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VITTORIA - 19/08/2015
Attualità - Da Cirasa alla strage di San Basilio, 16 anni di mafia visti dal magistrato Bruno Giordano

La mafia di ieri e il vuoto politico di oggi a Vittoria

Tutti i capitoli del «romanzo criminale vittoriese». Il magistrato vittoriese Giordano: «Serve una nuova classe dirigente e fermare l’emorragia dell’emigrazione culturale dei giovani»
Foto CorrierediRagusa.it

Dalla paleocriminilità governata dal «pezzo da 90» che decide per tutti alla mafia che commissiona il crimine via internet sono passati tre decenni. Dati, nomi, condanne e assoluzioni descrivono un periodo tremendo. Sulla trentennale guerra di mafia a Vittoria e sulle mattanze susseguitesi a colpi di kalashnikov e tritolo dal 1983 al 1999, Bruno Giordano, vittoriese, magistrato in Cassazione, docente universitario di Diritto della Sicurezza del Lavoro presso l’Università Statale di Milano, nonché consulente giuridico al Senato per la Commissione d’inchiesta sugli infortuni sul lavoro, conserva tanto di quel materiale che potrebbe utilizzare per scrivere un libro. Il «Romanzo criminale» vittoriese.

«Dalla paleocriminalità di Giuseppe Cirasa- dice il magistrato Giordano- alla guerra dei clan Gallo, Gravina, Carbonaro-Dominante, D’Agosta, c’è una storia criminale, sociale, politica e culturale che va analizzata sotto varie sfaccettature. Centinaia di morti ammazzati per contendersi l’attività illecita della droga, delle estorsioni e dell’usura e giungere alla strage del bar Esso del 1999. Ho letto la riflessione fatta dall’assessore Gaetano Bonetta sul vostro giornale. Sotto l’aspetto socio-culturale del fenomeno mafioso è condivisibile».

Dott. Giordano, si sostiene che il «soggiorno obbligato» di alcuni palermitani negli anni ’80 abbia favorito l’humus criminale nel triangolo ipparino: Vittoria, Comiso, Acate. E’ vero?
«Molti di questi soggiornati a cui lei si riferisce sono arrivati qui per cambiare aria e riciclare capitali, per delocalizzare i loro interessi economici in una provincia definita «tranquilla»».

Quando comincia il suo interessamento alle vicende criminali della città. Quando ammazzano il boss Peppe Cirasa, nel settembre del 1983 lei aveva solo 21 anni.
«Nel 1984 L’Istituto Superiore Internazionale Scienze Criminali dell’Onu mi invita a stilare una relazione sul primo bilancio dopo l’approvazione della legge Rognoni-La Torre. Un’occasione che mi permette di conoscere magistrati come Borsellino, Grasso, Falcone».

Chi era Peppe Cirasa?
«Era un contrabbandiere che assicurava al clan Cappello di Catania lo sbarco delle sigarette da Malta. Un boss che amava ostentare il ruolo del «don» nel territorio in cui viveva, a un certo punto divenuto incompatibile con i progetti emergenti che minacciavano Vittoria: estorsioni e droga. La città era diventata all’improvviso «ricca».

Quindi siamo alla svolta epocale per Vittoria.
«Sì, il 9 settembre del 1983 in contrada Zafaglione, Turi Gallo ammazza Peppe Cirasa mentre questi sta rientrando nella sua villa. E’ l’inizio della guerra di mafia».

L’emergente è quindi Salavatore Gallo, che non ha mai pagato per quell’omicidio.
«Non c’è stato il tempo del processo perché Gallo è stato ammazzato prima. Nel 1984 Gallo mette in piedi il suo progetto arruolando i fratelli Bruno, Claudio e Silvio Carbonaro. Inizia la stagione delle estorsioni, della droga, dell’attività delle bische clandestine e dell’usura».

Com’era organizzata la famiglia Gallo?
«Dallo studio degli atti in nostro possesso, si articolava in 3 cerchi concentrici: gli affiliati, gli avvicinati e gli amici degli amici. Il cerchio che garantiva una cintura di omertà attorno all’organizzazione. Infatti, se ricordate, le estorsioni cominciavano sempre con la frase storica «cercati un amico». Un modus operandi che creava nella vittima l’idea di una rete diffusa di contatti omertosi».

L’estorto si rivolgeva a uno che riteneva un amico, in realtà il mediatore per conto dell’organizzazione criminale?
«Sì, proprio una mafia embrionale con queste caratteristiche. Il clan si organizza e procede con l’eliminazione fisica di chi intralcia il progetto di espansione. Tra il 1985 e il 1990 Vittoria conta 50 morti ammazzati, compreso lo sterminio della famiglia Gallo, 5 in tutto, tra il 19 febbraio e il mese di giugno del 1987».

Chi li ammazza i Gallo?
«Sono stati uccisi da un gruppo di fuoco alleato con il clan Schiavone di Siracusa. Si racconta che in quel periodo Bernardo Provenzano si vede a Vittoria ospite di qualche amico».
Dopo i Gallo, i Carbonaro. Chi erano i fratelli del quartiere Forcone nella gerarchia criminale vittoriese?
«Erano affiliati alla famiglia Gallo. Non sono stati né i mandanti né gli esecutori dello sterminio».

