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Domenica 4 Dicembre 2016 - Aggiornato alle 17:00 - Lettori online 1388
ROMA - 06/08/2011
Attualità - Sogni di mezza estate sulla crisi economica mondiale

Nelle mani degli speculatori, e la politica latita

Il sistema economico basato sui consumi ha fatto il suo tempo, le sue vestali, le banche, e i templi della finanza, le borse, detengono nei loro caveaux, il destino dei governi, delle industrie e dei popoli

E’ dal 2008 che si parla di crisi economica globale. Banche americane e no sono state scoperte con le dita nella marmellata, eppure il mondo della finanza ha preso il sopravvento su quello dell’economia e con la sua volatilità ed inaffidabilità continua a dettare tempi e regole all’umanità de terzo millennio. I cosiddetti «mercati» ad ogni apertura e, soprattutto, ad ogni chiusura stabiliscono chi vive e chi muore nel mondo. Giudice implacabile, il «mercato» emette sentenze inappellabili e definitive, senza che nessuno sia in grado di approntare contromisure di alcun genere. Tutto ciò mi spaventa.

Come uomo e come cittadino mi rendo conto che la supremazia del «mercato» è inversamente proporzionale alla debolezza della «politica». Tutto ciò mi angoscia. L’informazione quotidiana riferisce di un’onda anomala che sta montando in Italia contro la cosiddetta «casta» politica. Ognuno ha la ricetta che serve. Ognuno ha la soluzione migliore. Tutti ad invocare «tagli» ai costi della politica, a sforbiciare «macchine blu» a questo e a quello, a pretendere la cassazione di benefit e prerogative ai parlamentari nazionali e regionali. Nel piccolo, si invocano tagli draconiani anche per i sindaci, gli assessori e i consiglieri comunali. Nessuno, però, a «fare» politica. Chi non si allinea rischia di passare per eretico. Tutto ciò mi terrorizza.

Voglio correre il rischio di navigare controcorrente. Resto convinto sostenitore del primato della politica. Se e quando la politica abdica al suo ruolo o ne viene espropriata da altri poteri, si crea un vulnus al corretto funzionamento democratico dello Stato. La politica deve dettare le regole all’economia e alla finanza, non possono esistere delle variabili indipendenti in un moderno Stato democratico. Altra cosa è il tasso qualitativo dei rappresentanti della politica, altra ancora il sistema della selezione della cosiddetta classe dirigente, assolutamente inadeguati alle sfide dell’ormai ineludibile globalizzazione. Che mortifica la civiltà occidentale e premia i cosiddetti Stati emergenti, come l’India e la Cina. Il mondo del lavoro dell’Occidente, figlio di secoli di lotte che hanno esitato regole e principi a garanzia dei lavoratori, è messo in crisi dall’assenza di regole e principi nei paesi emergenti, dove non è azzardato ipotizzare fenomeni schiavistici.

Uno Stato come l’Italia non può e non deve accettare un tale stato di cose, se ancora è rimasto un residuo di quella cultura dei diritti sociali che l’hanno caratterizzata fin qui. Non è scimmiottando i sistemi produttivi degli altri che faremo progressi significativi, laddove invece è nel saper trasmettere i valori e la cultura sociale occidentale che si potranno fare dei passi in avanti significativi. Ecco perché occorre ritornare al «primato» della politica: perché l’economia insegue solo ed esclusivamente il profitto ed accetta qualsiasi compromesso pur di raggiungere l’obiettivo del guadagno. E tutto questo mi avvilisce.

E’ tempo, a mio avviso, di incominciare a riflettere sul significato più profondo della crisi che attanaglia le economie mondiali. A cominciare dal prendere atto che il sistema capitalistico ha imboccato il viale del tramonto. Il sistema economico basato sui consumi ha fatto il suo tempo, le sue vestali, le banche, e i templi della finanza, le borse, detengono nei loro caveaux, il destino dei governi, delle industrie e dei popoli. E tutto ciò dovrebbe scatenare una rivolta morale in ciascuno di noi, soprattutto nella classe dirigente del Paese. E’ stato totalmente tradito il sogno di tanti studiosi e pensatori europeisti, creando questa Europa, nel segno della grande e potente burocrazia, delle banche e dei banchieri. La scelta di dotarsi della moneta unica, l’euro, pur in presenza di politiche economiche nazionali, ha rappresentato la ciliegina sulla torta del capolavoro europeista: come dire, è stata la pietra tombale sul suo futuro.

Oggi la Grecia, dopo l’aggressione virulenta degli speculatori, è in crisi profonda, a seguire è stata presa a bersaglio l’Italia, che sta vivendo giornate da brivido, domani toccherà ad altri Stati, cosa fare? Premesso che i cosiddetti speculatori non vengono da Marte, ma sono terrestri e ben noti a tutti gli addetti ai lavori, per quanto ci riguarda proviamo a ragionare per assurdo: la Grecia e l’Italia, cioè Atene e Roma, escono da questa pantomima d’Europa.

Proviamo ad immaginare un’unione europea senza Roma e senza Atene, cioè senza i pilastri della cultura occidentale, se lo gestiscano Tedeschi e Francesi questo modello d’Europa e se la Padania lo preferisce, che se ne vada in quell’Europa. Atene e Roma potrebbero intestarsi il futuro del mondo e governarlo, dando vita ad una «Unione dei Popoli del Mediterraneo», con oltre 500 milioni di abitanti, in grado di dare un respiro nuovo e diverso, ponendo fine alle divisioni culturali e religiose fra i popoli della regione, che sono servite e continuano a servire solo agli interessi americani nell’area mediterranea e medio-orientale. L’«Unione del Popoli del Mediterraneo», oltre a rappresentare una sintesi culturale e religiosa unica al mondo, diventerebbe anche una potenza politico-economica e militare in grado di garantire autonomia ed equidistanza rispetto agli interessi americani e a quelli europei.