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RAGUSA - 02/04/2009
Attualità - L’insediamento dopo la nomina di Papa Benedetto XVI lo scorso 22 gennaio

Il neo Vescovo della diocesi di Noto Staglianò predica carità

"Non abbiate paura. Aprite, anzi spalancate le porte a Cristo"

Monsignor Antonio Staglianò è l’undicesimo vescovo della diocesi di Noto dalla sua istituzione.

Staglianò è stato investito della carica di pastore della diocesi netina nel corso di una solenne cerimonia tenuta nella cattedrale di S. Nicolò, che si è protratta per oltre quattro ore.

Staglianò, calabrese, 50 anni, giornalista, autore di numerosi pubblicazioni, docente, succede a Monsignor Mariano Crociata chiamato alla carica di segretario generale della Cei da papa Benedetto XVI. E’ stato proprio Monsignor Crociata a passare il testimone della diocesi al nuovo vescovo, Don Tonino, così come è confidenzialmente chiamato dai suoi fedeli ed amici della diocesi di Crotone S. Venerina di cui Staglianò è originario e che sono stati presenti in gran numero tra le navate della cattedrale. Toccante nel corso della comunione l’abbraccio del nuovo vescovo con i genitori ed i familiari.

E’ stato il sindaco di Noto Corrado Valvo a dare il saluto ufficiale della diocesi a nome degli otto sindaci davanti alla scalinata della cattedrale. Poi l’abbraccio con il popolo dei fedeli che ha messo in luce l’umanità ed il profondo sentire del nuovo vescovo. Un discorso che è andato al di là del protocollo, che ha toccato temi anche attuali dalla bioetica alla centralità dell’uomo e che è stato poi svolto sul tema della carità.

La cerimonia religiosa è stata concelebrata da tutti i vescovi della Sicilia insieme ai tre vescovi emeriti della diocesi, Mons. Nicolosi, Mons. Malandrino, Monsignor Scarso. Liturgia solenne davanti alle massime cariche civili di due provincie tra cui i prefetti di Siracusa e Ragusa, i presidenti delle due amministrazioni provinciali, i sindaci, amministratori locali, autorità militari. Staglianò si è dimostrato a suo agio ha stretto centinaia di mani,ha detto di volere essere il servo del suo gregge. Poi la scampanio che ha salutato una giornata storica per la diocesi che da ogggi ha il suo nuovo pastore.


IL SALUTO DI MONSIGNOR ANTONIO STAGLIANO´

«Non abbiate paura. Aprite, anzi spalancate le porte a Cristo! Alla sua salvatrice potestà aprite i confini degli Stati, i sistemi economici come quelli politici, i vasti campi di cultura, di civiltà, di sviluppo. Non abbiate paura! Cristo sa «cosa è dentro l’uomo». Si, solo lui lo sa». Con queste parole Giovanni Paolo II incoraggiò il mondo intero a camminare, senza fermarsi mai, oltre ogni resistenza e ogni difficoltà, nella speranza di poter costruire un futuro più felice perché più umano. Oggi, nella memoria del IV anniversario della sua morte queste parole rivestono una solennità particolare e dal silenzio muto della sua scomparsa possono essere riascoltate come «parole dette a noi», qui, in questa ora del nostro incontro.

Così io vengo a voi, proclamandole con timore e tremore, ma nella convinzione profonda e certa che queste parole sono vere, comunicano verità alla mente, calore al sentimento, sicurezza nel guardare al futuro e infondono il desiderio di operare, di non stare inerti, con le mani in mano ad aspettare «godot», ad aspettare cioè un Dio che non viene mai, che non agisce mai e che mai si fa sentire: «Non abbiate paura! Cristo sa «cosa è dentro l’uomo». Si, solo lui lo sa». Lui solo, il Crocifisso, che nella condizione dell’assoluta impotenza sulla croce si è mostrato assolutamente potente nell’amore, nel dono di sé, spinto alla morte e nella situazione del suo silenzio muto sulla croce ha lanciato al mondo la parola più eloquente, quella che tutti capiscono: «Dio è amore», Dio è buono, Dio è misericordia.

Non abbiate paura, perciò, di predicare questo Vangelo di Cristo: «Dio è amore», Dio è buono, Dio è misericordia. Poiché questo Vangelo non è una semplice dottrina o semplicemente un bel messaggio, ma è un evento, un fatto di vita, potrete e dovrete predicarlo solo vivendolo: si predica Cristo vivendo di Cristo e portandolo agli uomini. E allora, non abbiate paura di portarlo agli uomini, perché Cristo «custodisce l’umano dell’uomo»: si, solo Lui è custode dell’umano. Chi predica Cristo esalta la persona nell’uomo, coglie la bellezza particolare dell’umanità: solo l’uomo è capace di relazioni amative profonde, vuole realizzarsi nel dono, si autotrascende per gioire, rendendosi presente nel cuore dell’altro, facendosi spazio nella sua vita attraverso l’amore.

