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VITTORIA - 06/10/2014
Attualità - La 51enne vittoriese volerà a Budapest per curarsi in un centro specializzato, ma serve aiuto

Ha il cancro e diventa vegana per vivere

C’è bisogno della solidarietà di tutti per aiutare questa coraggiosa donna nella sua battaglia per la vita Foto Corrierediragusa.it

L´incredibile storia di Concetta Roccaforte (foto), coraggiosa e tenace 51enne di Vittoria, inizia quando, nel 2009, le viene diagnosticato un carcinoma sieromucinoso. E´ un cancro alle ovaie e nel corso del primo intervento chirurgico le viene asportato l´apparato riproduttivo. Accanto a lei il compagno e le 3 figlie di 33, 32 e 24 anni. All´intervento segue il primo ciclo di chemio al termine del quale, per un anno e mezzo, la malattia le concede una tregua. Quando si ripresenta, più aggressiva di prima, Concetta deve subire un secondo intervento e un nuovo ciclo di chemio. Questa volta la tregua dura un anno, poi ancora un intervento e ancora chemio. Ma Concetta è allergica al platino, uno dei componenti della chemio e, paradossalmente, l´unico che sembra in grado di darle risultati. Durante un ciclo, nel giugno scorso, va in shock anafilattico e in quei momenti drammatici giura che, se Dio la farà sopravvivere, lotterà con tutte le sue forze, ma lontana dalla medicina tradizionale. Diventa vegana già prima dell´estate e poi decide di seguire il metodo Gerson. Per la medicina tradizionale lei è dispensata, condannata a morte, e non arriverà a vedere sposare la figlia, nel giugno 2015.

Ma Concetta non si arrende e il 7 novembre volerà in Ungheria. Destinazione: il Gerson Health Centre, a 30 km da Budapest. Lì rimarrà dall’8 al 21 novembre e potrà finalmente apprendere, da personale specializzato, tutte le tecniche e i segreti per perfezionare la terapia che sta già seguendo da un paio di mesi. La felicità è tangibile, ma mista all’ansia, e non solo per il viaggio.

«Il fatto che mi abbiano accettata nell’immediato – riflette – è sinonimo del fatto che il mio caso è piuttosto grave, ma mi piace pensare che non è disperato, altrimenti non mi avrebbero chiamata. Nella mail che mi hanno mandato mi hanno detto di portarmi un registratore, nel caso in cui qualcosa delle loro spiegazioni mi dovesse sfuggire. Il periodo di ricovero prevede, anche, la partecipazione ad una serie di seminari informativi. La sveglia suonerà alle sei del mattino ed è bello pensare che, dopo settimane in cui mi sono dovuta curare e organizzare da sola, finalmente avrò accanto delle persone competenti che si prenderanno cura di me in un bel luogo immerso nel verde».

Concetta, naturalmente, non partirà da sola. Con lei andranno il compagno e il suo «interprete d’eccezione» Nunzio Quattrocchi. «Nunzio è un caro amico di famiglia – racconta - e si è subito messo a disposizione. Tra l’altro, sa destreggiarsi molto bene con le registrazioni audio e video e sono certa che, con la sua simpatia innata, mi aiuterà anche a mantenere il morale bello alto!

Al ritorno Concetta, per due anni, dovrà mettere in pratica la cura alla lettera per poter sperare di ottenere i risultati quanto prima. La settimana scorsa non si è sottoposta ad alcun tipo di analisi ma, perdurando i segni della spossatezza, si è messa in contatto con Margaret Straus, nipote del dr. Max Gerson, il medico tedesco che ha messo a punto la cura naturale contro il cancro già nella prima metà del secolo scorso e che è scomparso in circostanze misteriose nel 1959.

«Fisicamente mi sono sentita quasi senza forze e mi sono venuti molti dubbi sulla correttezza della cura. Ero sconfortata e ho cercato rassicurazioni da lei, che è sempre in giro per il mondo per far conoscere la terapia attraverso convegni e seminari, molti dei quali al fianco della medicina ufficiale. Margaret mi ha spiegato che è tutto normale e che i primi sei mesi, in genere, sono i più pesanti. Poi ha insistito sull’uso corretto degli integratori che io, in effetti, non ho assunto bene e da subito. Ora che li sto prendendo nel giusto modo sto meglio, sono più energica e non credo sia un caso».

Ma com’è avvenuto il primo contatto con il Metodo Gerson? E perché, tra tante possibili cure alternative (di cui si parla troppo poco, al punto che molti pensano che non ne esistano) Concetta ha scelto proprio questa?

«Quando sono tornata a casa, dopo aver chiuso con la medicina tradizionale, avevo le idee chiare su quello che dovevo fare, ma non su come farlo. Avevo già letto il libro di Colin Campbell (ndr: The China Study) e visto i servizi realizzati sul rapporto tra alimentazione e tumori dalle «Iene». Ad aprile, mentre ancora facevo chemio, ero diventata vegana. Il veganesimo, però, va bene per chi non è malato e vuole prevenire l’insorgere dei problemi, non è una cura, quindi ho capito che ci voleva altro e ad agosto, quando i miei markers sono tornati al limite, ho deciso che era il momento di agire».

