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Venerdì 2 Dicembre 2016 - Aggiornato alle 16:28 - Lettori online 1444
MODICA - 14/06/2011
Cronache - Riccardo Minardo e la moglie sotto lo stesso tetto in contrada Cappuccina

Copai: ricongiungimento ai domiciliari per gli imputati

Il provvedimento è stato emesso dal Gip, Patricia Di Marco, anche per Sara Suizzo e Mario Barone
Foto CorrierediRagusa.it

Ritornano sotto lo stesso tetto, ma sempre ai domiciliari, le due coppie di imputati nel processo per i fondi Copai. Il gip del tribunale di Modica Patricia Di Marco ha infatti concesso il ricongiungimento tra Riccardo Minardo e la moglie Pinuccia Zocco, e quello tra Sara Suizzo, presidente del Copai, ed il marito Mario Barone. Riccardo Minardo è stato raggiunto dalla moglie nella sua residenza di contrada Cappuccina, dove si trova ai domiciliari dal 26 aprile scorso. La moglie era invece stata trasferita nell’abitazione di corso S. Giorgio.

Le due coppie di coniugi non si vedevano e non si parlavano da quasi due mesi, praticamente dal giorno dell’arresto. Il provvedimento è arrivato qualche giorno dopo il rigetto dell’istanza presentata il tre giugno dal collegio difensivo di Riccardo Minardo e della moglie con la quale era stata chiesta la revoca degli arresti domiciliari. L’altra persona ai domiciliari è Pietro Maienza, 43 anni, titolare di una società con sede a Santa Croce Camerina. Tutti sono accusati di associazione per delinquere finalizzata alle truffe aggravate ai danni della Comunità Europea, dello Stato e di altri enti pubblici.

A Minardo vengono anche contestati i reati di malversazioni ai danni dello Stato, evasione fiscale e riciclaggio di denaro. Come accennato, il gip Di Marco aveva respinto per la seconda volta la richiesta di revoca dei domiciliari, e il numero di rigetti era dunque salito a tre, considerato anche il pronunciamento negativo del giudici del riesame di Catania.

La posizione del difensore dei Minardo, l´avvocato Carmelo Scarso
"Le esigenze cautelari nei confronti di Riccardo Minardo e della moglie si sono ridotte ad una sola (pericolo di reiterazione del reato) essendo stata annullata dal Tribunale del Riesame quella del pericolo di inquinamento probatorio". Lo sottolinea l’avvocato Carmelo Scarso, uno dei difensori dei due coniugi modicani, dopo che il Gip ha rigettato l’istanza di modifica degli arresti domiciliari per i due.

«Come si sarà notato la Difesa dei coniugi Minardo – spiega Scarso – non è affatto intervenuta nel tran tran mediatico per rispetto della istituzione della Magistratura e del delicato compito che sta svolgendo. A quanto è dato sapere. Tanto rispetto, comunque, non è sentito da parte di qualcuno dei magistrati interessati. Ma ciò non ci farà deflettere dalla condotta fino ad oggi adottata: tempo e luogo ci saranno per fare conoscere a tutti la verità. Mi preme però fare rilevare che i provvedimenti, ove pubblicati se pubblicabili, vanno rassegnati ai lettori nella loro interezza o ne vanno pubblicati quanto meno i passi significativi».

Secondo il legale modicano la parte della motivazione andrebbe integrata con: «ritenuto a tal fine, che non assume rilievo l’eventuale adozione di misure interdittive nei confronti del Copai ovvero dell’Archè Kronu srl potendo gli indagati costituire nuove forme societarie, sfruttando la posizione sociale rivestita dal Minardo».

«Al di là delle questioni di legittimità della motivazione, recte della illegittimità della motivazione – prosegue l’avvocato Scarso – tale considerazione porta a concludere che fino a quando Minardo ricoprirà la carica di Deputato Regionale non potrà essere escluso il pericolo di reiterazione del reato. Questo difensore protende per escludere l’ulteriore conclusione che tale motivazione possa essere interpretata quale suggerimento ed invito allo stesso di dimettersi dalla carica elettiva per potere ottenere la libertà sua e di sua moglie, e che ci possa essere interferenza fra poteri e servizi istituzionali.

Mi si consenta, però, anche quale cittadino - conclude l´avvocato - di nutrire molta inquietudine in merito ad una possibile interpretazione che consentirebbe di evocare in questo processo confusi ed equivoci scenari di crisi istituzionale".