Il Crocifisso non è un cadavere che pende da un legno, ma è il Vivente che sta sulla croce, per insegnare a tutti gli uomini –credenti e non credenti o diversamente credenti – che solo nel dono di sé, fino a morirne, splende la bellezza dell’umano e sul serio si contribuisce a costruire una civiltà degna dell’uomo. Venite, dunque, e dialoghiamo: ditemi se altrove potrete trovare questa bellezza. Ditemi: c’è bellezza umana nell’arroganza del dominio dell’uomo sull’uomo? No, la bellezza sta nel servizio e non nella sopraffazione. Ditemi: intravedete bellezza umana negli interessi di parte che spingono a sfruttare ingiustamente uomini e donne in questo tempo? No, la bellezza sta nella solidarietà che diventa un «prendersi» cura, una prossimità, una vicinanza.

E ditemi ancora, direste che è bello l’uomo ridotto a consumatore, a pancia, nelle pratiche ordinarie delle società dell’opulenza, ridotto a numero nelle società complesse e anonime, ridotto a materia biologica, sfruttabile come «pezzo di ricambio di una macchina» o manipolabile per la soddisfazione (spesso solo capricciosa) dei propri individuali e soggettivi desideri nelle società della tecnologia avanzata. No, la bellezza umana sta nel riconoscere che l’uomo è persona e lo è nel suo atto proprio: l’amore, l’amicizia, la fraternità, la comunione. Il Vangelo di Cristo dice che Dio è comunione che genera comunione e incoraggia tutti gli uomini a recuperare la propria bellezza umana. E come dire: credi in Cristo, cioè diventa un vero uomo, sii un bell’uomo. Così, con tutto l’ardore e lo zelo per la causa di Dio ve lo dico con chiarezza lapidaria - e su questo vorrei con il tempo sentirvi e vedervi - : «il rispetto che noi abbiamo per la bellezza della nostra umanità è lo stesso rispetto che abbiamo per Dio, e viceversa».

Non abbiate paura di educare l’umano dell’uomo, alla sua bellezza, alla sua verità. Lo abbiamo capito: i «no» pronunciati dal predicatore del Vangelo di Cristo sono dei «si» a questa bellezza, a questa verità. E’ un po’ come nei comandamenti. Se si dice «non rubare», si afferma un «si» all’onestà che onora la dignità dell’uomo. Se si dice «non dire falsa testimonianza», si afferma un «si» alla veracità che è base della fiducia sociale. Se si dice «non commettere adulterio», si afferma un «si» alla fedeltà che è l’unica bella forma dell’amore coniugale.

Dio è presente alla vita dell’uomo, non è lontano o assente. Dio è presente nei suoi comandamenti, in particolare il Dio ultimo lo è nel comandamento dell’amore di Cristo: «ama il prossimo tuo non più solo come te stesso, ma come io ho amato te, cioè più di te stesso, perché io ho amato te fino a morire per te». Ecco l’amore (a-morior), cioè l’esperienza umana più bella che resiste alla morte e vince sull’oscurità della morte, poichè è scritto che l’amore è più forte della morte e i fiumi della morte non possono travolgerlo. Non abbiate paura di educare l’umano dell’uomo all’amore e perciò credete in Dio, perché Dio è dentro il processo che educa la persona nell’uomo, custodendone l’integralità, la responsabilità, l’affettività.

Anzitutto, l’integralità dell’educazione: l’uomo non è emozione senza sentimento, ma non è sentimento senza intelligenza e razionalità; l’uomo non è spirito senza corpo, ma non è solo corpo senza trascendenza, senza relazione. Il corpo ha le sue forme belle, ma la vera bellezza non è solo forme, ma è soprattutto splendore. La bellezza splende e si accende nel dono di sé, si coniuga indissolubilmente con la bontà. Diciamolo allora con i greci che sono anche all’origine della civiltà di questi territori: non c’è autentica bellezza senza bontà.

Poi, Dio custodisce la responsabilità dell’educatore, sostenendo la fatica che comporta ogni educazione umana: la fatica di guadagnare la realtà. Dio è realtà, non è il frutto delle nostre immaginazioni, non è un nostro soggettivo sentimento di infinito o l’idea che io mi forgio mentre dormo di notte. Dio-realtà impedisce che la realtà dell’uomo, del piccolo, del giovane, venga ridotta e svilita nei falsi illusionismi della società mercantile. Ascolta questa verità, sui cui imperniare un processo educativo di straordinaria importanza oggi: «tu vali di più dei soldi che hai in tasca; e se ti accorgi di essere considerato solo per quanto e come puoi spendere, diversamente sei niente e non curato, ribellati a questo impoverimento umano; tu vali di più, perché sei di più: sei trascendenza, splende in te la ricchezza dei doni di Dio, sei creatura, sei figlio «fatto a sua immagine e somiglianza».