«Ho ripreso in mano il libro ‘Il Metodo Gerson’, che avevo in casa e che avevo già sfogliato superficialmente mesi prima. In quell’occasione avevo pensato che quello poteva davvero essere il miglior metodo per guarire, ma che era troppo difficile da seguire. In pratica lo avevo messo da parte. Il mio sesto senso, a quel punto, mi ha detto di tirarlo fuori nuovamente e poco dopo ho iniziato coi centrifugati, la seconda settimana ho aggiunto i clisteri e infine gli integratori».

«Questa esperienza, al di là di come finirà, mi ha insegnato che l’alimentazione è fondamentale per stare bene e prevenire l’insorgenza di malattie. Gli alimenti crudi, vegetali, il biologico dovrebbero diventare una regola, non l’eccezione. So che è difficile trovare un prodotto biologico al 100%, ma iniziare a stare attenti può fare la differenza. Bastano pochi giorni e l’organismo si disintossica».

Cosa ti manca di più dell’alimentazione «normale»?
«Il pane, il pesce e la pasta. E ogni tanto mangerei un bel panino con la mortadella! Se tutto andrà bene, tra un paio d’anni potrò tornare a mangiare i legumi e poi integrare altro, piano piano».

E quando cucini per la tua famiglia come fai a resistere?
«Alcuni piatti li annuso e altri, se posso, li tocco con le mani. Facendo così mi sembra, quasi, di assaggiarli».

Non è facile! Cosa ti aiuta a non spingerti all’assaggio?
«I racconti di chi ha già visto i markers scendere e i tumori ridursi o sparire del tutto. In particolare, la testimonianza di una donna che aveva un cancro alle ovaie come il mio. Ha iniziato a bussare alle porte della clinica in Messico, ma non c’era posto. Ha insistito fino a quando non l’hanno fatta entrare e da quel giorno sono passati 27 anni e lei sta bene. Il metodo Gerson non ti cura solo la malattia ma va all’origine, disinnesca il sistema che la malattia l’ha innescata. Guarisce il tuo corpo, l’intero organismo».

E non c’è, una volta finita la cura, pericolo di recidive?
«Non se si segue uno stile di vita sano e se si continua con un’alimentazione rigorosamente vegana e biologica».

Quindi, riepilogando, mi dici in cosa consiste attualmente la tua alimentazione-cura?
«Si comincia alle 8 con una colazione a base di succo d’arancia. Alle 9 succo verde con lattuga, peperone e mela, alle 10 carota e mela, alle 11 solo carote, alle 12 di nuovo succo verde, alle 13 carote e mela e alle 14 il terzo succo verde. Poi, finalmente, un po’ di pausa e ricomincio alle 17 con carota e mela, alle 18 con il verde e l’ultimo carote e mela alle 19. Oramai li so a memoria, i succhi devono essere sempre di 250 ml. Ad essi vanno aggiunti i tre clisteri di caffè (alle 9, alle 14 e alle 18) e gli integratori dentro ogni succo, secondo una tabella. Tutti i prodotti devono essere biologici e devo stare molto attenta anche all’acqua, sia a quella che bevo che a quella che uso per cucinare e per lavarmi. Nei giorni scorsi, finalmente, ho potuto acquistare il depuratore per l’osmosi inversa ed è costato 1300 euro».

Tra l’acquisto del depuratore e il bonifico anticipato alla clinica di metà del costo complessivo del ricovero (3 mila 400 euro) Concetta ha, praticamente, svuotato il conto corrente sul quale, nelle ultime settimane, sono confluite le offerte dei generosi donatori. A tutto il resto dovrà provvedere con la pensione, che non arriva a 800 euro.

Per questo è importantissimo ricordare il codice Iban per le offerte:
IT 25 I 0503411795 000000 123066.

TUTTO EBBE INIZIO NEL 2009

Concetta Roccaforte racconta la sua lotta con la malattia: «Tutto ebbe inizio quando, nel 2009, ho deciso di fissare un controllo dal mio ginecologo» racconta. «Una visita di routine, non avevo alcun disturbo particolare, ma di tanto in tanto il ciclo saltava e ho pensato di stare entrando in menopausa. Sono andata dal medico più che altro per avere una conferma a questo sospetto». All’epoca Concetta lavorava tantissimo, faceva l’ausiliare del traffico e la donna delle pulizie , si occupava di assistenza agli anziani e di un bar. Non era, di certo, una che se ne stava con le mani in mano.

«Avevo un ritmo di vita molto stressante – ricorda - e, documentandomi, ho scoperto che uno dei fattori della malattia è proprio lo stress, che ti porta a mangiare male e di fretta, ad essere perennemente stanca e a mettere in difficoltà l’intero organismo».

