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Sabato 3 Dicembre 2016 - Aggiornato alle 22:30 - Lettori online 478
RAGUSA - 09/06/2009
Attualità - Ragusa: il ridimensionamento della politica del decentramento privilegiato dal rettore

Chiusura dei 6 corsi di laurea, gli studenti non ci stanno

Difficile ora capire con quale faccia politici, amministratori e gli stessi rappresentanti delle istituzioni possano invocare il mantenimento dei corsi quando negli anni non hanno saputo far fronte al loro primario dovere di pagare il conto

E’ rivolta contro la chiusura di sei corsi di laurea in provincia di Ragusa. Quattro nel capoluogo, Medicina, Lingue,Agraria e Giurisprudenza, due a Modica, Scienze del governo ed economia aziendale, ed uno a Comiso, operatore gestionale di impresa. La provincia subisce un duro colpo ma la decisione del rettore di Catania, Antonio Recca, era da tempo nell’aria.

Gli studenti universitari delle facoltà di Ragusa, Modica e Comiso hanno deciso di fare sentire la loro voce e di recarsi a Catania il prossimo 17 giugno, per protestare dinnanzi la sede del rettorato. La partenza è prevista per le 7:30 sia da Modica (Barycentro); sia da Ragusa (PalaZama). Il biglietto, per il trasporto in autobus, è assolutamente gratuito.

L’obiettivo degli studenti sarà quello di convincere il Magnifico Rettore, Antonino Recca a rivedere la sua decisione. La scelta di effettuare questa manifestazione giorno 17 giugno non è casuale. L’indomani infatti, 18 giugno, si riunirà l’assemblea deliberativa del Senato Accademico che dovrebbe approvare il manifesto degli studi.

Il ridimensionamento della politica del decentramento è stato uno dei punti cardine del programma di Recca al momento della sua candidatura a rettore dell’ateneo catanese e Recca non fa altro che rispettare il suo programma aiutato dalle inadempienze degli enti locali che non hanno saputo mettersi al riparo dalla mannaia pagando per tempo quel milione e mezzo di euro che l’Università reclama da tempo per debiti pregressi.

Difficile ora capire con quale faccia politici, amministratori e gli stessi rappresentanti delle istituzioni possano invocare il mantenimento dei corsi quando negli anni non hanno saputo far fronte al loro primario dovere di pagare il conto. Il rettore ed il senato accademico sono assistiti inoltre dalle direttive del ministro Maria Stella Gelmini che ha tagliato decine di corsi in tutte le università italiane per rispettare i parametri di compatibilità economica che il ministero si è dato per coprire l’esorbitante costo degli atenei italiani.

Sull’onda degli scandali rilanciati dai mass media su corsi fantasma e con pochi iscritti Gelmini ha imposto nuove regole ed ha anzi previsto incentivi e risorse a tutte quelle università che rientrano nei parametri assegnati. Il taglio dell’università a Ragusa rientra dunque in una logica che è frutto di scelte politiche precise; chi protesta oggi e scende in piazza avrebbe dovuto agire per tempo, porre le condizioni per mantenere i corsi e soprattutto interrogarsi se e fino a che punto il territorio poteva permettersi il costo dell’università. Oggi è troppo tardi e a poco varranno, ahimè, le battaglie legali ed i sit di docenti, amministratori e studenti.

ORAZIO RAGUSA: "L´UNIVERSITA´ IBLEA NON SI TOCCA"
«Personalmente sono convinto che non possiamo più accettare «supinamente» tutto quello che decide Catania". E´ l´opinione del deputato Udc Orazio Ragusa. "Se a qualcuno - aggiunge Ragusa - sembrano pochi i numerosissimi giovani iscritti alle varie facoltà presenti nel territorio ibleo, e che tra l’altro pagano regolarmente le tasse universitarie, è dovere della politica consultare altri atenei disponibili a investire nel territorio ibleo. Bisogna rilevare - chiude Ragusa - che fino a questo momento non mi pare che le attività di «ricerca» realizzate dall’ateneo Catanese abbiano compensato i notevoli sforzi finanziari sostenuti dagli enti locali per mantenere questa importante struttura.

IL QUADRO POCO EDIFICANTE DELLA SITUAZIONE DA CATANIA
Il manifesto degli studi relativo all’anno accademico 2009/2010 non prevede iscrizioni al primo anno per le facoltà finora funzionanti a Ragusa. Il rettore Antonio Recca è stato chiaro sui motivi della chiusura; il consorzio universitario di Ragusa infatti non ha rispettato gli impegni e non ha fornito garanzie sufficienti rispetto ai debiti pregressi.

Inevitabile per il rettore la chiusura dei corsi ma Giovanni Mauro, neo presidente del consorzio, è furioso: «Chiederemo i danni morali e materiali, il rettore cambi idea entro il 15 giugno o adiremo le vie legali». Mauro pensa anche ad un accordo con un’altra università ma la sensazione è che l’Università a Ragusa ed in provincia sia ormai una questione archiviata. Da un lato per responsabilità degli enti locali che, facendo il passo più lungo della gamba, a Ragusa come a Modica, non hanno pagato perché non hanno potuto far fronte agli onerosi impegni sottoscritti.