Il terzo rigetto
«Non si rivelano attenuate le esigenze cautelari esistenti, considerata la gravità della condotta illecita di cui sono ritenuti responsabili gli indagati, nonché della professionalità dimostrata da questi ultimi nella commissione dei reati e nella organizzazione di reiterate attività criminali, mostrando assoluto disinteresse e spregio per la cosa pubblica utilizzata per scopi personali».

Queste le pesanti motivazioni del secondo rigetto della richiesta di revoca degli arresti domiciliari da parte del gip Patricia Di Marco per il deputato regionale Riccardo Minardo, per la moglie Pinuccia Zocco, 52 anni, nonché per la presidente del Copai Sara Suizzo, 50 anni, per il coniuge Mario Barone, 51 anni, e per Pietro Maienza, 43 anni, titolare di una società con sede a Santa Croce Camerina. Tutti sono accusati di associazione per delinquere finalizzata alle truffe aggravate ai danni della Comunità Europea, dello Stato e di altri enti pubblici. A Minardo vengono anche contestati i reati di malversazioni ai danni dello Stato, evasione fiscale e riciclaggio di denaro.

I cinque indagati sono ormai ai domiciliari da quasi due mesi, da quel 15 aprile in cui lo stesso gip Di Marco ha emesso le ordinanze di custodia cautelare. Questa seconda istanza rigettata dal magistrato era stata presentata dagli avvocati difensori lo scorso 3 giugno. Il gip Di Marco ha quindi respinto per la seconda volta la richiesta di revoca dei domiciliari, e il numero di rigetti sale a tre, considerato anche il pronunciamento negativo del giudici del riesame di Catania.

In una nota diramata dal procuratore capo di Modica Francesco Puleio, titolare dell’inchiesta, viene spiegato che «I magistrati ritengono gravi le responsabilità dei cinque indagati, alla luce delle contrastanti e configgenti dichiarazioni rese nel corso dei rispettivi interrogatori di garanzia in ordine ai versamenti effettuati dai coniugi Minardo – Zocco e Suizzo – Barone. Tutto questo alla luce della mancanza di idonea documentazione attestante la causale di tali pagamenti, e tenuto conto dei frequenti ed ambigui rapporti economici esistenti tra le due coppie di coniugi. Pertanto – prosegue la nota – non vi è certezza che tali titoli siano stati ceduti a Barone quale corresponsione della quota relativa all´acquisto dell´immobile di Palazzo Lanteri», sede del Copai, dove si tenevano i corsi organizzati proprio dal Consorzio di promozione dell’area iblea. Per la cronaca, i corsisti non sono mai stati pagati per le loro prestazioni.

«Il giudice – conclude la nota di Puleio – ha dunque ritenuto che non appare assolutamente attenuata la posizione del Minardo e della moglie, nel complessivo quadro delle vicende in esame, anche alla luce di quanto osservato dai giudici tribunale del riesame di Catania». La quinta sezione penale del tribunale etneo, che ha bocciato il 13 maggio scorso il ricorso presentato dai legali di Riccardo Minardo, aveva a sua volta confermato e rafforzato le accuse a carico del deputato regionale, che sarebbe stato, secondo i magistrati, «a capo di un programma associativo che prevedeva la commissione di una variegata gamma di reati, tutti finalizzati a realizzare il prioritario obiettivo dell´associazione, vale a dire la distrazione di flussi finanziari cospicui, destinati ad una determinata finalità pubblica e utilizzati per scopi diversi, nella fattispecie privati, con una manipolazione programmata ex ante, sistematicamente attuata e imperniata sulla frustrazione costante dell´interesse pubblico, sotteso ai finanziamenti».

Di tale manipolazione, vi è traccia evidente, secondo i giudici catanesi, nella documentata utilizzazione di fondi del Copai, per la definizione di vicende negoziali, alle quali sono cointeressati Rosaria Suizzo, presidente del consiglio d’amministrazione del consorzio, Riccardo Minardo e i suoi più stretti congiunti, quali la moglie Pinuccia Zocco e la figlia Serena. Secondo l’accusa, Minardo avrebbe creato la società «Archè Kronu», di cui era presidente la moglie, con il preciso obiettivo di far fungere la società come strumento di acquisizione o canalizzazione di somme originariamente confluite nei fondi del Copai, vale a dire fondi pubblici da impiegare, secondo i giudici, per fini privatistici. Sempre secondo i magistrati, Riccardo Minardo avrebbe tentato di non figurare mai in nessuna delle operazioni contestate nell’indagine sfociata nei cinque arresti.