«Il medico mi visita e mi sottopone ad una ecografia – continua – dalla quale emerge una massa che ha tutte le sembianze di una cisti ovarica. Mi prescrive analisi e accertamenti vari, una serie di medicine e mi fissa un appuntamento tre mesi dopo. Gli esami a cui mi sottopone servivano a controllare i markers tumorali, ma io, ignorante in materia, non l’ho nemmeno capito. Ad ogni modo, tutto sembra apposto e torno tranquillamente alla mia vita, sapendo che dovevo solo tenere sotto controllo questa cisti. Inizio la cura e, per scrupolo, decido di chiedere un secondo parere. I controlli fatti a Ragusa mi tranquillizzano ulteriormente, mi viene detto che non ho nulla e io mi rilasso, posticipando perfino il ritorno dal mio ginecologo dove vado non dopo tre mesi, ma dopo sei, ad ottobre. Non avevo disturbi particolari, eccetto emicranie e addome sempre gonfio, tutti malesseri che sembravano scollegati tra loro e che curavo nel momento in cui si presentavano. Una dottoressa di una clinica catanese, a dire la verità, mi aveva messo la pulce nell’orecchio parlando di cause ormonali, ma dicendomi che probabilmente questi malesseri sarebbero spariti con la menopausa».

«La visita ginecologica di ottobre conferma la presenza di questa presunta cisti ovarica le cui dimensioni non erano aumentate ma che, con la cura, non erano nemmeno diminuite. Il medico, quindi, mi prescrive nuove analisi e mi consiglia di rimuoverla con un piccolo intervento in laparoscopia, ma io, impaurita, perdo ancora del tempo. I nuovi esami, a quel punto, evidenziano markers di poco fuori dai normali parametri e a novembre decido di operarmi. I medici mi fanno firmare un documento nel quale affermo di autorizzarli a procedere con taglio tradizionale e ad asportare ovaie e utero nel caso in cui avessero trovato del tessuto tumorale. In caso contrario avrebbero tolto solo la cisti».

Quando Concetta riapre gli occhi il medico le sorride dicendole che è andato tutto bene e che è stata rimossa solo una salpinge perché, in realtà, quella che sembrava una cisti era la salpinge destra ingrossata. Felicissima, dopo 10 giorni torna a lavoro e aspetta l’esito dell’esame istologico convinta, al 99%, di non avere nulla di preoccupante.

«Avevo solo l’1% di probabilità, a quel punto, di avere il cancro – racconta – e per questo, oggi, se ho una sola possibilità su 100 di guarire con il metodo Gerson, io me la gioco fino alla fine! E dico anche di più. Se avessi conosciuto prima questa cura alternativa e naturale non mi sarei sottoposta ad un solo ciclo di chemio, invasiva, devastante e, nel mio caso, inutile».
L’esito dell’esame istologico è impietoso: carcinoma sieromucinoso. Il dottore, però, la rassicura, dicendo che, quasi certamente, il tumore è stato rimosso insieme alla salpinge. Per precauzione, però, le consiglia di fare un secondo intervento, al fine di evitare del tutto il pericolo di estensione.

«L’intervento che mi prefigura non è roba da poco. Si tratta, in sostanza, di dire addio a tutto il mio apparato riproduttivo e non solo. Di conseguenza ho preso tempo, ci ho pensato e ripensato, mi sono consultata con altri medici e con la mia famiglia. Io stavo bene, in fondo. Dal primo intervento mi ero ripresa alla grande e mi chiedevo perché tornare in sala operatoria e sottopormi ad un’operazione tanto invasiva «solo per precauzione». Dopo due mesi contraddistinti da paura ed ansia mi opero, a Catania. Era il 19 gennaio 2010 e sono rimasta sotto i ferri per 7 ore. Immaginavo che sarebbe stato un intervento delicato, ma mai avrei ipotizzato che sarebbe stato devastante fino a quel punto. Non ho parlato per una settimana e per tre mesi non ho avuto nemmeno le forze per mettermi a sedere sul letto, da sola».

Arriva, nuovamente, l’esito dell’esame istologico e il risultato è sconvolgente: tutti i tessuti asportati sono intaccati dal carcinoma.

«Solo a quel punto ho capito che la cosa era molto seria. Si inizia a parlare di chemioterapia e mi rendo conto che, se volevo vivere, non avevo alternative. Così mi sono rimessa in piedi e, nel marzo 2010, ho iniziato il mio primo ciclo di chemioterapia».

Su Facebook potete trovare la sua pagina, «Concy Rocca», nella quale si parla del metodo Gerson e della raccolta fondi avviata per darle la possibilità di curarsi. Le cliniche Gerson sono solo due al mondo, in Messico e a Budapest, e sono molto costose. Il ricovero dura 15 giorni e serve per avviare la cura ed essere istruiti su come seguirla, alla lettera, a casa, per due anni. Solo per le due settimane in clinica a Concetta servono 6 mila900 euro. A questi vanno aggiunte le spese per il viaggio, per un interprete e per il familiare che dovranno annotare ogni dettaglio per aiutarla a curarsi, al ritorno.

Testi ed intervista di Valentina Frasca