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Sabato 10 Dicembre 2016 - Aggiornato alle 23:18 - Lettori online 544
RAGUSA - 07/10/2007
Attualità - Ragusa - L’abuso dei contratti a tempo determinato: la testimonianza di una ex cassiera

Commesse spremute
e licenziate

E’ la Grande distribuzione ad adottare questo atteggiamento Foto Corrierediragusa.it

Quando ogni giornata lavorativa può trasformarsi in una estenuante odissea, fino all’epilogo più fastidioso: il licenziamento. La nefasta legge Biagi consente difatti ai datori di lavoro di poter stipulare contratti a tempo determinato con i dipendenti, anche della durata di due o tre mesi, permettendosi altresì il lusso di comunicare il mancato rinnovo del rapporto lavorativo appena 24 ore prima del licenziamento.

Uno stato di cose a dir poco biasimevole in cui soprattutto la Grande distribuzione ci sguazza, anche nella nostra provincia. E così, chi magari con quel lavoro ci vive, mantenendo anche un’intera famiglia, si ritrova a spasso da un giorno all’altro.

E’ quanto accaduto ad una giovane commessa ragusana che, vinta dalla rabbia e dalla frustrazione, ha deciso di render nota la sua esperienza, mantenendo però l’anonimato, per ovvie ragioni. La vicenda lavorativa della commessa comincia a dicembre 2006, quando viene assunta come cassiera in una catena commerciale della Grande distribuzione, dopo essere stata in prova per un mese (!) come previsto dal contratto.

Per le prime settimane tutto va abbastanza bene: 20 cassieri per altrettante postazioni, con carichi di lavoro nella media. Da febbraio 2007, la svolta in negativo: parecchia gente viene mandata via, per il mancato rinnovo del contratto a tempo determinato, e non viene sostituita con nuovi dipendenti. Diventano sempre di più le giornate in cui le casse aperte sono solo due, con code di gente arrabbiata che protesta anche per la mancata corrispondenza tra i prezzi dei prodotti sugli scaffali e quelli effettivamente segnati alla cassa «perché ? spiega la ex commessa ? gli addetti ai reparti sono troppo pochi e spesso dimenticano di aggiornare i prezzi».

Sviste che provocano rallentamenti ulteriori che nuocciono ai cosiddetti incentivi alla produttività: più una cassa è veloce, difatti, minore è il rischio licenziamento. Una simpatica clausola prevista in quel contratto che, come specificato a fondo pagina, «si intenderà risolto alla scadenza, senza possibilità di proroga».

La commessa si sorbisce turni ininterrotti di lavoro di circa quattro ore al giorno, per un totale di 16 ore settimanali retribuite mensilmente da un minino di 400 a un massimo di 560 euro al mese, proprio sulla base della produttività: «il trattamento economico e tutti gli istituti contrattuali e di legge ? è scritto nel contratto di lavoro ? saranno quelli previsti per il Suo livello d’inquadramento e saranno rapportati alla misura della prestazione resa».

Ad aprile anche la nostra commessa viene spedita a casa, per poi essere richiamata ad agosto per sostituzione ferie. Stesse condizioni di lavoro al limite del sostenibile, ma con la promessa di un prolungamento del contratto lavorativo, almeno fino alla fine dell’anno. Invece, a fine settembre la commessa ed altri cinque colleghi vengono convocati nell’ufficio del direttore, dove questi li ringrazia «per la collaborazione prestata», comunicando loro che «il contratto a tempo determinato non sarà rinnovato, come previsto in un primo momento».

Tutti fuori e senza lavoro, da un giorno all’altro. Questo accade nella maggior parte dei negozi della cosiddetta Grande distribuzione, come testimoniato da coloro che certe situazioni le hanno vissute sulla propria pelle, restando senza un impiego dopo essere stati spremuti come limoni con salari da fame.

Ci si domanda perché associazioni di categoria e sindacati non muovano un dito per difendere i lavoratori, come sottolineato qualche giorno fa nella riunione tenutasi a Modica su iniziativa del presidente del comitato per la tutela dei diritti dei dipendenti degli esercizi commerciali Giorgio Iabichella, secondo cui «si sta assistendo ad un calpestamento legalizzato dei diritti dei lavoratori, tenuti nella morsa dell’incertezza di un lavoro mal retribuito e a termine».