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Sabato 18 Novembre 2017 - Aggiornato alle 14:57 - Lettori online 801
MODICA - 05/10/2017
Cronache - L’operazione "Donne d’affari" dei carabinieri

Giro di usura: solo una indagata risponde

I difensori hanno presentato istanza di revoca dei domiciliari Foto Corrierediragusa.it

Sono state sentite dal magistrato, nell´ambito degli interrogatori di garanzia alla presenza dei rispettivi legali, le tre donne arrestate dai carabinieri nell´operazione "Done d´affari", in quanto accusate di gestire da sole, tra Modica e Scicli, un giro di usura che aveva coinvolto decine di vittime tra commercianti, artigiani e casalinghe in evidente stato di bisogno. Per tutte, come accennato, erano scattate le manette dei militari, le cui indagini erano partite poco più di un anno fa dal suicidio del già direttore dell´ufficio postale di Scicli Guglielmo Delibera. L´uomo, trovato impiccato nella sua casa di Marina di Modica, stando a quanto reso noto dai militari, aveva avuto dei contatti telefonici con una delle 3 donne che gestivano in autonomia il giro di prestiti ad usura.

Solo la 59enne Maria Concetta Neri ha risposto alle domande del giudice per le indagini preliminari del tribunale di Ragusa Giovanni Ignaccolo. La donna ha fornito la sua versione dei fatti al magistrato nel corso di quasi un´ora d´interrogatorio di garanzia. Si sono, invece, avvalse della facoltà di non rispondere Giovanna Imbergamo, 62 anni, e la figlia Eleonora Brafa, 40 anni (da sx nella foto). I rispettivi difensori di fiducia hanno presentato istanza di revoca degli arresti domiciliari per le tre donne.

Stando alle indagini dei militari, le loro vittime designate erano persone che versavano in grave disagio economico e quindi bisognose di denaro liquido ad ogni costo. Nella loro rete erano finiti commercianti, agricoltori, artigiani e casalinghe, dai quali venivano pretesi interessi a tassi usurai tra il 20 e il 60% per il denaro prestato. Le tre donne sono accusate di usura aggravata in concorso, illecita attività di intermediazione finanziaria senza iscrizione agli albi e minacce aggravate. Per convincere difatti le loro vittime a pagare, le tre donne facevano riferimento a dei fantomatici «Amici pericolosi di Catania», ricordando in maniera sibillina che «Dietro le donne ci sono sempre gli uomini».

Il sistema organizzato dal terzetto, che secondo i militari dell’arma valeva un giro di affari di circa 100 mila euro, si basava anche sulla complicità di impiegati di fiducia di alcune finanziarie. Le tre donne difatti consentivano l’erogazione dei prestiti alle loro vittime, che dovevano pagare per questo, e a loro volta giravano delle ricompense agli impiegati conniventi che, per facilitare l’iter, «oscuravano» le reali posizioni creditizie delle vittime in evidente stato debitorio.

Quindi le tre indagate prestavano direttamente soldi a tassi usurai alle loro vittime, oppure le facevano pagare per ottenere, tramite la loro intermediazione e i loro complici, dei prestiti dalle finanziarie che altrimenti non sarebbero mai stati concessi. Non a caso alcune delle vittime avevano sviluppato una sorta di "adorazione" per le 3 donne finite in manette, perché le vedevano come la loro unica ancora di salvezza per tirare avanti. Ad incastrare le tre donne anche numerosa documentazione probante sequestrata dai militari, quali cambiali, ricevute, assegni ed altro materiale ancora.