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VITTORIA - 19/09/2013
Attualità - Il sindaco Franca Iuarato ha conferito l’onorificenza a due poliziotti vittoriesi

Santa Croce: 2 agenti cittadini onorari

Rosario Catalano e Flavio Faro, insieme ai carabinieri Luigi Valenti, Luciano Vanini e Sandro Magro, catturarono i 4 banditi che picchiarono selvaggiamente la titolare e la commessa della gioielleria il 9 febbraio 2012
Foto CorrierediRagusa.it

Santa Croce Camerina ha due cittadini onorari in più, Rosario Catalano e Flavio Faro, rispettivamente ispettore e sovrintendente in servizio presso il Commissariato di Vittoria. Il primo vittoriese, il secondo comisano. Con il loro acume investigativo e anche per il coraggio, hanno contribuito a mandare in galera gli autori di una delle più efferati rapine consumate nel territorio ibleo il 9 febbraio 2012. Efferata perché i banditi, tutti vittoriesi e un marocchino, non solo hanno razziato circa 20 mila euro di monili, ma hanno anche picchiato selvaggiamente e senza motivo due donne, l’indifese titolare e la commessa, che da poco avevano aperto l’esercizio commerciale.

Le indagini sono state condotte congiuntamene con i Carabinieri, e infatti, il sindaco di Santa Croce Franca Iurato, potrebbe conferire a breve la cittadinanza anche a 3 marescialli dell’Arma che prestano servizio a Santa Croce: Luigi Valenti, Luciano Vanini e Sandro Magro.

Di quel tragico fatto delittuoso e dell’arresto dei 4 criminali abbiamo raccontato tutto, è doveroso però mettere in risalto la professionalità degli investigatori che ha permesso di arrestare tutti i componenti della banda.

L’ispettore Rosario Catalano (nella foto a sinistra accanto al sovrintendente Flacio Faro), 53 anni, uno dei più anziani poliziotti vittoriesi, un curriculum vitae di 6 pagine per elencare lodi, encomi e menzioni, è una delle menti storiche del Commissariato di Vittoria. Tant’è che esaminando le immagini delle registrazioni delle telecamere ha riconosciuto uno dei rapinatori grazie al quale si è giunti anche agli altri. Il poliziotto vittoriese, che pure ha partecipato alla guerra di mafia e di morti ammazzati nel periodo 1987/1999 a Vittoria, parla di questa rapina come di uno degli episodi più cruenti: le botte alla titolare e alla commessa sono state un’azione malvagia.

Rosario Catalano è disponibile a fare un excursus sulla sua carriera al Commissariato. Nel 1979 concluse il Liceo Scientifico e scelse la Polizia al posto dell’università. Subito Trieste, la Celere a Milano e poi alla Squadra mobile, sotto le direttive di Achille Serra che sarebbe diventato prefetto di grande fama dopo la morte di Carlo Alberto Dalla Chiesa. Nell’82, d’ufficio venne trasferito a Palermo, «dove mi sono fatto le ossa come si deve»- dice Catalano- per tornare definitivamente nella sua Vittoria, 1986, ancora tranquilla dal punto di vista criminale. Ma solo per poco. Lavorò con i commissari Granchelli, Scifo, Denaro e Marcello Guglielmino. Nel 1987 il battesimo di fuoco con l’omicidio di Turi Gallo e in rapida successione dell’intera famiglia Gallo che aveva imposto il dominio mafioso dopo l’assassinio di Giuseppe Cirasa e prima di arrendersi al nuovo clan Carbonaro-Dominante.

Ne ha avvenimenti da ricordare e raccontare Rosario Catalano. «Sì-afferma- anni difficili per tutti, anche per noi sottoposti a rischi e stress psicologici notevoli. Gli anni del dirigente Marcello Guglielmino e di Giuseppe Bellassai capo della Mobile e anche del capitano dei Carabinieri Angelo De Quarto (oggi colonnello). A Vittoria si sparava e si ammazzava, non c’era pace per nessuno, per le vittime della mafia, per i cittadini onesti e per noi forze dell’ordine».

Ispettore, c’è un episodio che ama ricordare in modo particolare di quegli anni?
«Si uno in particolare, che mi ha scosso molto. Un padre che ammazza il figlio per non farsi ammazzare. Il figlio tossicodipendente, trentenne, chiedeva soldi ai genitori per comprare la droga minacciandoli continuamente di morte. Una sera il figlio si armò di coltello da sub con lama di 40 centimetri e fece la solita richiesta. Il padre prese il fucile andò incontro al figlio disperato, pronunciò la frase «non dovrei ma devo». E sparò. Una sorta di mors tua vita mea. Poi posò il fucile e chiamo il «113». Quando arrivammo sul posto ci aprì piangendo, con me c’era l’attuale commissario Rosario Amarù, ci consegnò il fucile e si fece arrestare. «Ho dovuto farlo- ci disse- ci avrebbe ammazzato». Quell’episodio mi scosse più di ogni altro fatto di cronaca nera».