Dopo la fine dei Gallo c’è un uomo che agisce in sordina ma che ha avuto un ruolo fondamentale. Lo chiamano «u prufissuri».
«E’ Biagio Gravina, un insegnante di Applicazione tecnica alla scuola Media che gira armato e protetto di giubbotto antiproiettili. E’ stato l’erede dei Gallo per un po’ di tempo, fatto fuori da un gruppo di emergenti: Giuseppe Terranova, Luigi Mallia, Titta Molè e Francesco Nicosia. In quell’agguato uno dei Carbonaro scampa miracolosamente alla morte».

Tra il 1989 e il ’90 si scatenano i fratelli Carbonaro.
«E nel ’90 ci sono 20 i morti ammazzati, fra cui 3 cosiddetti «cani sciolti» che con le loro rapine terrorizzavano anche commercianti sotto protezione. Il 1990 è un anno molto importante.

Cosa accade?
«Le stragi di Costa Fenicia a Scoglitti e quella di Gela. Il 6 novembre cadono due dei Piscopo e altri due a Costa Fenicia; il 27 novembre ci sono 8 morti a Gela, una carneficina alla quale partecipano sia il boss Carmelo Dominante che i Carbonaro. La stessa notte viene arrestato Dominante, che era in guerra con i Madonia. Da quel giorno non è più uscito dal carcere. Attenzione, perché 9 anni dopo c’è la vendetta dei Piscopo con la strage del bar Esso a Vittoria in cui muoiono 5 persone».

E i Carbonaro?
«Con loro si crea un’espansione territoriale di alleanze con altri clan, compresa la «Stidda». I fratelli Carbonaro vengono arrestati tra il ’91 e il ‘92».

Dott. Giordano, il pentimento dei Carbonaro da cosa nasce?
«Nel 1991 si costituisce la Direzione Distrettuale Antimafia che eredita il lavoro prima svolto dalle procure passando dalla visione localistica del crimine alla indagine distrettuale. Si concretizza, in poche parole, l’idea di Giovanni Falcone. Questo lavoro certosino, a cui partecipa Fabio Scavone, magistrato del pool della Dda di Catania, conduce alle operazioni «Squalo» del ’94 e «Piazza Pulita» del ’97. Gli indagati sono più di 200. Ma molti degli «amici degli amici» vengono assolti».

Esce di scena il clan Carbonaro-Dominante e s’affaccia alla ribalta Ciccio D’Agosta. Chi è?
«D’Agosta nasce come un uomo di Cirasa. Dopo il periodo in cui si defila dal territorio, gestisce una vasta rete commerciale nell’hinterland milanese e vanta amicizie di peso anche nell’ambiente politico. Dalle intercettazioni telefoniche emerge che egli dava ordini per estorsioni e droga».

Eccoci all’epilogo: strage di San Basilio.
«E’ la svolta. La vendetta alla strage di Costa Fenicia avvenuta 9 anni prima. E’ il momento in cui la città di Vittoria, finora rimasta stordita, attonita e senza parole, esce alla scoperto, dà un colpo di reni e si ribella al sopruso della mafia che dura da 16 anni. Un periodo che ha visto molti imprenditori pagare il pizzo e 100 morti ammazzati. La città finalmente reagisce moralmente rompendo il muro dell’omertà».

Dott. Giordano, perché a Vittoria e non altrove ha attecchito questo tipo di criminalità?
«Per diversi fattori sociali, politici, economici, culturali».

Ci spieghi meglio nei dettagli?
«In tutte le realtà in cui si sviluppa la criminalità organizzata c’è un potere pubblico permeabile, abbordabile. L’idea che la cosa pubblica è appropriabile è molto estesa. E poi ci sono gli interessi economici. Non c’è crimine senza soldi, affari, appalti. E c’è anche una politica giudiziaria che in quegli anni non coglie la complessità di quel fenomeno. Infine c’è la responsabilità amministrativa e sociale. E io darei un certo peso anche al fenomeno dell’abusivismo».

In che senso l’abusivismo…
«L’abusivismo edilizio ha creato il convincimento che avere disponibilità economica può consentire di fare tutto, anche violando le regole. Ciò dà l’incipit all’illegalità. I criminologi definiscono questo comportamento sociale diffuso come l’espressione della teoria dell’anomia, cioè senza regole. Questo ragionamento va associato al forte potere economico».

Un’analisi chiara per il passato. Oggi, invece?
«Semplice. Oggi Vittoria non è più una società ricca. E’ una città pignorata e in mano alle banche. Ha un tessuto socio- economico costituito da un’immigrazione della disperazione ed emigrazione culturale molto alto. Detto in parole povere, arriva disperazione dall’est e dall’altra parte del Mediterraneo e va via la nostra cultura giovanile perché non trova gli sbocchi che aspettava».

E quindi siamo in un vicolo cieco…
«La città ha barlumi di imprenditorialità sana e intelligente che bisogna proteggere. Scriveva Giuseppe Fava, nel capitolo dedicato a Vittoria, che un contadino guadagnava più di un primario medico e di un magistrato. Oggi questa frase è anacronistica».

Chi deve invertire la rotta?
«L’attuale situazione richiede una nuova classe dirigente. La partecipazione alla vita pubblica dei professionisti da un lato e il contenimento dell’emigrazione culturale dall’altro. Se non si capisce che bisogna agire in queste due direzione, per Vittoria non c’è più futuro».