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RAGUSA - 06/12/2013
Attualità - Il convegno promosso da Cei, Avo ed Ufficio paastorale della salute insieme all’Asp ed Avis

Tragedia immigrazione scuote coscienza dei cristiani

Mons. Franco Montenegro, arcivescovo di Agrigento, ha avuto un grande impatto sui numerosi presenti Foto Corrierediragusa.it

Una testimonianza di grande impatto quella di Mons. Franco Montenegro (nella foto), arcivescovo di Agrigento, presidente della commissione episcopale per le migrazioni della Cei e vescovo delegato per la Pastorale della salute e la Caritas della regione Sicilia, al convegno promosso dall’Avo e dall’Ufficio diocesano per la Pastorale della salute, in collaborazione con Avis e Asp, a conclusione del corso per i volontari ospedalieri. Mons. Montenegro ha saputo scuotere le coscienze dei tanti presenti tra cui il vescovo della diocesi di Ragusa, mons. Paolo Urso, il prefetto Annunziato Vardè, il commissario della Provincia regionale, Giovanni Scarso, il capo di gabinetto della Questura, Giovanna Cassarino, il primario di Oncologia dell’ospedale Maria Paternò Arezzo, Carmelo Iacono.

Mons. Montenegro ha parlato dell´emergenza immigrazione e del dolore che questa tragedia provoca nelle coscienze di ogni cristiano. Tra queste anche quella di
Papa Francesco che, lo scorso luglio, ha raccolto l’invito dell’alto prelato e ha voluto visitare Lampedusa, per testimoniare, con questa presenza, la propria vicinanza.

«Più volte il Papa, durante la visita – rivela l’arcivescovo – mi sussurrava all’orecchio queste parole: «Quanta sofferenza». Eppure io che, nei giorni scorsi, sono stato a Bruxelles per chiarire qual è il reale stato delle cose, mi sono potuto rendere conto che di risposte efficaci non ne esistono ancora. La situazione è quella che è. Noi continuiamo a chiamarla emergenza. Forse, però, dovremmo smettere di farlo anche se ci fa comodo. L’emergenza, infatti, è una condizione a cui è possibile mettere le toppe, una la si trova sempre. Se invece una situazione è ordinaria, la toppa la si deve portare addosso per sempre. E questo forse crea delle difficoltà. Noi speriamo che queste persone non approdino più così lungo le nostre cose. Ma sappiamo che si tratta di una speranza vana. Sono viaggi che si pagano a caro prezzo. Molta gente cammina per mesi, qualcuno per anni, subisce violenza fisica e morale. E noi siamo ancora qui a guardare».

L’arcivescovo ha aggiunto: «A Bruxelles mi hanno detto che ci vogliono tempi lunghi per intervenire, prima che tutti si mettano d’accordo. I tempi brevi spettano a noi, all’Italia. Ci hanno detto che ci possono foraggiare con del denaro ma siamo noi a doverci organizzare. E la nostra nazione come si sta organizzando? Purtroppo, è un problema che rischia di rimanere sempre in alto mare. Di fatto, però, c’è che dobbiamo pensare a interventi più duraturi nel tempo. Dobbiamo confrontarci con questa dura e triste realtà. Con una legge italiana che, in fondo, ritiene criminali queste persone perché commettono il reato di clandestinità. Ma è chiaro che queste persone non vengono qui da noi per un viaggio di piacere». Poi un segnale di speranza. «Ora arriva il Natale – ha aggiunto l’arcivescovo – facciamo il presepe e ci commuoviamo ancora davanti al Bambino Gesù. La speranza è ricordare che ancora oggi ci sono Giuseppe e Maria che cercano una casa. E se quel Bambino a Betlemme ha trovato una mangiatoia, ci sono bambini che oggi vengono gettati nelle acque del mare. La speranza, allora, è di cambiare il Natale, facciamolo diventare più vero».