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RAGUSA - 27/02/2013
Attualità - Sequestrate già tre aziende, è allarme peer il futuro della zootecnia dell’altipiano ibleo

Crisi idrica. Accusati gli allevatori iblei

Dice il titolare di un’azienda: "Ci indichino almeno dove andare con i nostri animali oppure cosa fare o in alternativa se dobbiamo venderli» Foto Corrierediragusa.it

La crisi idrica continua ed i titolari delle aziende agricole si sentono sul banco degli imputati. Da più parti, infatti, sono stati additati come i responsabili dell’inquinamento delle falde acquifere; prima delle sorgenti «Scribano Oro» e «Misericordia» ora dei pozzi B e B1 che riforniscono un terzo della città. Le normative sul rispetto ambientale, sullo smaltimento delle deiezioni degli animali da pascolo sono a volte contraddittorie ed i titolari delle aziende si trovano al centro di un caso. Un parte importante dell’economia del territorio, già in difficoltà per la crisi economica, rischia di chiudere i battenti.

L’Arpa ha già rilevato che tutti gli allevamenti che in alcune ore della giornata, in attesa della mungitura, fanno stazionare i bovini sulla stessa area ristretta (anche attorno agli alberi alla ricerca di un po’ di frescura) sarebbero inquinanti perché defecano tutti sullo stesso posto, più o meno alla stessa ora. Le aziende, dicono gli allevatori, vengono dunque penalizzate nella propria attività anche se per il resto del tempo portano gli animali al pascolo nell’estesa superficie agricola o stabulano in locali regolarmente dotati di canalizzazione in concimaia. Attenzione! Quest’ultima, secondo le Autorità, va però ricoperta da tettoia, perché una pioggia eccessiva la farebbe tracimare, trasformandola in conduttrice di inquinamento del sottosuolo». Altro paradosso è rappresentato dal consumo di erba sul prato. Per evitare che gli animali la pestino e la danneggino in tutta la superficie seminata, l’allevatore ne organizza il consumo ad avanzamento regolato da filo elettrico. I detrattori degli allevatori vanno a prelevare i campioni di terreno e feci da analizzare proprio in quella fascia dove si assembrano gli animali per alimentarsi più intensamente. «Gli accertatori – puntualizzano ancora i titolari delle aziende- non calcolano la media con la parte di pascolo fuori dall’erbaio dove pure va a spigolare il bestiame in numero sparso. Inoltre, le superfici esterne di stazionamento degli animali si dovrebbero ricoprire con un massello di cemento impermeabile, con denaro e sfregio dell’ambiente. Ma, in tal caso, si dovrebbe tener conto del parere contrario della Forestale per ragioni di carattere paesaggistico. Ciò fa a pugni con le prescrizioni di altre istituzioni. Insomma, ostacoli su ostacoli».

Il direttore regionale degli allevatori, Carmelo Meli, è realistico: «Puntare l’attenzione semplicisticamente sugli allevamenti zootecnici non risolverà il problema in quanto tali allevamenti hanno costituito da sempre la ricchezza del territorio ragusano rendendo fertili e produttivi qui 20 cm di terra ricca di pietre e non hanno mai inquinato le centinaia di pozzi da cui si attinge acqua potabile. Il prezioso liquido potabile si attinge mediamente a 200 m di profondità e la natura calcarea del sottosuolo, oltre il clima, provvedono a filtrare e a neutralizzare i piccoli inquinamenti di superficie provocati dalle deiezioni animali. Prova ne è che in Sicilia non esiste il problema di inquinamento da nitrati nelle falde acquifere».

La soluzione prospettata alle aziende è di dotarsi di impianti di biogas per lo smaltimento del letame ma i costi sono troppo e l’accesso ai finanziamenti è praticamente nullo. Ed allora? Bisogna stabilire cosa fare: Dice un allevatore : «Ci indichino almeno dove andare con i nostri animali oppure cosa fare o, in alternativa, se dobbiamo venderli».