Dall’altra la politica dei tagli e della razionalizzazione avviata dal ministro Gelmini che costringe tutte le università ad avviare solo corsi solidi accentrando di fatto nelle sedi principali l’attività didattica e di ricerca. Finisce così la stagione del decentramento e Ragusa paga come altre provincie italiane. Non diverso il discorso di Modica e Comiso, per limitarci alla provincia iblea, dove chiudono economia aziendale e scienze dell’amministrazione ed operatore giuridico di impresa.

IL PUNTO DI VISTA DELL´UNIVERSITA´ DI CATANIA
L’ultimatum del 31 maggio impone una netta revisione dei criteri su cui basare la presenza dell’Università di Catania a Siracusa e Ragusa. E adesso un confronto serio: la stagione dell’università in saldo è finita .

Finora tutti i consorzi universitari s’erano lasciati sedurre dalla prospettiva di giungere, prima o poi, alla costituzione di un ateneo autonomo: «Università di Ragusa», «Università di Siracusa»... Perché no? In fondo ottenere il riconoscimento di un nuovo ateneo non sembrava impossibile. L’avventura della Kore di Enna aveva fatto scuola: bastavano gli appoggi politici giusti e molta determinazione, un po’ di furbizia nel pompare le iscrizioni con «lauree all’esperienza» a buon mercato a disposizione di legioni di dipendenti regionali e guardie di finanza, molta fantasia nel dipingere in rosa la realtà di sedi universitarie sprovviste di adeguate strutture per la ricerca (laboratori e biblioteche) e per il diritto allo studio. L’imminente abolizione del valore legale della laurea, o l’ardita manipolazione dei parametri di valutazione nelle "classifiche» degli atenei, avrebbe fatto il resto. Nell’era degli «atenei telematici» promossi dalla ministra Moratti, chi poteva trovare qualcosa da ridire sulla santa aspirazione di un ateneo sotto ogni campanile?

Da un lato perciò i consorzi hanno puntato sulla quantità, ansiosi di accumulare il maggior numero possibile di «facoltà» e di corsi di laurea; senza curarsi della qualità e senza badare agli oneri che ne sarebbero derivati, cioè firmando convenzioni e rinviando il più possibile i pagamenti perché a pagare c’è sempre tempo.

Ancora una volta, l’esempio della Kore mostrava che esistono mille vie per cavarsela: «chi ha dato ha dato, chi ha avuto ha avuto». Dall’altro lato l’ateneo non aveva fatto nulla per scoraggiare la proliferazione incontrollata di corsi decentrati. Le facoltà vi avevano trovato una valvola d’ossigeno per promuovere nuovi posti di ruolo e lo sviluppo delle carriere. Sotto la gestione del rettore Latteri l’ateneo si era inchinato dinanzi alla «libera concorrenza» tra le facoltà e alle pressioni dei politici locali.

Così dal decentramento «virtuoso» di Agraria e Lingue a Ragusa, o di Architettura e Lettere (Scienze dei Beni culturali) a Siracusa, pensati come poli forniti di forte peculiarità, si era ben presto passati al decentramento indiscriminato e ipertrofico, gravando il consorzio ibleo dei corsi di Giurisprudenza e di Medicina, senza contare Modica, Comiso e tutte le gemmazioni minori. Nel giro di pochissimi anni, la mappa dei decentramenti dell’Università di Catania si è incredibilmente infittita delle bandierine che segnalavano nuovi corsi di laurea sparsi un po’ dappertutto nel Sud-Est siciliano, mentre nel bilancio dell’ateneo andava pericolosamente crescendo la «bolla» dei crediti legati al rispetto delle convenzioni coi consorzi universitari locali. Sempre meno affidabili: «pagherò (forse)». Del resto come poteva il rettore scontentare facoltà forti? E perché preoccuparsi della tenuta di corsi di laurea basati in gran parte su una pattuglia di docenti a contratto retribuiti in maniera simbolica, o sulla buona volontà dei docenti «giovani» immedesimati nel ruolo dei pionieri?

A turbare un andazzo così spensierato sono intervenuti vari fattori: la dieta imposta dall’adeguamento a un numero minimo di docenti di ruolo per ogni corso di laurea, la crisi finanziaria degli enti locali e i conseguenti mal di pancia di Province e Comuni al momento di investire sulla presenza dell’Università, i tagli imposti dalla Gelmini che rendono inconsistente la prospettiva di fondare nuovi atenei e, per finire, gli aumenti stipendiali scaricati sul bilancio degli atenei che fanno sì che le attuali convenzioni siano inadeguate persino a soddisfare l’onere dello stipendio ai docenti.

A questo punto il Rettore Recca non poteva far altro che rendersi interprete dell’insostenibilità della situazione. Lo ha fatto attraverso il famoso «ultimatum» del 31 maggio, imponendo - in mancanza di garanzie finanziarie - il blocco delle iscrizioni al primo anno ed esponendosi alla sdegnata reazione degli amministratori e dei politici locali. Ma adesso si tratta di compiere scelte serie tanto all’interno dell’ateneo quanto da parte dei consorzi universitari, coinvolgendo, oltre agli studenti, anche un altro attore che finora è rimasto ai margini della questione, cioè l´opinione pubblica.

Occorrerà elevare il livello della discussione, bandendo ogni forma di demagogia campanilistica. La presenza di poli decentrati del Siculorum Gymnasium deve essere considerata come un investimento di lunga durata e ha costi che non possono essere aggirati abbassando paurosamente il livello qualitativo della didattica e della ricerca. La stagione dell’università in saldo e del «prendi tre, paghi uno» è finita.

(Fonte: step1)