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Sabato 3 Dicembre 2016 - Aggiornato alle 16:41 - Lettori online 891
MODICA - 20/12/2012
Cronache - Nell’inchiesta il dirigente e un dipendente del settore urbanistica e le proprietarie del terreno

VIDEO - 4 indagati per edificio alveo via Trani

La procura è andata avanti, accertando che proprio quella concessione era stata rilasciata in violazione delle normative sulla costruzione vicino agli argini di un fiume e alla scarpata, e in dispregio del regolamento comunale che proibisce la realizzazione di simili costruzioni a meno di dieci metri dai corsi d’acqua Foto Corrierediragusa.it

Quella concessione per edificare un palazzo nell’alveo del torrente San Liberale sottostante la via Trani non doveva essere rilasciata. Sono queste le conclusioni alle quali è giunta la procura, che ha ipotizzato l’accusa di abuso d’ufficio a carico del dirigente del settore urbanistica dell’ufficio tecnico comunale C.D. e del dipendente dello stesso settore A.G.



La stessa ipotesi di reato è prospettabile per le due sorelle modicane M.D.R. e S.D.R., titolari della ditta proprietaria del terreno in questione e del costruendo immobile. Entrambe sono state accusate di abuso d’ufficio per aver beneficiato degli effetti della concessione rilasciata in maniera indebita al comune.

In conseguenza di tutto ciò, sono di nuovo ricomparsi i sigilli nell’area interessata dai lavori di edificazione, apposti dalla polizia provinciale diretta dal comandante Raffaele Falconieri, che ha seguito tutte le fasi delle indagini, coordinate dal procuratore Francesco Puleio. Si tratta di un lotto di terreno, nel tratto di via Trani compreso tra via San Giuliano e via Nazionale, di 2mila 273 metri quadrati, di cui almeno la metà ricadenti in zona edificabile omogenea B del Piano regolatore generale. Anche i lavori del costruendo edificio, che si erano finora concretizzati nello spianamento e nel movimento terra dell’area, sono stati bloccati.

La notizia di almeno una persona iscritta nel registro degli indagati era filtrata già lo scorso settembre. Allora si parlava solo del dirigente pro tempore. Adesso si sono aggiunti pure i nomi del dipendente dello stesso ufficio, e delle sorelle modicane proprietarie del terreno prospiciente l’alveo. Sempre lo scorso settembre erano stati tolti i sigilli, già apposti una prima volta nell’agosto 2012, a seguito del dissequestro dell’area decisa dal tribunale del riesame di Ragusa, al quale si era rivolto l’avvocato Alfonso Cannata, in rappresentanza dei suoi assistiti, vale a dire le già citate titolari della ditta proprietaria del costruendo immobile, nonché il titolare della ditta esecutrice, l’ingegnere G.C., che non risulta indagato nell’ambito dell’inchiesta avviata dalla procura per le indagini geognostiche sul costruendo palazzo, in base ai tre esposti presentati dai residenti sui presunti rischi idrogeologici causati dal cantiere.

Per i giudici del riesame mancavano i presupposti di reato, per cui i lavori del cantiere potevano procedere regolarmente, in quanto la ditta proprietaria dell’immobile e la ditta esecutrice dei lavori risultavano essere in possesso di tutte le autorizzazioni necessarie previste dalla legge. I lavori erano stati sospesi in attesa che l’impresa presentasse i calcoli approvati dal Genio civile di Ragusa per il consolidamento delle pareti rocciose sovrastanti l’alveo del fiume che scorre nella vallata. La concessione edilizia era stata rilasciata lo scorso febbraio.

La procura è nel frattempo andata avanti, accertando che proprio quella concessione era stata rilasciata in violazione delle normative sulla costruzione vicino agli argini di un fiume e alla scarpata, e in dispregio del regolamento comunale che proibisce la realizzazione di simili costruzioni a meno di dieci metri dai corsi d’acqua. Come spiegato dallo stesso procuratore, quindi, «Era stata ottenuta una licenza formalmente in regola, ma tuttavia in contrasto con le previsioni di legge secondo cui non era possibile rilasciare alcuna autorizzazione del genere».

Da qui la decisione della procura di procedere con un nuovo sequestro della zona. La discrasia tra quanto non doveva succedere e quanto è in effetti accaduto sta, nella visione del procuratore, «Nell’assenza di un maggiore bilanciamento tra interessi privati e tutela degli interessi della collettività». Sempre secondo il procuratore, «Il Genio civile che aveva rilasciato il parere non aveva tuttavia competenza in materia, dal momento che il torrente San Liberale non rientra tra quelli classificati come provinciali, e quindi pertinenti all’ente».

L’indagine, che non ha tuttavia riguardato la staticità dei luoghi, pone un grosso punto interrogativo sulle altre costruzioni preesistenti da decenni, e che versano tuttavia nelle medesime condizioni del costruendo palazzo, i cui lavori sono stati di nuovo bloccati. Si attende dunque un merito un nuovo pronunciamento del riesame.