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Giovedì 8 Dicembre 2016 - Aggiornato alle 15:45 - Lettori online 538
RAGUSA - 19/11/2008
Attualità - Ragusa - Dopo il caso dello studente 16enne buttatosi dal ponte

Giovani e depressione. Il male del secolo che spinge al suicidio

Intervista alla psicologa e psicoterapeuta Maria Signorello Foto Corrierediragusa.it

Giovani e depressione. Un accostamento che può sembrare insolito, se si pensa agli anni dell’adolescenza come a una parentesi della vita con frequenti scosse di assestamento sul piano dell’emotività ma comunque spensierata. Purtroppo non è sempre così. Non sempre i cambiamenti dell’umore e la confusione che caratterizzano questa fase della crescita dell’individuo sono ordinari, fisiologici. Il drammatico caso del 16enne ragusano, studente al liceo "Fermi", ha riportato sotto i riflettori dell´opinione pubblica un malessere interiore insidioso con sintomi a volte poco decifrabili.

L’adolescenza, difatti, può nascondere fragilità molto profonde che riescono ad emergere solo con un atto estremo, come il suicidio. Del resto le statistiche parlano chiaro: negli ultimi 30 anni la percentuale di suicidi tra i giovani è progressivamente aumentata. Perché? E quali sono i campanelli d’allarme? Non è facile dare una risposta univoca a queste domande, ma è possibile – grazie alle spiegazioni di specialisti come Maria Signorello, psicologa e psicoterapeuta di Ragusa – tracciare un quadro d’insieme in grado di mettere in luce le dinamiche di una malattia spesso difficile da riconoscere.

«L’adolescenza è un passaggio caratterizzato da forti cambiamenti sul piano fisico e psicologico – spiega Maria Signorello –. È una fase molto delicata in cui il giovane impara, attraverso le relazioni con il mondo esterno, a conoscersi e ad accettarsi. In certi casi questo processo subisce un blocco, si arresta di fronte a un ostacolo che sembra insormontabile: il ragazzo non riesce ad accettare qualcosa del proprio corpo o dei propri sentimenti, oppure rifiuta la convivenza con qualcosa che valuta come un fallimento, una sconfitta definitiva. Non riesce, in definitiva, a elaborare un ‘lutto’, come la separazione dei genitori, la fine di un rapporto sentimentale, la difficoltà a inserirsi in un gruppo di coetanei o nel mondo della scuola».

Prove del genere fanno parte del quotidiano. Alcune sono particolarmente dure, ma sono sfide che aiutano a crescere.

«È vero, ma nei soggetti più fragili l’insuccesso o la paura stessa di affrontare una prova possono provocare la ‘morte’ della propria autostima. Il ragazzo che prova questo dolore, questa traumatico crollo dell’‘io’, sente di non meritare la vita, di non avere la forza per vivere. Questo sentimento negativo è spesso amplificato dalla solitudine dei giovani, poco o per nulla ascoltati dagli adulti. È qui, nel silenzio di questo isolamento, che si fa strada la depressione, il pensiero di non valere nulla. Di essere nulla. Ed è proprio in questo isolamento che gli adulti dovrebbero entrare senza fare irruzione. Non da soli: l’aiuto di uno specialista è in questi casi fondamentale.

Genitori e insegnanti hanno comunque un ruolo determinante: ascoltare. Prima di ogni cosa, ascoltare. Ascoltare con disponibilità e attenzione il silenzio di un ragazzo. Sottovalutiamo troppo la tristezza di un volto giovane. Ascoltare, prima di tutto: questo è il ‘linguaggio’ più adatto per dire a un ragazzo finito nella gabbia della solitudine e della svalutazione di sé che non c’è un individuo uguale all’altro, che ogni persona è degna di essere amata, che ogni uomo ha un valore inestimabile per sé e per la società».

Capita che i giovani siano silenziosi, gli sbalzi di umore sono tipici dell’adolescenza. Come può un adulto distinguere tra una chiusura normale per quella età e una chiusura che nasconde un disagio profondo?

«Sviluppando un dialogo quotidiano con i propri figli e con i propri alunni. Alcuni campanelli d’allarme sono evidenti: una tristezza prolungata nel tempo, frequenti sbalzi di umore, tendenza a chiudersi e a isolarsi dalla famiglia e dagli amici, ma anche aggressività, comportamenti spericolati e antisociali. Altri sintomi invece sono «mascherati», quindi poco decifrabili. Ecco perché è sempre indispensabile chiedere il parere di un esperto psicologo».