mantenendo l’anonimato, oscuramento dei siti che inneggiano alla jihad.

Il decreto antiterrorismo approvato dal Cdm prevede «la reclusione da 3 a 6 anni per chi si arruola in organizzazioni terroristiche – ha spiegato in conferenza stampa Alfano – la reclusione da 3 a 6 anni per chi supporta i foreign fighter, la reclusione da 5 a 10 anni per i cosiddetti ‘lupi solitari‘ che si autoaddestrano all’uso di armi ed esplosivi. Con un aggravante di pena per chi lo fa via web«. Con il decreto «abbiamo affermato il principio che si può seguire nei confronti dei sospettati di terrorismo lo stesso sistema di regole che si usano per i sospettati per mafia – ha spiegato ancora Alfano – sono stati inoltre rafforzati i poteri di espulsione dei prefetti nei confronti di stranieri» sospetti e quelli per il «ritiro del passaporto e di documenti validi per espatrio». E, a proposito di internet, il decreto prevede anche una stretta sulla Rete: sarà stilata una black list dei siti che inneggiano al terrorismo e le autorità avranno il potere di oscuramento dei siti.

LA BANDIERA DELL´ISIS IMMORTALATA IN UN CAMPO DELLA SICILIA
La bandiera nera dell’Isis immortalata in un campo in Sicilia e la foto è stata pubblicata di recente su Facebook. Il pool antiterrorismo della procura di Palermo starebbe indagando su una decina di giovani, simpatizzanti del Califfato del terrore, che avrebbero postato sui propri profili del social network immagini di uomini armati sotto i vessilli dell’Isis. Alcune fotografie sarebbero scaricate dal web e presenterebbero uno scenario desertico, tipico dell’area mediorientale, ma in altre labandiera nera sventolerebbe con sullo sfondo macchia mediterranea.
Le indagini puntano ad accertare se le foto siano state scattate proprio in Sicilia, come farebbe pensare la vegetazione circostante.

Gli investigatori della Digos tengono sotto osservazione questo gruppetto di islamisti, per lo più siriani, libici e tunisini. Alcuni, poi, avrebbero scambiato commenti su Facebook, da cui emergono posizioni chiaramente vicine a quelle della rete del terrore con base fra l’Iraq e la Siria. Si tratta, in alcuni casi, di persone che vivono stabilmente in Sicilia, mentre in altri, sarebbero giovani venuti nell’isola occasionalmente. Si vuole capire se i giovani intercettati siano in collegamento stabile con l’esercito dell’Isis. Del resto, il fatto che la Sicilia non sia nuova a terroristi e simpatizzanti del fondamentalismo è noto da tempo. Nell’aprile del 2013, i carabinieri del Ros, avevano fatto scattare l’operazione denominata «Masrah», scoprendo un campo di addestramento fondamentalista alle falde dell’Etna, utilizzato dagli estremisti per provare armi ed esplosivi nel nome del Jihad.

In quell’occasione era scattato un blitz in tutta Europa, che aveva portato in cella il capo della cellula Hosni Hachemi Ben Hassen, ex imam della moschea di Andria, fermato a Bruxelles. A Scordia, in provincia di Catania, erano stati arrestati Mohsen Hammami 48 anni e Nour Ifaoui 34 anni, mentre il trentaduenne Romdhane Ben Chedli Khaireddine era stato preso in Lombardia. Le indagini avevano consentito di appurare che gli estremisti che si addestravano sull’Etna fossero rientrati in Sicilia dopo essere stati addestrati in Iran e Afghanistan e si sarebbero autofinanziati con i proventi raccolti grazie a una moschea e a un call-center.

Che il gruppetto facesse sul serio, era stato dimostrato dal fatto che in un sms intercettato, uno degli indagati, rivolgendosi a un complice, avesse scritto la frase «Nel nome di Dio sono pronto». Due anni e mezzo fa, invece, nel corso di un blitz erano state effettuate perquisizioni in tutta Italia, inclusa Palermo. L´Ora Quotidiano

