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Martedì 6 Dicembre 2016 - Aggiornato alle 9:03 - Lettori online 1428
SCICLI - 15/04/2016
Attualità - E’ opera del magistrato Salvatore Rizza, deceduto lo scorso anno

La Storia "inedita" di Scicli raccontata da Salvatore Rizza

La recensione del libro di Emanuele Nifosì mette in rilievo tanti aspetti sconosciuti Foto Corrierediragusa.it

La storia di Scicli attraverso gli articoli e i ricordi di Salvatore Rizza, magistrato presso il tribunale di Modica, prima, e di Ragusa, poi, deceduto lo scorso anno. Si tratta di una «Storia», pubblicata a cura della famiglia, sulle origini della città di Scicli con riferimenti ai miti di fondazione - Ercole, Enea, presenze sicule, greche, romane, arabe e normanne - e con un ampio excursus sulla storia-leggenda della Battaglia delle Milizie e sui personaggi del Conte Ruggero e dell’Emiro Belcane. Una storia scritta con disincanto, brio e una finissima ironia sulle fantasie mitologiche degli storiografi siciliani conclamati.

Sull´argomento ospitiamo un intervento del prof. Emanuele Nifosì

"Il testo, allusivamente favolistico e ricco di similitudini e metafore, esterna amare riflessioni e profonde verità sulle forme di governo, e sprezzanti, caustici giudizi sull’uomo. Guicciardiniano, per quanto concerne la visione storica, temprando lo scettro ai regnatori ne sfronda gli allori, rivelando alle genti di che lacrime grondi e di che sangue (Foscolo, Dei sepolcri). Denuncia e deride i vanagloriosi e pomposi «storici di città» – come li chiama l’autore - che, pretenziosi, millantano e divulgano presunte teorie sull’agire umano, e gli «storici di campagna», cantori di insulse e insignificanti vicende assurte ad epiche imprese.
Umilmente antifrastico, intriso di amaro pessimismo, suscita un riso sardonico, proponendo interrogativi ed aprendo abissi in cui far naufragare le facoltà raziocinanti del lettore e la sua coscïenza. Sicuro ed infingardo, offre un affresco della società civile, o presunta tale, mettendo a nudo l’animo umano, mosso spesso da miseri interessi egoistici e proteso a carpire effimere soddisfazioni personali.

Il testo, pervaso di cultura e sapientemente strutturato si immerge metaforicamente nel torrente di Scicli, risalendo alle origini del paese e del comune vivere civile. Sulle origini di Scicli cita, riporta e commenta, procedendo per sillogismi, illazioni di storici autorevoli (quali il Perello, il Pluchinotta, La Piana, Spadaro et alii), portandole a precipizio o, più semplicemente, lasciandole implodere su se stesse. Caustico: «… nessuna idea è più convincente di quella che viaggia in compagnia di un proiettile…». L’autore partendo da questo assunto riprende la storia dei «Geomori e dei Cilliri», richiamando Tucidide ed Erodoto e giungendo alla sferzante conclusione «che le riforme agrarie non riescono perché gli uomini per la maggior parte inseguono non tanto il privilegio di lavorare la terra di cui sono proprietari, quanto quello di avere una proprietà sulla quale far lavorare gli altri». Tra parentesi, in questo passo, dileggia le teorie di alcuni storici (Cluverio, Solarino, Perello, La Leta ed eventuali), lasciando evaporare le loro elucubrazioni come brina al sole di un sensato e serrato ragionamento. Il Mugnos, altro storico, «svegliatosi una mattina di buon umore, annunciò trionfante a suo nonno che Scicli era stata fondata dal console romano Marco Marcello» che, «dopo aver espugnato Siracusa, sentì l’impellente bisogno di fondare una zecca nel posto dove sorge Scicli e poiché la «zecca», sempre a dire del Mugnos, veniva dai latini chiamata «sicla», anche il nome Siclis o Xiclis derivò dall’antica zecca romana». Concluderà il nostro autore bonariamente: «Ciò dimostra che aveva scarsa dimestichezza con il latino, ma, in compenso, era dotato di ragguardevole inventiva».

Fluido nello stile fresco e narrativo, e apparentemente stravagante e bizzarro nelle sintesi storiche e nel dedurne insegnamenti: « I romani non avevano, come i greci, la mania di fare i missionari della civiltà, né quella del commercio come i fenici. Ne avevano un´altra: non volevano essere contraddetti dagli altri popoli. La cosa che li mandava in bestia era, in particolare, la scarsa proclività dei popoli confinanti a lasciarsi sottomettere», Rizza legge la realtà contingente alla luce del passato e quest’ultimo al riverbero del presente, in un’ottica di similitudini, analogie, contrapposizioni e confronti indispensabili ad una visione oggettiva. Ridicolizza, apertis verbis, con procedere dilemmatico, gli storici che, abbarbicati all’etimologia, utilizzano il latino, il greco e l’arabo o in una rigida ed ottusa ottica filologica o, violando consapevolmente o per ignoranza, basilari principi linguistici.

Particolarmente interessante la puntata numero undici ove, richiamando il Perello ed il Pacetto, fornisce precise e preziose indicazioni su scale e cunicoli che legano il fondovalle di Scicli a Chiafura, a San Matteo ed al castello dei tre cantoni, «in attesa che la Sovrintendenza trovi il tempo, la voglia e i soldi per occuparsi delle cose di Scicli. Di straordinario valore storico per la Città sono tutte le puntate successive. Epica, per uno sciclitano, la puntata 19, dove viene riportata la descrizione redatta dall’Edrisi – uno dei geografi vissuto alla corte di Ruggero II - della nostra splendida e fiorente città già intorno al 1150 grazie agli arabi «popolo raffinato, civilissimo e tollerante». Mentre i capitoli dal ventiquattro in poi trattano della Battaglia delle Milizie e dell’identità dell’Emiro Belcane".