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Domenica 4 Dicembre 2016 - Aggiornato alle 11:16 - Lettori online 1059
MODICA - 29/04/2009
Cronache - Modica: per un cavillo giudiziario gli imputati sono stati scarcerati

Tentarono di gettare neonato in mare: scafisti prosciolti

Erano stati arrestati lo scorso 20 gennaio, dopo il primo maxi sbarco del 2009 di 228 clandestini al porto di Pozzallo
Foto CorrierediRagusa.it

La richiesta di giudizio abbreviato avanzata dall’avvocato Giuseppe Pellegrino e accolta dal Tribunale, unitamente alla contestuale assenza di un’autorizzazione del ministro di grazia e giustizia, hanno consentito il proscioglimento di cinque presunti scafisti arrestati lo scorso 20 gennaio, dopo lo sbarco di 228 clandestini al porto di Pozzallo.

Si era trattato del primo maxi sbarco del 2009. I cinque imputati sono stati pertanto subito scarcerati, dopo un permanenza di oltre tre mesi nella casa circondariale di Piano del Gesù. A questo proposito l’avvocato sta valutando la possibilità di chiedere il risarcimento danni per l’ingiusta detenzione dei suoi assistiti, che dovevano rispondere delle accuse di associazione per delinquere finalizzata al favoreggiamento ed allo sfruttamento dell’immigrazione clandestina.

I cinque imputati erano accusati anche di aver compromesso la sicurezza della navigazione, per aver scaraventato in mare tutta la strumentazione di bordo, una volta vistisi scoperti dalla guardia costiera. Pare che il comandante e il suo vice avessero minacciato di buttare in acqua anche un neonato di otto mesi, stando almeno alle testimonianze rese dai genitori. Nonostante questa presunta circostanza, non è stata contestata l’accusa di tentato omicidio a carico di Hessen Zoga (nella foto), 54 anni, e di Mohamed Alì, 19 anni, entrambi tunisini e rispettivamente comandante e vice comandante del barcone carico di disperati.

Coimputati nel procedimento anche Mohamed Farid, egiziano di 22 anni, Husein Alì Mouri Mohammed, libico di 26 anni, e Ouarhid Mustafà Said, iracheno di 23 anni. Tutti hanno riacquistato ieri la libertà dopo il cavillo giudiziario relativo alla mancata richiesta al ministro competente per poter operare in acque internazionali. Il barcone venne difatti avvistato e agganciato a 20 miglia dalla costa, in zona Sar, fuori dal confine italiano.

Avendo l’avvocato chiesto il rito alternativo del giudizio abbreviato, accolto dal collegio penale presieduto dal giudice Giovanna Scibilia (Levanti e De Bernardinis a latere), la richiesta avanzata dal procuratore Domenico Platania di acquisire a posteriori la suddetta autorizzazione è stata respinta. La pubblica accusa si era appellata all’articolo 10 del codice di procedura penale che disciplina la punibilità del delitto commesso da straniero in territorio internazionale, purché teso a provocare danni allo stato più vicino al luogo in cui si consuma il delitto. I giudici hanno invece prosciolto gli imputati per la mancanza delle condizioni di procedibilità.

I cinque presunti scafisti avevano rigettato ogni responsabilità. Zoga e Mohamed Alì avevano altresì negato d’aver minacciato di scaraventare in mare il neonato. Stando alle testimonianze, sarebbe stato il presunto comandante a raccomandare il silenzio assoluto ai disperati, tentando di sottrarre il bimbo ai suoi genitori per tenerli in pugno. Il vice comandante avrebbe invece tentato di far rovesciare l’imbarcazione di legno per creare panico e confusione e prepararsi la fuga. Dalle indagini congiunte di Polizia, Carabinieri e Guardia di finanza era risultato che i cinque presunti scafisti avrebbero governato la carretta del mare per tre giorni dalla Libia alle coste iblee, passando per il canale di Sicilia.

Stando a quanto accertato dagli investigatori, Zoga e Alì avevano accuratamente cuciti negli slip circa tremila dollari e numerose monete egiziane presumibilmente pagati dai disperati. Il denaro sarebbe servito agli scafisti per tornare nelle rispettive patrie e organizzare altri viaggi della speranza. Una versione dei fatti fornita da parecchi clandestini, tra cui la giovane coppia al quale il comandante avrebbe tentato di sottrarre il neonato.


Condannato a 7 anni e 6 mesi il cinese dello sbarco mortale

E’ stato condannato dai giudici della corte d’Assise di Siracusa a sette anni e sei mesi di carcere cinese Lin Yi (nella foto), 28 anni. La condanna è stata inflitta per il solo reato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, visto che il difensore Giovanni Favaccio ha fatto cadere in aula le accuse di associazione per delinquere e omicidio volontario.

Nel tragico sbarco a Donnalucata del 28 novembre 2004, dal quale scaturì, nell’agosto 2007, l’arresto di Lin Yi e degli altri due complici, persero la vita due cinesi, nel disperato tentativo di raggiungere la riva a nuoto, nonostante il mare grosso. Le perizie avevano confermato che il decesso dei due disperati era imputabile ad asfissia polmonare da annegamento.

Erano state escluse a priori altre cause, quali ferite da pistola o arma bianca, nonostante pare che i disperati fossero stati costretti a gettarsi in acqua sotto la minaccia di un’arma da fuoco. Lin Yi era finito in manette a Malta. L’ottenimento dell’estradizione risultò frutto della collaborazione tra la polizia italiana e quella maltese.

La sera dello sbarco furono intercettati tre cinesi nei pressi di Scicli, tra cui una donna, che disse di essere stata miracolosamente salvata dai due connazionali dopo essere stata scaraventata dal barcone nel tratto di mare antistante Donnalucata. Lin Yi sarebbe appartenuto ad uno dei due gruppi orientali che raccoglievano i disperati dalla Cina per fare scalo a Malta e, da lì, trasbordarli verso il litorale ibleo.