UN 27ENNE DI COMISO ARRUOLATO NELL’ISIS
Hanno tra i 20 e i 45 anni, partono soprattutto dal Nord Italia e sono diretti nella Siria settentrionale. Un rapporto riservato della nostra intelligence li divide tra «italiani» e «naturalizzati», figli di immigrati di seconda generazione. Per l’anagrafe sono tutti italiani. Finiscono sotto i radar dell’antiterrorismo. Le informazioni raccolte sugli jihadisti italiani sono state trasmesse da Roma alle forze di polizia dei Paesi lungo i quali si snoda il filo dei loro spostamenti: una ragnatela che ha come centro il «buco nero della Turchia». Lo definiscono così al Viminale. Sono transitati quasi tutti da lì. Provenienti da Torino, Modena, Comiso, Mantova, Milano, Como, Cantù, Venezia, Bologna, Roma, Napoli, Biella. E diretti, soprattutto, nel Nord della Siria. Il «monitoraggio » dedicato ai foreign fighters nostrani segue lo stesso protocollo adottato dai responsabili delle agenzie di sicurezza internazionali per tutti i combattenti stranieri — circa 20 mila, di cui almeno 3mila europei — approdati in Medioriente per irrobustire le fila dei miliziani dell’Isis e alleati. Si chiamano Massimiliano, Filippo, Fabio, Giampietro, Sergio, Donoue. Partono dall’Italia, tra il 2013 e il 2014, per arruolarsi nelle cellule jihadiste dell’Isis attive in Siria e Iraq. Hanno storie e percorsi simili a quello del genovese Giuliano Ibrahim Delnevo. Il «Califfo Ibrahim». Un «eroe», per il padre. Un «martire» per i guerriglieri dell’Islamismo. Tutto questo è stato reso noto dal quotidiano La Repubblica.

FABIO C., IL "MILIZIANO" 27ENNE ORIGINARIO DI COMISO
Fabio C., 27 anni, di Comiso. Chi è? Senza lavoro, dopo aver frequentato «gruppi italiani e nordafricani che coltivano rapporti con network jihadisti», in particolare «Sharia4», Fabio «manifesta l’intenzione di raggiungere i teatri di guerra». Uno, da subito: la Siria. Quella che Ibrahim Delnevo chiamava la «mia via». La via di Allah. Fabio, come Delnevo, si mette in moto. La Turchia è un passaggio strategico. Il «buco nero».

Fabio quel modello lo cerca, all’inizio, nel «progetto qaedista». I primi passi li muove assieme a un amico: Massimiliano R., 42enne. Da un paese della provincia di Mantova. Anche lui convertito all’Islam. Una figura non marginale — spiegano le fonti — in quell’ambiente di riferimento «misto» — italiani-stranieri naturalizzati — che fa la spola tra il nostro Paese e le zone in mano ai ribelli siriani. Soprattutto quelle di Dayr az Zor e Aleppo. A Massimiliano quelle terre non sono sconosciute. Anche se al momento si troverebbe in Italia. Un dettaglio che non viene per nulla trascurato visto che il militante mantovano «ha evidenziato, nel corso di questi anni, forti derive jihadiste». Un soggetto, inoltre, in grado di «fare propaganda».

«Perché — spiega la fonte — una volta arrivati lì, i teatri di guerra sono alla portata, ed è più facile far perdere le proprie tracce». Così ha fatto Giampietro F., 35 anni. Parte da Reggio Calabria. Θ uno dei casi che i nostri 007 definiscono «accertati». «Accertati» significa che sono in Siria a combattere. Quattordici persone «localizzate » in quei luoghi. Nel mazzo compaiono nomi «spendibili», e altri nomi — di cui Repubblica è a conoscenza — che non possono essere diffusi: nemmeno parzialmente. Giampietro, dunque. Forse è riuscito a uscire dai radar.

Forse da un certo momento in poi non è stato più possibile separare il suo mondo di sopra dal mondo sommerso. Da una copertura. Funziona così. Per dire: Delnevo — prima di raggiungere la Siria dopo il percorso di fede ad Ancona, la città in cui vive l’ex presidente dell’Unione delle comunità islamiche italiane Mohamed Nour Dachan, oggi membro del Syrian National Council — , si era fabbricato il paravento di una missione umanitaria in Turchia. Ma in moschea sapevano tutti che era a combattere sul fronte siriano. «Il giorno prima che lo uccidessero mi aveva chiamato — ricorda il padre, Carlo Delnevo — . Mi disse: «Papà io mi sento realizzato qui, ma ti devo lasciare perché i nemici sono a pochi metri»». Giampietro ha imbracciato le armi, si è unito ai ribelli siriani. Con lui ci sono altri due connazionali: Sergio G., classe ‘87, napoletano. E Donoue E.M., 22 enne, naturalizzato, di Biella. Si ritiene facciano ormai parte di gruppi armati formati anche da ribelli iracheni, libici, tunisini, libici, egiziani.

