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Giovedì 8 Dicembre 2016 - Aggiornato alle 15:45 - Lettori online 841
RAGUSA - 30/11/2009
Attualità - Ragusa: il convegno «Siciliani d’Africa»

Quando un siciliano fondò Il Cairo. Realtà, non leggenda

Nella seconda metà del 1800 i nostri avi, distrutti i sogni di un futuro migliore, poverissimi, lasciano l’isola cercando fortuna verso le sponde del Nord Africa Foto Corrierediragusa.it

Abbandonare ogni forma di razzismo per pensare invece a percorsi, anche legislativi, di integrazione sociale e culturale. E’ questo il messaggio finale che esce fuori dal convegno internazionale di studi dal titolo «Siciliani d’Africa» che a Ragusa, per due giorni, ha affrontato il tema dell’emigrazione dei siciliani verso le coste del Continente Nero, quando, nella seconda metà del 1800, la povertà spingeva all’abbandono dell’isola per cercare un nuovo futuro, ancor prima dell’emigrazione verso gli Stati Uniti.

A concludere i lavori è stato l’on Fabio Granata, vicepresidente della commissione nazionale antimafia che ha parlato delle politiche di accoglienza dell’Italia e dei Paesi del Nord Africa, soffermandosi sul disegno di legge sulla cittadinanza attiva, in discussione a livello nazionale, teso ad assegnare la cittadinanza attiva ai migranti perfettamente inseriti nel tessuto sociale ed economico.

Una rivoluzione culturale, al di là dei tempi attraverso cui ottenere la cittadinanza, che vuole profondamente prendere atto del cambiamento già in atto in Italia, con particolare riferimento ai minori nati in Italia da genitori stranieri, «che oggi si sentono pienamente italiani e che debbono attendere la maggiore età per ottenere il riconoscimento giuridico di un’identità che è invece già radicata in loro».

Numerosi gli spunti di carattere culturali offerti dal convegno organizzato da Cinema Nuovo Italiano in collaborazione con la Regione e il Comune di Ragusa. Nella sala degli specchi del castello di Donnafugata i numerosi docenti universitari provenienti da Libia, Egitto, Tunisia e Malta, hanno alternato le loro relazioni concentrandosi sui continui e spesso proficui scambi che si sono verificati nel Mediterraneo.

Continue migrazioni, da una costa all’altra, come avveniva anche per quei siciliani inizialmente trasferiti in Sardegna e poi migrati alla volta dell’Africa, come ha ricordato Mansouri Mohamed Fakreddine, del dipartimento di storia contemporanea dell’Università La Manouba di Tunisi, sottolineando poi gli aspetti culturali di profondi cambiamenti. Apporti sostanziali anche nello stile di vita delle popolazioni locali, come ha spiegato Leila Adda, docente di storia contemporanea in Tunisia.

Riferendosi all’emigrazione siciliana in Tunisia durante i primi due decenni del protettorato (1881-1914), la docente ha parlato dei percorsi di crescita della coscienza politica e sociale che si è ottenuta con l’arrivo dei siciliani che hanno apportato grosse modifiche nel mondo della medicina e una lotta sindacale che non era mai stata pensata dai tunisini. Intrecci anche nelle lingue. Lo ha ricordato Barbara Airò, docente di lingue e letteratura araba presso l’Università di Pavia che si è soffermata sugli apporti siciliani all’arabo tunisino.

Un incessante scambio di radici e di parole come nel caso di «shrubu», trasformato in «sciroppo» nella lingua italiana provenendo dall’arabo, per poi giungere in «sciruppu» dal siciliano all’arabo tunisino. Un percorso inverso che hanno fatto anche altre parole come «sorbetto» o «gelato». «Sorbetto», ha detto la docente, è entrato dall’arabo nella lingua italiana mentre «gelato», poi trasformato in «gilati» è passato dall’italiano al siciliano e dunque all’arabo tunisino.

Influenze che necessitano di studi più approfonditi ma che introducono altri temi come quelli della corretta interpretazione dei segni delle culture. Tra le relazioni più curiose c’è stata quella di Antonio Espinosa Rodriguez, dell’Heritage Malta, che ha parlato degli intellettuali e dei politici rifugiati a Malta e nel Nord Africa, da Mazzini a Craxi, passando anche da Garibaldi.

«Abbiamo raccontato pagine di storia altrimenti dimenticate – spiega Arturo Mingardi, presidente di Cinema Nuovo Italiano – segno di una crescente necessità ad approfondire temi sui quali anche la Regione, con l’Assessorato al Lavoro e all’Emigrazione, ha ritenuto di apportare il proprio contributo riuscendo alla fine a coinvolgere esperti e studiosi che hanno fornito un prezioso supporto scientifico».

(Nella foto l´on Fabio Granata in un momento del convegno)