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Martedì 6 Dicembre 2016 - Aggiornato alle 23:23 - Lettori online 518
RAGUSA - 01/10/2015
Attualità - Stavano per 8 ore al giorno a contatto con i pesticidi chimici

Quindici morti sul lavoro nei campi

Si tratta di sfortunati tunisini scomparsi mentre si guadagnavano da vivere Foto Corrierediragusa.it

Nei campi e nelle serre del Ragusano, e della zona ipparina in particolare, le insidie non provengono solo dall’oscuro mondo dei caporalato o dai «padroncini» che abusano delle braccianti straniere, sottopagate e maltrattate. Addirittura la morte arriva difatti silenziosa ma implacabile pure da un sottosettore spesso poco tenuto nella debita considerazione: quello dei prodotti utilizzati in maniera impropria in agricoltura, talvolta non del tutto legali. A farne le spese sono stati 15 lavoratori di nazionalità tunisina che ci hanno lasciato la pelle in appena tre anni mentre sgobbavano nelle serre, immersi tra il caldo insopportabile e i miasmi dei pesticidi chimici con i quali venivano a contatto per almeno otto ore al giorno. La denuncia shock è arrivata dal patronato Inca dopo che le vedove si erano rivolte agli sportelli in Tunisia per riscuotere la reversibilità. Erano tutti lavoratori giovani, tra i 26 e i 40 anni. Un fenomeno allarmante e purtroppo in costante aumento, stando ai dati in possesso del patronato. Tantissimi braccianti agricoli tunisini si rivolgono agli sportelli del patronato Inca per vedersi riconosciute le malattie professionali contratte durante il lavoro, come dichiarato nella sede della Cgil di Palermo dal responsabile di Tunisi del patronato Mustapha Laouini nell’ambito di una serie di incontri con associazioni e istituti previdenziali.

Il problema degli effetti addirittura letali dei prodotti chimici utilizzati nei campi e nelle serre non è mai stato affrontato come si deve nelle dovute sedi, malgrado la statistica di cinque morti all’anno resa nota dal patronato, con una media di un decesso ogni due mesi e mezzo, sia piuttosto inquietante. Purtroppo le prime denunce dovrebbero giungere dagli stessi braccianti, che, invece, preferiscono starsene zitti per poter lavorare, anche se sottopagati e in condizioni al limite della sopportabilità, pur di tirare a campare. Il caso dei prodotti chimici a lungo andare letali è figlio di una piaga ben più profonda e radicata, quella del lavoro nero.

Non a caso negli ultimi mesi, specie nel recente periodo estivo, i controlli dei carabinieri e del nucleo ispettorato del lavoro hanno fatto emergere diverse irregolarità in questo senso. In almeno una ventina di aziende agricole, tra le decine sottoposte a controllo nell’Ipparino, erano presenti circa cinque o sei lavoratori in nero, quasi tutti di nazionalità tunisina o rumena. Lavoro sommerso e prodotti chimici talvolta utilizzati in maniera impropria costituiscono un danno non da poco per i lavoratori, che chiudono tutti e due gli occhi pur di lavorare, anche a rischio della loro stessa salute, o , addirittura, della vita. Ecco perché lo stesso patronato ha esortato i lavoratori a non lasciarsi sfruttare, rivolgendosi piuttosto ai sindacati per denunciare le irregolarità e pretendere tutele anche ai fini previdenziali.

Una casistica, quella della pensione negata, che riguarda, seppure in misura ridotta, anche i lavoratori impiegati nei pescherecci. Solo una maggiore sensibilizzazione in tal senso potrà dunque fornire un senso all’accordo di partnership siglato nel capoluogo isolano tra la camera del lavoro di Palermo e l’omologa di Mahdia in Tunisia.