GLI ALTRI "ARRUOLATI" ITALIANI
Spiegano gli analisti che la «cifra» di queste cellule jihadiste è la composizione. Estremamente «liquida». I capi della rivolta anti-Assad reclutano soldati, tutti addestrati e arabofoni, che attendono la «dawa», la chiamata della Jihad, anche mesi. Molti arrivano da fuori. Dai Paesi dove vivono. O da dove transitano. Muovono anche da Venezia, Milano, Cantù. Come Ben A.M., che ha solo 19 anni ed è canturino naturalizzato. L’intelligence, che lo ha intercettato e seguito, lo descrive così: «Ha solidi rapporti con soggetti appartenenti all’organizzazione Isis, alcuni dei quali operanti sul web. Ha più volte manifestato l’intenzione di recarsi in Siria e di frequentare corsi di addestramento militare in Afghanistan».

Avanti e indietro. Mitragliate permettendo. Ammar Bacha, jihadista di ritorno, è partito da Cologno Monzese. Il 10 settembre ha raccontato a questo giornale che faceva parte di un «piccolo gruppo: 200 persone, tutti civili». Lascia l’Italia nell’aprile 2012, segue le orme di un amico, Haisam Sakhanh (l’elettricista 4lenne che nel 2012 guidò l’assalto all’ambasciata siriana a Roma prima di unirsi ai ribelli ad Aleppo, ndr). La «sponda» turca, poi il fronte siriano. Nel rapporto riservato degli investigatori ci sono anche loro. I foreign fighters non italiani partiti dall’Italia: dodici in tutto quelli «registrati». Giovani, tra i 22 e i 41 anni. Le nazionalità: Tunisia, Marocco, Bosnia. Quattro gli jihadisti combattenti — tre iracheni e un pachistano — che hanno soggiornato a lungo in Italia: dove si ritiene abbiano fatto «opera di proselitismo e reclutamento ».

Il suo errore è stato l’eccesso di protagonismo. L’esatto contrario del principio della «taqiya» che prevede la dissimulazione, il silenzio. Così dovrebbe operare il perfetto jihadista in guerra per l’affermazione del Califfato Globale. Ma Roberto Cerantonio, cittadino australiano di origine italiana, commette un passo falso. Sul web — lo stesso mezzo sul quale aveva iniziato il suo percorso — pubblica un’immagine manipolata del Milite Ignoto.

Accanto, la bandiera dell’Isis e la scritta minacciosa: «Attaccheremo Roma, Allah ci permetterà di conquistarla». A luglio Cerantonio viene arrestato nelle Filippine grazie anche al lavoro dei nostri 007: terrorismo internazionale di origine islamica. Scavando nel suo passato si scopre che inizia la «carriera» avvicinandosi a circoli ultrafondamentalisti frequentati anche da italiani convertiti. Come i circoli Deobandi, formati per lo più da pachistani. Sono gli ambienti nei quali, nel 2012, aveva indagato l’antiterrorismo in due operazioni tra Brescia e Cagliari.

Filippo R. è una new entry per gli esperti dell’antiterrorismo. Trentasette anni, di Chivasso. Di lui si è già occupato il Ros dei carabinieri. «Oggetto di attività preventiva» è la formula che ne accompagna il nome. Uno dei primi finiti nell’elenco dell’intelligence. Tutto inizia tre anni fa. Filippo, ex studente vicino alla galassia antagonista, si converte all’Islam. Da subito viene rilevata la sua «forte attrazione per il mondo qaedista».

Un mondo al quale l’Isis continua a sfilare adepti e forze fresche. Molti gruppi scavallano, si uniscono allo Stato proclamato dal califfo Abu Bakr al-Baghdadi. Il percorso di radicalizzazione di Filippo inizia sul web. In principio i «suoi» Fratelli Musulmani rimandano alle milizie di Aqim (AlQaeda nel Maghreb), in particolare la branca denominata «Coloro che firmano col sangue». Sono gruppi legati ai terroristi guidati dall’egiziano Ayrnan al-Zawahiri.

Poi Filippo, come fece il genovese Delnevo, parte. Ufficialmente vola in Turchia, ad Ankara, per seguire un corso di lingua araba. Va e torna più volte dall’Italia. Gli investigatori ritengono fondato il sospetto che abbia superato i confini turchi per stringere contatti con gruppi di ribelli siriani. E che, in Turchia, abbia gettato «basi solide». Sono circa mille i militanti di nazionalità turca che combattono tra le fila dello Stato Islamico. Le province di Ankara — ne ha dato conto un’inchiesta del New York Times — sono una delle principali centrali di reclutamento di miliziani dell’Isis.


18/02/2015 | 18.02.39
pozzallese

questo articolo è dedicato a tutti i BUONISMI di questa Nazione con a capo il Ministro Alfano....però adesso Alfano ha delle regole dure per contrastare il terrorismo bene molto bene..meglio di così...